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Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

Vittorio De Seta, l’antropologo con la macchina da presa

Ripercorriamo la carriera del regista e documentarista Vittorio De Seta, al quale, in occasione del centenario dalla nascita, la 59esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, in programma dal 17 al 24 giugno, dedica un affettuoso omaggio

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Cento anni fa nasceva Vittorio De Seta, regista, documentarista e sceneggiatore italiano, autore, tra gli altri, di racconti e inchieste su di un’Italia meridionale ormai scomparsa.

Nella ricorrenza, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, giunta alla 59esima edizione in programma dal 17 al 24 giugno, ricorda l’autore, venuto a mancare nel 2011, proponendo la visione di tre dei quattro episodi di Quando la scuola cambia, inchiesta televisiva sulla scuola italiana da lui realizzata per la RAI nel 1978.

Dagli esordi come aiuto regista ai grandi documentari degli anni Cinquanta

Nato a Palermo il 15 ottobre 1923, De Seta intraprende la propria carriera di narratore per immagini nella prima metà degli anni Cinquanta.

È allora, infatti, che, abbandonati gli studi di architettura a Roma, il giovane Vittorio decide di intraprendere la carriera cinematografica, lavorando, dapprima, come secondo aiuto regista di Mario Chiari nell’episodio Dopoguerra 1920 del film Amori di mezzo secolo (1954), e quindi, come aiuto regista nel lungometraggio Vacanze d’amore (1955), per la regia di Jean-Paul Le Chanois.

Il vero interesse di De Seta, però, non è per i racconti di finzione ma per il mondo reale. Ad attrarlo, infatti, sono i pescatori, i contadini e i pastori con le loro storie dure e al contempo piene di poesia. Si tratta di un richiamo verso il mondo proletario sul quale incide non poco l’esperienza da lui vissuta in prima persona con la prigionia in un campo di concentramento tedesco. Una prigionia durata due lunghi anni (dal 1943 al 1945), durante i quali il giovane Vittorio, di origine aristocratica, viene a contatto col mondo della sofferenza e della privazione.

Ora, quelle privazioni e quelle sofferenze De Seta le ritrova nella povera gente, in quelle donne e in quegli uomini compresi in una incessante lotta per la sopravvivenza, che portano con sé, inconsapevoli, una cultura antica, ancestrale, attraverso le cui consuetudini si perpetua il prodigio della comunanza e della solidarietà. Sono loro ad essere sotto l’occhio della macchina da presa con la quale l’autore siciliano realizza, dal 1954 al 1959, una serie di brevi documentari in cui mette in scena un mondo arcaico, dominato dalla fatica e dal sacrificio. Ma al tempo stesso, un mondo genuino, pasolinianamente sacro poiché ancora incontaminato dall’omologazione di una modernità prossima a venire. Quella modernità che, supportata dalle illusorie suggestioni di dominio della natura, travolgerà assetti, rapporti e comportamenti.

Ed è in questa ottica che De Seta, preavvertendo la fine di quell’universo magico e primordiale, si cala nei panni di un autentico antropologo.

Il regista riporta senza infingimenti la realtà che prende corpo davanti ai suoi occhi. I suoi filmati documentano fedelmente gli usi, i costumi e le tradizioni dell’Italia meridionale di allora. Sono, infatti, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna i teatri in cui va in scena la vita quotidiana coi suoi antichi riti legati al lavoro, alla socialità e al sentimento religioso. Si tratta di un mondo prossimo a sparire. Duro, faticoso, drammatico, eppure autentico e incontaminato.

È perciò con emozione che accogliamo le immagini della pesca del tonno (Contadini del mare) e del pescespada (Lu tempu di li pisci spata), oppure quelle del raccolto del grano (Parabola d’oro) e dei minatori delle solfatare (Surfarara).

De Seta rinnova il linguaggio documentaristico eliminando ogni commento fuori campo. Annullate le didascalie, lascia che siano le voci della natura e degli uomini a fluire liberamente. Il soffio del vento e lo sciabordio delle onde s’intrecciano, così, ai canti, alle parole, persino alle preghiere (Pasqua in Sicilia). L’uomo è “nella” natura, in perfetta consonanza con essa. Il regista siciliano ribadisce il concetto mediante l’eccellente composizione delle inquadrature. Si tratta di un’armonia che non s’infrange nemmeno quando il vulcano minaccia di eruttare (Isole di fuoco, vincitore del premio per il miglior documentario al Festival di Cannes del 1955) o il mare s’ingrossa (Pescherecci).

