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Venezia 70: “Memphis” di Tim Sutton (Biennale College Cinema)

Presentato nell’ambito della rassegna Biennale College Cinema, lo statunitense Memphis, diretto da Tim Sutton e interpretato da Willis Earl Beal, ha lasciato ai più l’amaro in bocca per ciò che prometteva e non ha realizzato

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il

 

Anno: 2013

Durata: 84’

Genere: Sperimentale

Nazionalità: USA

Regia: Tim Sutton

 

Presentato nell’ambito della rassegna Biennale College Cinema (“laboratorio di alta formazione aperto a giovani filmmakers per la produzione di film a basso costo”), lo statunitense Memphis, diretto da Tim Sutton e interpretato da Willis Earl Beal (artista, comico e mago che ne firma anche la buona colonna sonora), ha lasciato ai più l’amaro in bocca per ciò che prometteva e non ha realizzato. Al cuore del soggetto vi è una materia magmatica dalle grandi potenzialità, il rapporto tra musica, spiritualità e magia, che però non viene “trattata” dal regista ma solo messa in mostra, come inerte. Un flusso di immagini suggestive e di brevi tranches de vie dal delta del Mississippi che non si compongono in un quadro narrativo dotato di una minima coerenza ma restano, più che altro, un insieme di sensazioni al cui centro campeggia la pur intensa presenza del protagonista, un bluesman che ha smarrito la vocazione e si aggira tra funzioni celebrate da pastori battisti e fugaci incontri con personaggi impalpabili. A poco a poco viene ripreso dal regista il declino di questo cantante tormentato, che si aggira nel paesaggio urbano cercando di salvarsi l’anima, ritenendo il suo talento una sorta di ‘dono divino’ che lui non è più in grado di valorizzare, e rifugge gli studi di registrazione per dedicarsi a giornate ‘naturalistiche’, presso zone piene di alberi e verde, che indirizzano il film quasi verso un approccio documentaristico.

A Memphis – racconta Sutton – circola la leggenda di un cantante dotato e maledetto chiamato O.V. Wright, che cadde in disgrazia e fu sepolto in una tomba senza nome. Sono venuto a conoscenza di questo mito all’incirca nello stesso periodo in cui mi portarono alla Peace Baptist Church e assistetti a una spiritualità profonda e antica come le querce che costeggiano tutte le strade della città. Credendo fermamente nelle storie di fantasmi ed essendo specializzato in studi africani, ho avuto l’impulso di raccontare una storia popolare, e c’era un unico luogo che avevo in mente. Ci siamo circondati di veri abitanti di Memphis e abbiamo girato un film che si spera proietti l’immagine di un mondo fresco e splendido, vecchio come la terra eppure assolutamente nuovo e che meritava il titolo di Memphis”.

Peccato, nonostante tutto, per la mancata occasione di rappresentare in immagini coerenti una storia ed un progetto dalle caratteristiche piuttosto originali. 

Elisabetta Colla

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