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Ciao Diane

In memoria della meravigliosa Diane Keaton

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Diane

La notizia arriva in perfetto stile Diane Keaton: improvvisa, anarchica, senza la possibilità di dire nulla. Come la sua bravura, unita ad una bellezza fuori dal normale e fuori dagli standard hollywoodiani. Ci lascia una grande interprete che nel suo DNA aveva il destino di essere musa. Per Woody Allen ovviamente, poi per Warren Beatty, e la rivoluzione della New Hollywood con il cult di Coppola, Il Padrino.

La sua morte coglie tutti di sorpresa proprio perché era un talento unico, ironico, sbarazzino, anticonformista, lontano dai riflettori dell’industria ma vicina alle luci splendenti della vita. Nella sua autobiografia, A proposito di niente, Allen la definisce così : “era capace di illuminare ogni stanza in cui entrava, ma anche un corridoio, una strada, un quartiere”. E Diane era proprio così.

Diane nel finale di Annie Hall

Allen/Keaton, oltre la semplice Musa

“Ciao Diane” non è soltanto un addio doloroso, ma un resoconto di ciò che la Keaton ha dato alla settima arte in tutto il suo splendore. E nell’immaginario comune, Diane è legata indissolubilmente ai film di Woody Allen, dei suoi esordi e del suo periodo migliore. In questo la Keaton non può essere paragonata ad una semplice musa, un oggetto al servizio della poetica del tal regista: Play It Again, Sam, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* *ma non avete mai osato chiedere, Il dormiglione, Amore e Guerra, Annie Hall, Manhattan, Interiors, Misterioso omicidio a Manhattan.

Otto film che accompagnano i vari momenti alleniani; la slapstick comedy, l’apice della commedia esistenziale, e il primo periodo drammatico. L’Oscar del ’78 per Annie Hall certifica come riconoscimento ufficiale un’unione partita dalla pièce teatrale per Play It Again, Sam e conclusasi molti anni dopo col mistery-film degli anni novanta.

Amore è… è un termine troppo debole per… Ecco, io ti “straamo”, ti “adamo”, ti “abramo”, dice ad un certo punto di Io e Annie il protagonista Alvy rivolto alla sua Annie, imponendo al suo cuore di creare una costruzione verbale che fosse all’altezza dell’alterego della Keaton. Se per molti anni il legame con Allen è di sicuro stato un problema per l’evolversi della sua carriera, è innegabile come la parte centrale del cineasta americano, la sua fama, sono collegati alla Keaton, ma in un rapporto che va aldilà del binomio regista-attrice o cineasta-musa.

Diane come mentore romantico-esistenziale

In Annie Hall, Allen usa la Keaton per introdurre vari espedienti: le antinarrazioni, la rottura della quarta parete, le manipolazioni materiali di sospensione della narrazione. In questo Diane si trova in una posizione invidiabile: è la testimone di un cambiamento nel cinema di Allen, e della commedia americana, che il cineasta fa anche (e soprattutto) grazie a lei. Difatti i film di Woody di questo periodo sono delle cartoline che omaggiano la Keaton, il suo non conformismo alla società, il suo vestiario eccentrico, asessuale e power dressing, pellicole quindi costruite sulla personalità di Diane.

Pur non essendo scritti insieme, la centralità della Keaton è almeno paradigmatica.

È l’amore perso, ritrovato e di nuovo perso in Annie Hall, con una metamorfosi femminile molto avanti per quei tempi. È il volto della decostruzione culturale di una certa èlite in Manhattan, il cui personaggio di Mary costringe Allen a ragionare in termini di materialismo sentimentale. Diane è per Woody una guida, una mentore del suo personale Viaggio dell’Eroe.

Il cinema di Allen è un grande laboratorio recitativo per la Keaton. Immensa e a suo agio in ruoli anche drammatici come conferma il primo dramma di Allen datato ’78, Interiors.