La ricerca antropologica di De Seta, dopo essersi concentrata prevalentemente sul territorio siciliano, si sposta nella Sardegna dei pastori (Pastori di Orgosolo) e delle loro compagne (Un giorno in Barbagia), per concludersi in Calabria, nel paese di Alessandria del Carretto, dove la strada che lo collega col resto del mondo è lontana quindici chilometri (I dimenticati).

Sono dieci documentari in tutto. Dieci documentari che costituiscono un’autentica testimonianza epocale, e che, proprio per questo, dopo essere stati restaurati nel 2008 dalla Cineteca di Bologna, vengono ripubblicati da Feltrinelli in una raccolta intitolata emblematicamente Il mondo perduto.

L’esordio di De Seta nel lungometraggio di finzione: Banditi a Orgosolo

Nel 1961, De Seta fa il suo esordio nel lungometraggio con il film Banditi a Orgosolo.

Il regista, pur emigrando nell’ambito del racconto fiction, non si discosta dai temi centrali dei suoi precedenti lavori. E anzi, proseguendo il discorso intrapreso coi già citati Pastori di Orgosolo e Un giorno in Barbagia, torna nel mondo dei pastori sardi per approfondirne gli aspetti socio-antropologici. Da lì, indaga sul fenomeno del banditismo ricollegandolo alla povertà endemica e alla disperante mancanza di alternative.

La trama è tutto sommato semplice: il pastore Michele (Michele Cossu) viene ingiustamente accusato di aver rubato del bestiame e di aver ucciso un carabiniere. Temendo di perdere le proprie pecore, suo unico mezzo di sostentamento, l’uomo fugge insieme a queste e al fratello minore Giuseppe (Giuseppe “Peppeddu” Cuccu), affrontando un durissimo cammino tra le montagne della Barbagia. Risulterà tutto inutile perché Michele perderà il suo gregge e sarà costretto a trasformarsi in bandito.

Asciutto nella sua cupa disperazione, Banditi a Orgosolo sembra rinnovare la tradizione neorealista italiana attraverso una storia “interpretata da pastori sardi” che De Seta cala in un microcosmo ancestrale regolato dalla legge della sopravvivenza.

L’anima di questi uomini è rimasta primitiva”, spiega la voice over iniziale, “Quello che è giusto per la loro legge, non lo è per quella del mondo moderno”.

Siamo, dunque, dinanzi a due sistemi opposti che rispondono a regole opposte. Lo Stato e il progresso (o forse, come sottolineava Pasolini, il mero sviluppo) vengono percepiti come distanti, sostanzialmente ostili.

De Seta presenta i suoi protagonisti come soli, abbandonati a se stessi, chiamati a lottare contro un destino che incombe a mo’ di una misteriosa condanna (“Si vede che siamo nati disperati”). Scontano così la miseria, alla stregua di una colpa atavica e incancellabile cui opporre la dignità e il coraggio. Subentra inevitabilmente un fatalismo che annienta ogni sforzo:

– “Perché muoiono tutte?”, chiede il piccolo Giuseppe al fratello Michele, vedendo le pecore agonizzanti.

– “Si vede che erano destinate così”, gli risponde quest’ultimo.

Non è rassegnazione, ma definitiva presa di coscienza. Perché – sembra riflettere il regista siciliano – per la povera gente come Michele e Giuseppe l’ingiustizia non può che assumere la forma di una tragica predestinazione.

Scritto dallo stesso De Seta assieme alla moglie Vera Gherarducci, Banditi a Orgosolo viene presentato al Festival di Venezia del 1961, dove, dopo essere stato candidato al Leone d’oro, vince il premio come migliore opera prima. È un successo che si ripete l’anno seguente, allorquando la pellicola del regista palermitano ottiene il Nastro d’Argento alla migliore fotografia.

Un uomo a metà (1966)

Il passaggio di De Seta al racconto intimista: Un uomo a metà

Cinque anni dopo il successo di Banditi a Orgosolo, De Seta torna a dirigere un nuovo film dal titolo Un uomo a metà (1966), dramma che ha per protagonista Michele (Jacques Perrin), un giornalista vittima di un esaurimento nervoso, il quale, dopo essere stato ricoverato in una clinica psichiatrica, ripercorre la propria vita individuando nella madre severa (Lea Padovani) e nel fratello egoista (Gianni Garko) le cause delle sue insicurezze e delle proprie fragilità.

Con Un uomo a metà, De Seta sorprende il proprio pubblico proponendo un racconto intimista dalle evidenti venature psicanalitiche che si colloca agli antipodi dei suoi precedenti lavori.

