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Editoriale

Lo Sciopero degli attori a Hollywood continua. Che sta succedendo!

Gli attori americani sono in sciopero contro le Majors per i diritti residuali e contro l'intelligenza artificiale

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Sciopero! É questa la parola d’ordine che echeggia nel mondo dorato di Hollywood. Dapprima in sciopero erano gli sceneggiatori del Writers Guild of America (WGA). Una quindicina di giorni fa hanno aderito alla protesta gli attori che fanno parte della Screen Actors Guild-American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA), sindacato che rappresenta circa 160mila lavoratori dello spettacolo.

Le ragioni dello sciopero di Hollywood

Più che la richiesta di un aumento dei compensi per il lavoro svolto sul set, adeguato al costo dell’inflazione, gli attori protestano per ottenere un aumento dei “diritti residuali”. In coro chiedono di innalzare le royalty di film o di una serie tv  messa online sulle piattaforme e di calcolare tali diritti sui dati d’ascolto dei servizi di streaming. Un tempo, per una serie o per un film che veniva ritrasmesso, gli interpreti ricevevano un compenso calcolato in base allo share.

Disney+, Paramount+, Sony, Warner Bros. Discovery+, Netflix, Amazon, AppleTV e NBCUniversal, si rifiutano di pubblicare i dati di ascolto e di concedere il pagamento in base al successo della serie tv o del film.

L’incubo dell’Intelligenza Artificiale

Quello che allarma maggiormente l’esercito di attori iscritti al SAG-AFTRA  riguarda l’uso sempre più massiccio nelle produzioni cinematografiche e televisive dell’Intelligenza Artificiale. Gli Studios spingono, infatti, per sostituire gli attori in carne e ossa con la scansione della loro immagine. Non solo. Ritenendo di essere i proprietari della scansione, hanno idea di utilizzarla a loro piacere per qualsiasi altro progetto, senza fornire alcun compenso all’attore. A tal riguardo John Cusack, ha dichiarato:

Le produzioni possono pagare una comparsa per un giorno di lavoro e utilizzarne l’immagine per sempre senza sborsare più nulla”.

L’utilizzo dell’IA è, quindi, una minaccia concreta per la sopravvivenza di un’intera categoria e che mette a rischio migliaia di posti di lavoro.

Chi è la leader della protesta e chi sono i big che stanno scioperando?

A guidare la protesta è la leader del sindacato Fran Drescher, comparsa nella serie televisiva degli anni ’90 La tata. Adescono alla protesta:

Meryl Streep, George Clooney, Joaquin Phoenix, Jamie Lee Curtis, Jennifer Lawrence, Charlize Theron, Margot Robbie, Olivia Wilde, Ewan McGregor e tanti altri.

Gli effetti dello sciopero

Tutti i set, sia televisivi che cinematografici sono bloccati. Gli attori non potranno promuovere film e serie già realizzati, né concedere interviste o postare sui loro profili social notizie che riguardano il loro lavoro. Matt Damon e il cast di Oppenheimer, il film di Christopher Nolan ha abbandonato il tappeto rosso dell’anteprima londinese in segno di solidarietà, poco prima che lo sciopero iniziasse ufficialmente.

Se l’agitazione dovesse continuare, i festival, come la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, non vedrà la presenza dei divi sul red carpet e nelle conferenze stampa. Precauzionalmente, il direttore Barbera ha sostituito il film di apertura della Mostra e, invece, di Challengers di Luca Guadagnino, interpretato dall’americana Zendaya e dall’inglese Josh  O’Connor, aprirà le danze Comandante, diretto da Edoardo De Angelis, con Pierfrancesco Favino.

Quali soluzioni?

La paralisi di numerose produzioni cinematografiche e televisive sta provocando un enorme danno economico agli Studios. Sarebbe folle da parte loro continuare in uno sterile e autolesionistico braccio di ferro. Da registrare, in loro difesa, la dichiarazione di Bob Iger, amministratore delegato della Disney.

“È molto inquietante per me. Abbiamo parlato di forze dirompenti in questo business e di tutte le sfide che stiamo affrontando. La ripresa da COVID che è in corso, non è del tutto completata. Questo è il momento peggiore al mondo da aggiungere a tale interruzione. Comprendo il desiderio di qualsiasi organizzazione sindacale di lavorare per conto dei suoi membri per ottenere il massimo compenso ed essere ricompensato in modo equo in base al valore che forniscono. Siamo riusciti, come industria, a negoziare un ottimo accordo con la corporazione dei registi che riflette il loro valore in questo grande business. Volevamo fare la stessa cosa con gli sceneggiatori e vorremmo fare la stessa cosa con gli attori. C’è un livello di aspettativa che hanno, che non è realistico. E si stanno aggiungendo all’insieme delle sfide che questa azienda sta già affrontando che è, francamente, molto dirompente. [Lo sciopero] Avrà un effetto molto, molto dannoso sull’intera attività e, sfortunatamente, ci sono enormi danni collaterali nel settore per le persone che sono servizi di supporto, e potrei continuare all’infinito. Colpirà l’economia di diverse regioni, anche a causa delle dimensioni del business. È un peccato, è davvero un peccato.”

Gli attori hanno un grande appeal sui media e non credo che l’opposizione  messa in atto da Netflix, Amazon e Disney ect, che sopravvivono in base al gradimento dei loro abbonati, sia un’operazione che attiri le simpatie del largo pubblico.

Al di là dell’aspetto economico e del rispetto della dignità umana, credo che, ciò che ha reso compatto lo sciopero degli attori americani sia il riconoscimento di una professionalità, spesso, dai più, negata e disconosciuta. Quante volte gli attori hanno raccontato che, quando dichiaravano di “fare gli attori”, si sentivano rispondere: “Ma non é un mestiere”. Elio Germano raccontò una volta che si sentì “finalmente” un attore quando poté ottenere un mutuo in banca.

Credo che il tema dell’identità professionale sia centrale soprattutto per gli attori americani che, nel periodo del cinema classico, trattati come marionette, non avevano alcuna voce in capitolo e dovevano interpretare qualsiasi ruolo imposto dai dispotici produttori.

Ci auguriamo che gli attori maggiormente esposti nella lotta contro le Majors non finiscano in una “black list”, tacciati di essere “comunisti”, come accadde ad Humprey Bogart, Katherine Hepburn, Dalton Trumbo, Lauren Bacall e tanti altri, sul finire degli anni  Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta.

Nel ribadire la vicinanza a quegli attori che guadagnano cifre  modeste, e che si stanno battendo per una causa giusta e sacrosanta, ci auguriamo che si arrivi presto ad un accordo.

 

 

 

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