After The Hunt e il cinema di Guadagnino
Presentato fuori concorso alla 82ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, After The Hunt non è rimasto di certo in sordina. Luca Guadagnino è uno dei registi più acclamati del secolo e con le sue pellicole ha sempre messo il pubblico in balìa di scottanti dibattiti. Il simposio d’amore che elegge Guadagnino è fatto di passioni inconfessabili, perché omosessuali (Chiamami col tuo nome) o perché sfidano da sole le convenzioni sociali che le giudicano(Queer, Challengers). Qualcosa di queste relazioni scuote dentro, non per la loro natura sessuale ma per l’intensità della loro storia che, senza età e senza sesso, travolge gli animi. L’immedesimazione nel suo cinema è facile, diretta, freudianamente senza filtri. Un fiume in piena di emozioni che sanno essere vissute con naturalezza. Un cinema delle pulsioni, che scorre come una cascata, spesso e volentieri, senza concedere allo spettatore il tempo di capirle, e di conseguenza: giudicarle.
Il lago ghiacciato della morale vittoriana
Stavolta qualcosa è cambiato. Dal fiume in piena delle sue precedenti pellicole, provocatorie, disobbedienti, autentiche, ci troviamo con After The Hunt al bordo di un lago ghiacciato. I personaggi non possono vivere con naturalezza le loro pulsioni più istintive. Cosa li frena? L’ambiente circostante. L’Accademia di Yale è il luogo definito con precisione dal paratesto del film. Il corpo docenti e gli studenti tutti sono le pedine di un scacchiera a compartimenti stagni. Ci troviamo dinanzi al micro-mondo elitario e conformista del più grande corrispondente oggettivo dell’America di oggi. La nomenclatura vittoriana aizza un sipario sulla vita e nasconde dietro al suo tendone la contraddizione e l’irrisolto. Riuscire ad attraversare il lago ghiacciato del conformismo si rivela sempre un’impresa pericolosa, a tratti impossibile. Se tuttavia è tale nella vita, non è lo stesso nel cinema. Luca Guadagnino ce lo dimostra, analizzando da lontano, con sapienti tecniche estetiche, una storia avvelenata dalla norma e per questo difficile da auscultare.
Il tema della molestia, tra inganno e verità
Nonostante l’atto di molestia sia esecrabile su tutti i fronti, non è così scontato il modo in cui il cinema vi si avvicini a guardarlo. Era già successo nel film L’ accusa, diretto da Yan Attal. La prosa saggistica del thriller giudiziario francese metteva in discussione l’accusa di stupro di una ragazza ai danni di un amico di famiglia. Quando un atto tanto ignobile cade sulle spalle del sospettato crollano i ruoli e i rapporti affettivi. La vita sembra finire e nessun rapporto consolatorio promette di resistere al naufragio. Ma cosa succede se il veleno del dubbio si insinua nella mente di chi è chiamato a guardare? Il film di Guadagnino scava senza paura nelle contraddizioni dei personaggi di After The Hunt: la professoressa Olson (Julia Roberts), Maggie (Ayo Edebiri) e il professor Gibson (Andrew Garfield) nascondono dei segreti. L’accusa di molestia di Maggie a danno del professor Gibson è solo uno spillo appuntito capace di sgretolare il lago ghiacciato dell’apparenza. Nessuno ne resterà indenne.

Il doppio nella tecnica registica: dalle musiche alle riprese
Sono tante le tecniche di regia che corroborano il tema del doppio di After The Hunt. Pensiamo alla scena in cui i due professori protagonisti vanno a cena fuori per parlare. La professoressa Olson è stata appena messa al corrente da Maggie di quanto successo la notte prima ed è pronta a sentire la versione del professor Gibson. I due personaggi sono seduti uno difronte all’altro, un grande specchio sta al loro lato e per tutta la conversazione i soggetti sono naturalmente quattro. Chi è che parla? Il loro io o l’alter ego che hanno costruito per la società che ha dato loro quel ruolo? Il sipario delle ipocrisie non dura a lungo e Luca Guadagnino, affiancato dal direttore della fotografia Malik Hassan Sayeed, illumina le contraddizioni nelle luci a forte contrasto, e nelle inquadrature claustrofobiche dei corridoi. Notiamo inoltre l’uso particolare degli sguardi in macchina dei personaggi in particolari occasioni: ogni qual volta in una conversazione si supera il limite del concesso, ogni volta che i personaggi smettono di essere maschere del palcoscenico di Yale e ritrovano i propri impulsi. E ancora la musica del film, che irrompe spietata nella linearità della narrazione. Una musica che non concede l’ipocrisia del linguaggio, interrompendo il flusso della finzione (il marito di Alma ascolta a tutto volume la sua musica preferita). Trent Reznor e Atticus Ross compongono un tappeto sonoro nervoso e ansiogeno che rovinano la melodia rassicurante di uno spettacolo artificiale.
Un film che non ha convinto tutti
After The Hunt ha un buona dose di materiale filosofico-concettuale che non può che stimolare interrogativi importanti. Il dibattito al cinema è un fenomeno encomiabile, e questo film riesce senz’altro a generarlo. Parte della critica (come Vanity Fair e Variety) è tuttavia scettica su questa sceneggiatura, definendola prolissa, eccessivamente filosofica e freddamente austera. La trama poco originale e l’ampollosità dei dialoghi non aiuta la buona riuscita di questo film, che se depurato di alcuni artifici, sarebbe un film del tutto riuscito. L’interpretazione invece mette d’accordo tutti: Julia Roberts lascia l’iconico personaggio delle commedie rosa, o dell’eroina esemplare e veste i panni di una donna spigolosa, dalle fortissime contraddizioni emotive. Riesce anche stavolta, nel pieno della sua maturità attoriale, a regalare una performance che da sola vale il prezzo del biglietto. After The Hunt è senz’altro tra i film più importanti di quest’anno e merita di essere approfondito attraverso discipline diverse e focali lunghe.
After The Hunt uscirà in tutte le sale italiane dal 16 ottobre 2025 e di certo farà parlare a lungo.
Leggi anche la nostra recensione del film al seguente link.