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Mubi Film

‘Werewolf’ – Il freddo racconto della dipendenza di Ashley McKenzie

Disponibile su Mubi l'opera prima di Ashley McKenzie, un racconto sulla dipendenza e sulla fragilità dei rapporti umani

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Werewolf è un film drammatico canadese del 2016, diretto da Ashley McKenzie ed interpretato da Andrew GillisBhreagh MacNeil. Prodotto a basso budget, costituisce il primo lungometraggio della regista dopo una serie di corti, tra cui 4 QuartersWhen you sleep e Stray.

Il film, che segue alcuni episodi della vita di una coppia dipendente da metadone, ha ottenuto un discreto successo, in particolare nell’ambiente festivaliero. Dopo la sua presentazione al Toronto Film Festival del 2016, infatti, ha vinto alcuni premi, tra cui “Miglior film di registi canadesi”, da parte del Vancouver Film Critics Circle, e, soprattutto, “Miglior film canadese”, da parte della Toronto Film Critics Association.

In Italia il film è disponibile su MUBI, dove è presente anche il successivo lungometraggio dell’autrice: Queens of the Qing Dynasty.

Sinossi

Blaise (Andrew Gillis) e Vanessa (Bhreagh MacNeil), entrambi dipendenti da metadone, cercano a fatica di sopravvivere all’estrema povertà ed alla vita di strada. La loro unica fonte di sostentamento è un vecchio tosaerba, che utilizzano per offrirsi di tagliare il prato agli abitanti del paese. I due vivono la situazione precaria in cui si trovano in maniera profondamente differente, lui sembra quasi arreso, lei cerca un riscatto. Il loro forte rapporto si troverà presto sull’orlo del collasso a causa della differente attitudine.

L’estetica dell’immobilità

L’estetica che Ashley McKenzie decide di utilizzare per il suo Werewolf è tutt’altro che consueta. La fotografia è fredda ed asettica, caratterizzata da una forte grana, i colori tendono al bianco e la maggior parte dell’opera è girata con una camera a mano parecchio instabile. Il risultato, in alcuni casi disturbante, è un forte senso di precarietà.

La narrazione delle giornate dei personaggi, almeno fino all’ultimo atto, è infatti volutamente monotona e ripetitiva, gli eventi si ripetono, spesso con lo stesso risultato fallimentare, e niente sembra portare ad un determinato obiettivo. Nelle prime fasi dell’opera, il contrasto tra il calore del forte legame tra i due e la freddezza della fotografia lascia intendere che nel loro rapporto vi sia qualcosa di profondamente sbagliato. A ciò contribuisce il fatto che le origini dei protagonisti non sono mai esplicitate, se non con brevissimi e rari dettagli. Ciò che importa non è il passato ma, al contrario, il qui ed ora ed il futuro che i due cercano di ottenere.

Il film non si spinge mai troppo oltre nel narrare gli orrori ed il degrado presenti nella vita dei protagonisti, preferisce piuttosto lasciarli intendere concentrandosi sulle loro emozioni e su pochi elementi fondamentali. L’opera è infatti ricca di primi piani e dettagli, come se si cercasse di scavare nella soggettività dei volti dei protagonisti, costantemente stanchi e disillusi. I piani più larghi, invece, contribuiscono, insieme alla camera a mano, al racconto della vita ai margini della società. I due sembrano infatti schiacciati da ciò che li circonda, spesso si trovano esiliati nella parte bassa dell’inquadratura o nelle estremità laterali, quasi mai mostrati per intero. Questo cambierà, parzialmente, solo nel terzo atto.

Tutto ciò genera un’idea di stasi, un’immobilità fragile, che può essere spezzata da un momento all’altro, coerente, quindi, con il modo in cui viene raccontata la routine quotidiana di Blaise e Vanessa.

‘Werewolf’ e la dipendenza

Il tema maggiormente approfondito da Ashley McKenzie in Werewolf  è quello della dipendenza, raccontata su piani differenti.