 Il Padrino e lo sguardo morale di Diane

Non solo Allen ovviamente. Prima e dopo la Keaton è Kay la moglie del boss mafioso nella trilogia di Francis Ford Coppola Il Padrino. Anche qui la sua figura è fin da subito nel solco di un’icona anticonformista. Nella cultura e nel mondo mafioso, Diane diventa l’unica lente e mezzo attraverso cui il pubblico guarda con diffidenza e criticità la famiglia Corleone. È l’immagine della donna sposata con le tradizioni ortodosse italo-americane, un’alternativa etica, simbolo di sottomissione e ribellione al sistema patriarcale.

Prova di ciò è la scena del secondo capitolo: la confessione dell’aborto volontario, eresia per un contesto religioso come il nucleo dei Corleone, e che testimonia tutta la complessità e l’emancipazione del suo personaggio, rivelando l’inadeguatezza della figura femminile in un mondo prettamente maschile; nel capitolo conclusivo, Kay/Keaton, con la sua freddezza e distanza, sottolinea la metafora della coscienza civile dinnanzi alla corruzione del potere.

La decostruzione del femminile

Sono però gli anni ottanta a segnare un fondamentale passaggio-rottura verso l’immagine di spalla-musa dei tempi alleniani. Riesce a costruirsi una propria indipendenza come attrice impegnata ridefinendo l’identità femminile nel cinema contemporaneo. In Reds, al fianco di Warren Beatty, è un’attivista politica che abbraccia un registro incredibilmente drammatico. In Baby Boom di Charles Shyer è l’icona della donna americana moderna: madre single e manager di successo, riferimento di quel femminismo che vedremo decenni dopo rappresentato come normalità nel cinema attuale.

L’immagine della commedia

I successi anni novanta de Il padre della sposa e del suo sequel (sempre diretti da Shyer) , vedono la conformazione della Keaton verso interpretazioni di madri moderne, eleganti, e affettuose, che non rinunciano però alla propria femminilità. Pensiamo ad un altro cult degli anni duemila, Something’s Gotta Give, in cui il nuovo alterego dell’attrice americana, alla soglia dei cinquant’anni, è divisa tra un uomo anziano e immaturo (Jack Nicholson) e un medico di molto più giovane (Keanu Reeves).

Se non si può non ammettere che i molti “no” della Keaton dati nella sua carriera le hanno poi impedito un percorso più stabile al pari di attrici delle sua generazione come Meryl Streep, Diane ha sempre avuto dalla sua il non prendersi sul serio, sia dentro e fuori dal set. La sua autenticità, l’irriverente auto-ironia, il suo non apparire mai forzatamente seducente, ha creato nella filmografia della Keaton una totale unicità fusa con il suo essere icona di stile.

Un’icona di stile e leggerezza

Quest’ultimo punto è per l’interprete della rom-com americana, essenziale al pari della sua bravura attoriale. Grazie al suo abbigliamento androgino, influenzato dalla moda maschile e da un suo tocco personale, già evidente nel capolavoro di Allen Annie Hall, Diane diventa e resta fin da subito nell’immaginario collettivo come un punto di riferimento per l’identità femminile-femminista, non conforme agli stereotipi dei generi tradizionali. Una vera e propria icona culturale capace di trasportare e accompagnare la commedia americana verso territori più inclusivi, maturi e identitari.

Ci sono attrici che interpretano ruoli, personaggi e storie. Diane era una visione che li trasformava in pezzi di vita vera, illuminando tutto ciò che toccava e non interpretava ma che viveva. Non ha solo raccontato storie o prestato il volto per la carriera di noti registi e film cult. Ha abitato i film con grazia e disincanto, scardinando scene e sequenze col suo sorriso e i suoi cappelli improbabili. Con quella voce incerta di chi sa che la bellezza è essa stessa imperfezione.

Ciao Diane e non preoccuparti dei tuoi film. Se questi rendono eterni chi ci lascia, tu lo eri già da un po’.

Diane Keaton è morta. Ciao Annie