Su Netflix dal 23 ottobre andrà in scena il primo zombie horror made in Indonesia, diretto dal regista Kimo Stamboel. Il film, grazie ad un’insolita miscela di sangue e medicina orientale, si allontana dalle tipiche dinamiche del genere splatter, facendosi spazio sulla scena cinematografica globale.
Tra le paradisiache terre di Yogyakarta, The Elixir porta in scena l’identità culturale di un popolo, macchiata dall’orrore che trasforma l’uomo in bestia.
La trama di Elixir
Alla genesi di tutto c’è una famiglia con i suoi cortocircuiti. I toni si alzano quando si tratta di decidere il futuro della loro storica azienda erboristica, produttrice del ricercato elisir Abadi Nan Jaya. Quando il capofamiglia beve una segreta dose di un intruglio sperimentale che promette l’eterna giovinezza, si cambia registro. Invece che bellezza e salute, il corpo comincia a mutare, la mente si spegne e la pelle puzza di marcio. La trasformazione è cominciata. L’epidemia si diffonde. Inizia la mattanza. Il piccolo villaggio rurale di Wanirejo assume le sembianze di un cimitero di morti viventi.
L’incubo tra bene e male
Mentre il “virus” infetta gran parte della comunità, i membri della famiglia, prima in conflitto per accaparrarsi la fetta migliore, adesso fanno squadra per combattere la diffusione di un male fuori dalla portata dell’uomo, ma che fonda radici nella terra di quella, che una volta, si chiamava comunità. Si sa, la guerra porta a galla il putrido che ristagna sul fondale. Segreti inconfessabili, alleanze improbabili, e decisioni che presentano il conto.
L’infetto numero zero
Nonostante tutto parta dall’idea scellerata del padre Sadimin interpretato da Donny Damara e della sua smania per l’immortalità, è difficile creare una linea netta di confine tra chi sia vittima e chi il colpevole. Qui tutti sono Dottor Jekyll e Mr Hyde, responsabili del dolore altrui, ma i primi a soffrire della propria degenerazione.
Non c’è l’eroe che salva tutti. Tutti i personaggi saranno il braccio e la mente del dolore e della salvezza. Si esce dall’individualismo, dall’orticello familiare, per parlare di coesione sociale e responsabilità globale.
La fratellanza non è scontata. Ciascuno verrà messo alla prova. Bisognerà oltrepassare il muro della diffidenza, dell’intolleranza, dell’autocompiacimento. Tradire l’altro è un boomerang, sostituirsi alla natura è una condanna a morte.
Un thriller da introspezione
In principio c’è il rispetto di un passato che si tramanda. Ha la forma dello jamu – il frutto di una secolare scienza erboristica orientale, con cui si cerca di combattere le conseguenze del tempo che passa. La ricerca della cura però si trasforma nella scoperta della brutalità umana. Ciò accade quando la difesa di un’identità si trasforma in voglia di potere. Tutto si deteriora, fino a distruggersi.
Kimo Stamboel (Sewu Dino e The Queen of Black Magic) sperimenta il genere zombie pur conservando le sue origini stilistiche. Il corpo diventa un veicolo di comunicazione, la violenza passa attraverso l’analisi dello spirito, e lo splatter non è fine a se stesso, ma induce alla riflessione sul genere umano.
Il motore della storia non va cercato al di fuori dell’uomo, ma lui stesso fa da combustile e comburente dell’inferno che genera per se’ e gli altri. E purtroppo il male è il peggiore dei virus. Si diffonde con velocità, distruggendo le difese immunitarie della fratellanza e dell’accettazione.
Il regista vuole mantenere il rapporto con la propria terra, seminando i barlumi di un cammino cinematografico innovativo che condurrà direttamente in Occidente.
Un piccolo paesino di una remota località indonesiana racconta una storia personale, familiare e nazionale, ma vuole che giunga agli occhi e le orecchie di un mondo al di là del confine di terra e mare.
L’orrore non ha carta d’identità. Ha una sua genesi e purtroppo un futuro. L’uomo lo crea e lo diffonde. Contagia gli altri, aggregandoli a se stesso per creare disgregazione.