In primo luogo, la dipendenza è quella che Blaise e Vanessa hanno sviluppato nei confronti del metadone. Questa rappresenta il punto di partenza da cui si sviluppano poi le altre vicende del film. Il modo in cui i due si procurano il metadone, sfruttando il programma di disintossicazione è raccontato con estremo realismo ed è tutt’altro che “romanzato”. Le continue visite in farmacia scandiscono il periodo raccontato e la ripetizione degli eventi contribuisce al già citato senso di stasi. Viene inoltre esplorato, anche se in maniera poco approfondita, il rapporto tra il singolo e il sistema burocratico, questo, anche se non costituisce il cuore dell’opera, contribuisce ad ampliarne il valore sociale.

Il secondo modo di narrare la dipendenza è rappresentato dall’elemento del tosaerba. Questo, utilizzato dai due per procurarsi i pochi soldi necessari per la sopravvivenza, diventa simbolo della loro condizione di vita precaria. Più volte viene infatti messo in evidenza quanto il mezzo sia, contemporaneamente, di vitale importanza per i protagonisti, e continuamente sul punto di rompersi. Il vecchio tosaerba genera una sensazione di urgenza, lo spettatore sa che questo non durerà a lungo e ci si chiede quindi come potranno procurarsi da vivere Blaise e Vanessa senza tale fonte di denaro. L’oggetto diventa quindi catalizzatore della necessità di un cambiamento rapido e simbolo di come il loro destino non sia del tutto nelle loro mani.

Il terzo, e più importante, elemento legato alla dipendenza, è quello dei legami affettivi ed interpersonali. I protagonisti si ritroveranno infatti a dipendere da alcuni amici, che li ospiteranno, diventando quindi punti cardine della loro sopravvivenza nel periodo raccontato. Il tema si concretizza soprattutto nel rapporto tra Blaise e Vanessa. Il loro legame è costantemente preso in esame dall’autrice e costituisce il vero fulcro del film. Se inizialmente l’intensità di esso sembra dare forza ai protagonisti, ci accorgeremo presto dell’incompatibilità tra la forza di volontà di Vanessa e l’incapacità di agire di Blaise, che costituisce la principale causa della spirale autodistruttiva che i due stanno vivendo. Il loro rapporto è quindi rappresentato da un dualismo di dedizione ed egoismo, amore e morte; non a caso le prime due inquadrature mostrano, rispettivamente, uno stretto nodo ad una corda ed il dettaglio dei piedi di un impiccato.

Il vero lupo mannaro

Per tutta la durata del film risulta spontaneo chiedersi a cosa faccia riferimento il titolo, Werewolf. Il lupo mannaro rappresentato da Ashley McKenzie non è altro che l’istinto quasi animalesco che i suoi due personaggi devono combattere. La loro dipendenza, in particolare quella di Blaise, è talmente forte da cambiarlo e renderlo differente da ciò che era una volta, persona che allo spettatore non è permesso di conoscere.

Il vero orrore di Werewolf è quindi la possibilità che qualcosa di esterno, in questo caso una forte dipendenza, possa cambiare profondamente le persone a cui teniamo, rendendole irriconoscibili e scatenando in esse un’indole distruttiva ed autodistruttiva. La potenza del film si trova quindi nella sua capacità di analizzare razionalmente questo cambiamento ed il modo in cui viene vissuto dai due. Il dilemma è quindi quello di capire se sia possibile convivere e curare tale lupo mannaro o se sia meglio allontanarsi da esso.

In altre parole il film vuole analizzare la fragilità dei rapporti davanti ad un male talmente intenso da cambiare radicalmente e rendere irriconoscibile un individuo.

“Potrebbe essere molto minaccioso quando una persona cambia.”

Conclusioni

Werewolf è un’opera prima estremamente significativa e profonda. La sua trasposizione della dipendenza, asettica e razionale, vuole trattare una tematica sociale forte, quella della dipendenza, e universale, quella dell’essenza dei rapporti umani. La fotografia fredda, le musiche malinconiche e la camera a mano rendono memorabile la visione facendo da chiave di lettura all’opera ed amplificandone il significato. Il film di Ashley McKenzie è sicuramente una visione forte, che porta a mettersi in discussione e, sicuramente, non lascia indifferenti.

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Werewolf

  • Anno: 2016
  • Durata: 79'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Canada
  • Regia: Ashley McKenzie