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IN SALA

Mommy

Dolan è autore di un cinema olistico, coglie la complessità della settima arte fatta di frame in movimento, storie, personaggi e sonorità e lavora sull’assemblaggio armonico di ciascun elemento al fine di creare un’esperienza totale unitaria dove le singolarità diventano inseparabili

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Anno: 2014

Durata: 140′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Francia, Canada

Regia: Xavier Doland

In occasione dell’uscita nelle sale del film, riproponiamo la recensione  dello scorso festival di Cannes

È dall’esordio nel 2009 che i film di Xavier Dolan (I Killed my Mother, Heartbeats, Laurence Anyways) trovano puntualmente spazio a Cannes nella sezione Un certain Regard, con eccezione del penultimo capolavoro visivo (Tom at the Farm) presentato l’anno scorso in competizione a Venezia. Finalmente nell’edizione 2014 del festival cannense per l’enfant prodige canadese che non sbaglia un colpo si aprono le porte del concorso. A soli 25 anni e con cinque capolavori alla spalle, Dolan è in lizza per la Palma d’Oro con Mommy, e ha alte probabilità di afferrarla.

La madre di I killed my mother (interpretata da una delle sue attrici feticcio, Anne Dorval) ha con Mommy (ancora Anne Dorval) la possibilità di agire e intervenire attivamente nella relazione col figlio. Le due storie sono distanti per ceto e intreccio (la prima è in parte autobiografica) ma idealmente connesse in una logica di aggressione-reazione. Sembra che Dolan abbia voluto “dare alla figura materna la possibilità di vendicarsi”.

Si urla, si ride, si piange con la triade Diane-Steve-Kyla, rispettivamente madre, figlio e vicina di casa con disturbi di linguaggio che interviene e mitiga la lotta tra le due polarità ora in accordo ora in disaccordo.

L’ambientazione borghese svanisce nella periferia canadese, dove Dolan ipotizza l’approvazione di una legge che riconosce ai genitori il diritto di ricovero coatto dei figli mentalmente turbati.

Steve (Antoine Olivier Pilon) è un adolescente affetto da ADHD, una forma di iperattività che lo rende imprevedibilmente violento. Diane detta ‘Die’ è una vedova, una donna che sbarca il lunario e che si vede costretta a riprendere in custodia a tempo pieno il figlio. Kyla (Suzanne Clément) è la loro vicina di casa, un insegnante in pausa con serie difficoltà nel parlare. Il rapporto tra madre e figlio è ben lontano da quello raccontato in I killed my Mother. La freddezza e l’incomunicabilità dell’esordio si sciolgono in un amore passionale e violento, nel bisogno di sorreggersi l’un l’altro che si scontra con la fatica dello sforzo costante e spesso disatteso.

Giovane ma solo anagraficamente, non si può di certo dire che Dolan non abbia le idee chiare. In tutti i suoi film si torna a parlare d’amore, un sentimento che si declina in forme diverse a ognuna delle quali è dedicato un affondo psicologico ed emotivo maturo e complesso. Se il discorso sul rapporto con la madre è stato ampiamente sviscerato e nel cinema e nel cinema-secondo-Dolan, in Mommy criticità consuete – l’instabilità emotiva e psicologica, la morbosità della relazione, la paura dell’abbandono e quella di non essere all’altezza del proprio ruolo – si agitano in una cornice e con parole nuove. Dolan ama i suoi personaggi, ama conoscerli a fondo e soprattutto ama non render loro la vita facile. Ciascuno ha l’onere di un fardello da trasportare e l’onore di un sostegno nel cammino, tutti sono sottoposti a una tensione a cui non possono sfuggire e vivono un conflitto interiore che probabilmente non risolveranno definitivamente ma con cui dovranno necessariamente confrontarsi.

Dal look, alla cura del linguaggio, al background socio-economico ed emotivo, la Dorval e la Clément (quest’ultima vinse il Premio Miglior Attrice con Laurence Anyways) sono chiamate a vivere un’esperienza attoriale volutamente lontana dai precedenti ruoli. Il risultato è eccezionale, il patto di fiducia e dedizione è talmente assoluto da far cadere la maschera attoriale, da riempire i personaggi di carattere fino a dar vita a persone in carne ed ossa.

Dolan è autore di un cinema olistico, coglie la complessità della settima arte fatta di frame in movimento, storie, personaggi e sonorità e lavora sull’assemblaggio armonico di ciascun elemento al fine di creare un’esperienza totale unitaria dove le singolarità diventano inseparabili. La narrazione procede per eventi, musiche e trovate visive perfettamente che si combinano tra loro in un incastro perfetto, funzionale e addizionale. Da Wonderwall degli Oasis a Dido, a Céline Dion, ad Andrea Bocelli, la colonna sonora scelta da Dolan definisce il mondo di Steve e Die con una contestualizzazione altrimenti inesprimibile. Il pop è la musica dell’anima, scandaglia la quotidianità di Steve e inquadra un’epoca esistenziale, l’adolescenza. The last but not the least è la scelta del formato del frame: l’aspect-ratio è l’insolito 1:1 che si apre fino ai 16:9 quando richiesto dai personaggi. Scegliendo il formato delle cover degli album musicali, Dolan insieme ad André Turpin (direttore della fotografia) non lascia scampo ai volti espressivi dei suoi amati e li racchiude in primi piani eloquenti impossibili da eludere.

Amante del cinema di Gus Van Sant che ritroviamo in inquadrature e angosce, Dolan è un magnetico narratore, un accurato creatore di atmosfere e un cineasta determinato a diventare immortale.

Francesca Vantaggiato

  • Data di uscita: 04-December-2014