Sembrano memorie di tempi lontanissimi da noi, quelle evocate dalle tre storie al femminile (tre signore over 65), raccontate nel film Memorias de un cuerpo que arde (Memories of a burning body), attraverso l’interpretazione di una sola, splendida attrice Sol Carballo, e raccontano come i temi del corpo e del sesso – in particolare al femminile – fossero tabù intoccabili solo fino agli anni Cinquanta e sessanta (pre-rivoluzione sessuale), per gli adulti dell’epoca, genitori, educatori, professori, prima cioè che irrompessero le prime lotte ‘ufficiali’ delle donne, alla fine degli anni Sessanta, per la ricerca di un nuovo modo, esplicito e liberatorio, di interpretare la propria libertà ed autodeterminazione, in tutti gli ambiti della vita, compreso quello della sessualità.
Diretto dalla regista, attrice e produttrice costaricana Antonella Sudasassi Furniss, Memorias de un cuerpo que arde – premio del pubblico alla Berlinale 2024 e presentato in questi giorni al Festival RIFF 2024 dove il film ha ottenuto una Menzione speciale – è un capolavoro intimo e insieme una forma di protesta collettiva, che svela quanto i tabù abbiano inibito per secoli, fino a poco tempo fa e in alcuni Paesi ancora oggi, la vita sessuale (e non solo) ed il piacere delle donne, relegandole a immaginare, sognare, soffrire e spesso subire molestie e violenze senza poterne mai apertamente parlare e tantomeno denunciare i colpevoli. Come racconta infatti una delle tre protagoniste – che hanno offerto le loro storie, i ricordi e i loro drammi alla narrazione cinematografica – dopo aver subito violenza ad 11 anni: ‘l’aggressore mi disse: non puoi parlare con nessuno di quanto è successo perché nessuno ti crederebbe e anzi penserebbero male di te”.
Fra i ricordi di Ana (68 anni), Patricia (69) e Mayela (71) aleggia infatti l’idea della colpa, come una gabbia dentro la quale il patriarcato ha voluto per secoli imprigionare le donne, per farle tacere, per tenerle sotto scacco, per continuare a vessarle con piccoli o eclatanti gesti di violenza e soggezione. Ma queste donne, ormai libere di esprimersi in un mondo in parte trasformato, si raccontano senza infingimenti e, protette dal corpo dell’attrice protagonista e dalla voce fuori campo, che assicura loro l’anonimato sullo schermo, si rendono testimoni e portavoce di un’intera generazione.
Il film, oltre al Premio del pubblico vinto alla Berlinale 2024, ha ricevuto una menzione speciale della giuria ACCU al 42° Festival Internazionale del Cinema dell’Uruguay ed ha partecipato a 65 festival internazionali ricevendo numerosi premi. Di recente è stato scelto per rappresentare la Costa Rica agli Oscar e ai Goya Awards (come primo film costaricano).
Le parole per dirlo: dare voce alle donne invisibili
Negli anni Settanta la scrittrice femminista Marie Cardinal scriveva un libro-manifesto per le donne sulle donne, intitolato Le parole per dirlo. Ed ecco che nel 2024 l’idea del film di Antonella Sudasassi Furniss torna a ricercare e formulare lo stesso bisogno, impellente ed inespresso da tante, troppe donne: quello di poter finalmente parlare e dire quanto hanno tenuto nascosto, soprattutto riguardo ai loro desideri sessuali, nel segreto dei loro cuori e delle loro viscere: l’amore, la rabbia, la passione, le memorie di un corpo che ancora arde e che, come dice una delle protagoniste ridendo: “ci vorrebbero i pompieri per spegnere il fuoco che c’è in me”.
Così finalmente Ana, Patricia e Mayela possono prendere la parola e raccontare le esperienze e i ricordi mai svelati, tutelate dal corpo di Sol Carballo (attrice e ballerina costaricense) alla quale la regista, in modo originale e poetico, dona il ruolo di incarnare le tre storie, e che dona una interpretazione magnifica delle donne di un’intera generazione, sottomesse ai mariti ed alle regole sociali.
Tutto si svolge in un unico ambiente, un appartamento borghese degli Anni Cinquanta dove si sovrappongono epoche ed eventi diversi della vita delle tre protagoniste (“il tempo è una bolla, non è lineare”, dice la voce fuori campo, cui è affidato il compito di dar voce alle storie): feste di matrimonio, accudimento dei mariti, insoddisfazioni sessuali, nascite dei figli, violenze domestiche, stupri, nuovi amori, rinascite in età avanzata.
Dallo sfinimento psico-fisico e dalla malattia, dalle proprie ceneri, si può rinascere, come la Fenice: la forza delle donne emerge prepotente, con i giusti aiuti, con nuovi incontri ma, soprattutto, maturando una consapevolezza del proprio valore, del giusto riconoscimento da dare al proprio corpo, dell’affermazione di un’autonomia per troppo tempo soffocata.
Il momento più bello, come racconta nel finale del film una delle tre donne nascoste dall’anonimato, è quando dopo drammi e sofferenze indicibili: ‘ero finalmente libera, non appartenevo ai miei genitori, a un marito, ai figli, ma solo a me stessa’.
Una conversazione immaginaria sul sesso con le nonne
Antonella Sudasassi Furniss ha dichiarato in numerose interviste che il film Memorias de un cuerpo que arde, il suo secondo lungometraggio, si è originato ‘dalla conversazione che non ho mai avuto con le mie nonne’, cioè dalle mille domande che avrebbe voluto porre alle sue nonne sulla loro vita sessuale, imbrigliata nella tradizione e che ha posto comunque ad altre donne, cresciuta nella stessa epoca delle sue nonne. Dunque l’attenzione era verso una sessualità raccontata nella fase senile della vita, che però abbracciasse l’intero arco dell’esistenza delle protagoniste.
Da sempre interessata ai personaggi femminili, alle prospettive di genere ed alla denuncia del machismo, la regista si è fatta notare per il suo primo lungometraggio El Despertar de las Hormigas, che racconta come alle donne abbiano insegnato, di generazione in generazione, ad annullare se stesse in nome di un amore incondizionato per mariti e figli, e di come una prospettiva ‘maschilista’ abbia condotto molte donne ad annullarsi per gli altri dimenticando se stesse.
“Vengo da una famiglia di donne forti – ha dichiarato la regista – Mia nonna paterna, capofamiglia, ha cresciuto i suoi sette figli da sola, mia nonna materna ha avuto undici figli, mia madre cinque. Tutti i miei ricordi d’amore ruotano intorno a situazioni o conversazioni con mia madre, le mie sorelle, le mie zie, le mie nonne. Ho imparato l’amore da loro. Mi hanno inconsapevolmente insegnato che l’amore deve essere incondizionato, indulgente, mi hanno insegnato a mettere gli altri al primo posto, ad amare in modo ‘materno’.”
Come regista e scrittrice, Antonella Sudasassi Furniss, che ha realizzato anche la sceneggiatura dei suoi film, intende dunque, con Memorias de un cuerpo que arde, scendere ancora più in profondità nel raccontare le piccole e grandi vessazioni e violenze, esplicite o sottili, subite dalle donne nella loro vita quotidiana o nel segreto delle loro camere da letto, per ‘ricordare’ la solitudine e la forza delle donne di un tempo (oggi che fortunatamente si è diffuso il #MeToo) e la rivalsa che molte di loro si sono prese in età avanzata con nuove storie di amore e sesso libero, finalmente prive di vincoli ed imposizioni esterne.