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IN SALA

Gabrielle – Un amore fuori dal coro

Il secondo lungometraggio della francese Louise Archambault rievoca tanto cinema, da quello disturbante di Tod Browning allo pseudo godardiano The Dreamers di Bertolucci, fino a quell’inno alla ‘santa idiozia’ che fu la prima irruzione di Carmelo Bene nella settima arte. “Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.”

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gabrielle

Anno: 2013

Distribuzione: Officine Ubu

Durata: 104′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Canada

Regia: Louise Archambault

Data di uscita: 12 Giugno 2014

Gabrielle è una giovane donna affetta dalla sindrome di Williams, dotata di una contagiosa gioia di vivere e di una propensione spiccata per la musica. La giovane si innamora di Martin, un ragazzo conosciuto nel centro ricreativo dove fa parte di un coro; da quel momento diventano inseparabili. Le loro famiglie, però, vista la loro disabilità, non permettono loro di vivere il proprio amore come vorrebbero. Mentre il coro si sta preparando in vista della partecipazione ad un importante festival musicale, Gabrielle fa di tutto per dimostrare la propria autonomia e per guadagnare la tanto agognata indipendenza. Con grande determinazione, la giovane dovrà affrontare i pregiudizi e i propri limiti per sperare di poter vivere con Martin una storia d’amore che non ha nulla di ordinario.

I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. [….]I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo.

Mentre scorrono le immagini di Gabrielle, alcuni versi del monologo dei cretini di Nostra Signora dei Turchi riaffiorano nella memoria, e la prima sensazione che provo è di profonda empatia; insomma mi sento uno di ‘loro’, dei ‘diversi’, di quelli che devono lottare più degli altri per farsi spazio nel mondo, per calvacare quelle linee di fuga che smarcano il muro semiotico del capitale……you are one of us! You are one of us!. Il secondo lungometraggio della francese Louise Archambault rievoca tanto cinema, da quello disturbante di Tod Browning allo pseudo godardiano The Dreamers di Bertolucci, fino a quell’inno alla ‘santa idiozia’ che fu la prima irruzione di Carmelo Bene nella settima arte.

“Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.”

Gabrielle e Martin, complici il canto e la musica, scoprono il loro corpo, le loro mani sondano la pelle ansiosa di un contatto che però non è semplice fremito dei sensi, ma voglia d’incontro, di fusione, di dispersione nell’altro, d’annientamento di un’identità imposta dall’esterno, e li vediamo districarsi dalle maglie di un ordine che li opprime, che non concede spazio al tentativo di riformulare disordinatamente le loro esistenze. Il ghigno d’idiozia stampato sul volto quasi sempre sorridente di Gabrielle è spia di ‘santità’, di un’eccedenza di senso nascosta nell’oblio del meccanismo che regola le sue azioni, nel mistero che separa il movimento dall’atto, nell’imprevedibilità di un’intenzione che è sempre sconfessata da ciò che ne consegue.

“Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perché senza intenzione, inetto.”

Gabrielle lavora, il suo compito è quello di distruggere documenti con una macchinetta trita-carta, un’azione quotidiana che la vede schierarsi apertamente contro il linguaggio, un lavorio, il suo, sistematico, un invito a schivare l’urto con quelle ‘immaginette’ che, come i simulacra di Epicuro, si dirigono verso di noi stimolando la sensazione, fornendoci l’illusione di esserci. La pediniamo nel processo di soggettivazione, nel guado che separa il medesimo e l’altro, e Martin è la sponda felice verso cui punta il suo movimento alla deriva, il misfatto che occasiona idee estetiche, il canto (o il silenzio) delle sirene che, se ascoltato, può far scaturire un discorso altro.

“L’umiltà è conditio prima. I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare.”

Mentre il mondo si appresta ad allestire l’ennesimo spettacolo, Gabrielle e Martin inaugurano un nuovo spazio in cui far posto al loro incontro; le carni si posano le une sulle altre lievi, l’amore si consuma silenzioso, senza strepiti, leggero come il vento su cui, ora, fluttuano le loro anime; il loro abbraccio è foriero di nuovi orizzonti, il passaggio è avvenuto, non sappiamo più chi siano. Per fortuna. E Gabrielle ride, continua a ridere.

Luca Biscontini

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