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IN SALA

Romeo & Juliet

Carlei, avvalso della collaborazione dello sceneggiatore Julian Fellowes, fallisce proprio nel puro contenuto, ovvero fallisce in pieno trascinandosi nell’abisso anche quei pochi elementi tecnici ricercati e riusciti che potevano schierarsi a suo favore

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Si riconosce un grande scrittore, nell’istante in cui prendiamo una sua Opera e ci rendiamo conto, pagina dopo pagina, che sta parlando di noi in quel preciso momento storico, che sta descrivendo un’emozione che riconosciamo in maniera palpabile. Nella contemporaneità di un autore è racchiuso ogni suo singolo pregio – e caratteristica – che lo rende straordinario, unico ed immortale. Il più grande di tutti, colui che è riuscito a tramutare parole in storie e personaggi vivi e pulsanti è William Shakespeare. Niente di astratto. La sua penna, come una freccia che fa pieno centro nei più profondi sentimenti umani, ha offerto il grande privilegio all’uomo e, in seguito, all’attore di guardarsi dentro e smettere di fingere per Essere. Romeo e Giulietta rappresenta un punto altissimo nell’Opera di Shakespeare, pur essendo uno dei suoi primi lavori, e cela infiniti significati che apparentemente non saltano all’occhio data l’ampia popolarità del lato romantico della storia. Basta leggerla e studiarla anche per una sola volta, abbandonando pregiudizi e superficialità, per arrendersi alla sua bellezza e universalità. Fin dall’inizio di ciò che potrebbe presentarsi ai nostri occhi come una commedia romantica, si scorgono presagi di tragedia. E sta a noi cercare quei simboli, osservare i personaggi muoversi e ascoltarli mentre ci parlano, arrivando ad usare persino quell’approccio che si dovrebbe avere con i testi sacri. Per tutti questi motivi e oltre, questa tragedia è stata fonte di ispirazione per moltissimi altri artisti nel corso dei secoli: per Gounod ,Bellini, Zandonai nella lirica e per Prokof’ev nel balletto, per passare agli altrettanti molteplici adattamenti teatrali (ricordiamo quello del 1976 di Carmelo Bene) e a quelli cinematografici. Tra questi ultimi, consideriamo il capolavoro di Franco Zeffirelli del 1968 e la geniale versione surreale di Baz Luhrmann del ’96.

Carlo Carlei si colloca oggi, nel 2013, con il suo Romeo & Juliet in un periodo storico cruciale. La verità è che, l’intenzione di riproporre questo classico del teatro shakespeariano al pubblico “nuovo”, con la sua potenza e secolare giovinezza, è un toccasana per le menti di oggi obnubilate dal grigiore della quotidianità e dall’apatia dell’umanità stessa. Con particolare riferimento ai giovani che, se nella Verona del 1300 erano pronti a combattere per difendere un ideale e un amore con spade e baci rubati sfidando anche le stelle, adesso sono fermi di fronte a un computer e sono totalmente disillusi e maleducati verso qualsiasi forma d’arte e di rapporto umano. Giulietta e Romeo avevano/hanno rispettivamente circa 15 e 16 anni e possono insegnarci di più loro che vivono, muoiono e vivono ancora grazie a chi li ha creati da semplice inchiostro nero, che i vecchi dei nostri tempi che sono più bugiardi e incostanti della luna (come direbbe la giovane Capuleti). Affermato con vigore questo aspetto, si entra nel vivo dell’operazione e nella messa in discussione della bontà della sua realizzazione. Carlei, avvalso della collaborazione dello sceneggiatore Julian Fellowes, della maestosità delle scenografie e dei costumi (un plauso, sicuramente, a questa ricerca estetica dei particolari dell’epoca e delle location), della presenza di due attori eccellenti quali Paul Giamatti e Damian Lewis (protagonista della serie tv Homeland, qui nelle vesti di Lord Capuleti al fianco di Lady Capuleti – Laura Morante), fallisce proprio nel puro contenuto, ovvero fallisce in pieno trascinandosi nell’abisso anche quei pochi elementi tecnici ricercati e riusciti che potevano schierarsi a suo favore. L’Opera perde completamente la sua verve e il suo significato: alcuni fondamentali passaggi, sia dal punto di vista della scrittura che da quello recitativo e registico, vengono inspiegabilmente ignorati, saltati, negati. Potrei iniziare ad elencarli, ma la lista sarebbe troppo lunga. Il più grave di tutti è la grande assenza di uno dei personaggi più belli (se non il più…) mai scritto nella storia del teatro e della letteratura: Mercuzio. Questo ruolo risulta praticamente assente o comunque insufficiente e quasi ridotto a una comparsa. Il monologo de La Regina Mab ridotto a un paio di frasi interpretate sciattamente e la scena della morte impoverita ai limiti della sopportazione. Per capire di cosa sto parlando, oltre a prendere in mano il libro, basta ammirare la versione fedelissima di Zeffirelli piangendo e ridendo nel guardare l’immenso John McEnery recitare questo ruolo mitico (non da meno Harold Perinnau nel Romeo+Giulietta di Luhrmann).

Far passare, inoltre, Romeo (Douglas Booth) per un bel ragazzino femmineo dallo sguardo inebetito non è il messaggio giusto da trasmettere. Egli è sicuramente l’opposto: vivace, focoso, coraggioso…tutte caratteristiche dell’essere giovani e innamorati. Perché essere innamorati, a maggior ragione nel contesto di una storia così potente, non significa essere smarriti e imbambolati. E non si può neanche rimproverare gli attori che, possono essere sì acerbi, ma comunque malleabili sotto la guida di un bravo regista. A sollevare il livello del film con grandi mani e grande professionalità e umanità è Paul Giamatti nel ruolo di Frate Lorenzo, che sembra essere l’unico attore del cast a onorare la memoria di Shakespeare donando al suo personaggio le giuste sfumature e trattandolo con rispetto. La performance di Giulietta, invece, con il volto candido della diciassettenne Hailee Steinfeld (vista ne Il Grinta dei Coen) convince di più, nonostante rimanga sempre un po’ freddina e, quindi, non corrispondente alla personalità originale del carattere e defraudata di alcuni importanti cambiamenti di emotivo che contraddistinguono la crescita del personaggio nell’incedere vorticoso del dramma.  Visivamente suggestiva la celebre scena del balcone, ma ci si arriva troppo in fretta e non si sente quella giusta tensione dovuta al pericolo che i due ragazzi stanno correndo nel vivere quel fugace incontro segreto.

Il finale ci regala un bel momento di cinema(anche se infedele…originariamente, infatti, Giulietta non rivedrà mai più vivo il suo Romeo, mentre qui si scambiano addirittura qualche parola poco prima della morte di lui) incorniciando un’incantevole immagine dei due amanti che giacciono l’uno sull’altro. Altra oppressiva pecca è l’invadente colonna sonora: non si può sopperire al vuoto dei contenuti (ovviamente dei contenuti che si è voluto scarnificare…) con una sovrabbondanza di musica. È una scelta da principianti e molto fastidiosa per lo spettatore che non gode neanche di un secondo di silenzio o di autentica recitazione. E, ancora una volta, affido la responsabilità alla regia e non al compositore in questione (James Horner) che si è sempre rivelato un bravissimo musicista. È il ritmo a peccare, il senso. Non per essere ripetitivi, ma ancora una volta il fedele Zeffirelli collaborava, per le musiche del suo film, con il maestro Nino Rota…le cui note leggere e travolgenti, colme di tristezza e poesia che accompagnavano la visione perfetta di quello che la nostra immaginazione ci aveva sempre suggerito, ancora riecheggiano nella nostra mente come il suono di un bellissimo ricordo. Romeo & Juliet di Carlei, probabilmente piacerà a un pubblico meno attento e maturo, perlopiù femminile (a causa dei giovani attori bellocci del cast) che spero si appassioni più da vicino all’essenza delle vicende e approfondisca in più direzioni, cogliendone gli insegnamenti e continuando ad affrontare i sogni e le battaglie della vita a testa alta.

Si corre verso l’amore come gli scolari scappano dai libri, ma andare via dall’amore è come tornare a scuola…”.

Giovanna Ferrigno

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  • Anno: 2013
  • Durata: 118’
  • Distribuzione: Good Films
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Svizzera, Gran Bretagna, Italia
  • Regia: Carlo Carlei
  • Data di uscita: 12-February-2015
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