Al centro della narrazione, infatti, non ci sono più gli spazi aperti del sud d’Italia, né tantomeno le vite di pastori e contadini. Ora protagonista è il volto emaciato di un giovane intellettuale alle prese con le proprie crisi esistenziali. Si tratta del passaggio dal mondo del proletariato a quello di una borghesia insoddisfatta che segna in qualche modo una diversa impostazione narrativa. De Seta, infatti, abbandona quella oggettività descrittiva che sino ad allora aveva caratterizzato le proprie opere per virare in maniera finanche sorprendente su di un’impostazione puramente soggettiva.

Non sono, infatti, le azioni del protagonista ad essere al centro del racconto, ma le sue nevrosi, i propri traumi, le debolezze. Tutto viene filtrato attraverso il flusso di coscienza sconvolto di Michele. Prevalgono, così, visioni, ricordi, ossessioni. De Seta si muove in spazi angusti utilizzando inquadrature strette e ricorrendo ampiamente al flash-back. Quell’approfondimento che prima riguardava il mondo fuori ora si trasforma in introspezione, in sguardo sull’anima ferita.

Nonostante il cambio di registro, De Seta confeziona un film d’indubbio valore, in cui l’elemento di maggior pregio è costituito dall’eccellente prova di Jacques Perrin. Una prova che porta l’attore francese ad ottenere la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile al Festival del cinema di Venezia del 1966.

The Uninvited (1969) - IMDb

Il terzo lungometraggio di Vittorio De Seta: L’invitata

Nel 1969, De Seta realizza il suo terzo lungometraggio dal titolo L’invitata.

Vi si narra la storia della giovane Anne (Joanna Shimkus), la quale viene raggiunta a Parigi dal marito Laurent (Jacques Perrin), dopo un lungo periodo di assenza per lavoro. Assieme a quest’ultimo c’è una ragazza inglese (Lorna Heilbron) giunta nella capitale francese per apprendere la lingua. Anne sospetta che tra i due vi sia una relazione sentimentale. E perciò, ferita e offesa, corre da Francois (Michel Piccoli), l’architetto presso il quale lavora. L’uomo si mostra gentile con Anne e invita quest’ultima a seguirlo nel sud della Francia dove si trova sua moglie. Anne accetta l’invito e parte insieme a lui. Lungo il viaggio, tra i due si svilupperanno dinamiche impreviste.

Impostato come road-movie, L’invitata rappresenta un dramma sentimentale imperniato sul tema della gelosia. Il film è raccontato con raffinatezza e sensibilità, ed è caratterizzato, oltreché dall’ottima sceneggiatura scritta dallo stesso De Seta assieme a Tonino Guerra e Lucile Laks, dalle notevoli prove attoriali della Shimkus – abilissima nell’interpretare il doppio ruolo di vittima e (aspirante) carnefice – e di un Piccoli in assoluto stato di grazia.

Eppure, nonostante l’intrinseca qualità, L’invitata, pur incontrando l’approvazione di Alberto Moravia e Pierpaolo Pasolini, non ottiene il riscontro di pubblico sperato.

Diario di un maestro, di Vittorio De Seta

Il passaggio di De Seta alla televisione: dal successo di Diario di un maestro alle successive collaborazioni con la RAI

Quattro anni più tardi, De Seta torna alle origini con un’opera sul disagio sociale giovanile dall’impostazione decisamente verista.

Non è più il cinema lo strumento da lui utilizzato, ma la televisione. Per la RAI, infatti, il regista siciliano realizza Diario di un maestro (1973), miniserie in quattro puntate tratta dal romanzo autobiografico Un anno a Pietralata di Albino Bernardini.

È la storia del giovane maestro Bruno D’Angelo (Bruno Cirino), il quale, incaricato di insegnare in una scuola della periferia romana, si trova ad affrontare una serie di difficoltà legate all’alto numero delle assenze dei ragazzi costretti a lavorare e al diffuso disinteresse per l’apprendimento da parte dei pochi alunni presenti. Ciò nonostante, Bruno non si dà per vinto e inventa un metodo rivoluzionario per coinvolgere i suoi allievi. Un metodo che, dopo lo scetticismo iniziale, finirà per arricchire sia gli adulti che i bambini.

Trasmesso sul primo canale RAI tra il febbraio ed il marzo del 1973, Diario di un maestro (trasposto, due anni dopo, in una versione cinematografica di 135 minuti) riscuote un grande successo di pubblico. Un successo che apre definitivamente a De Seta le porte della televisione di Stato. Con quest’ultima, infatti, il regista siciliano avvierà una proficua collaborazione dalla quale scaturiranno, oltre al già citato Quando la scuola cambia, i documentari Hong Kong, città di profughi (1980), La Sicilia rivisitata (1980) – ritorno di De Seta nella sua terra d’origine a distanza di più di vent’anni dai suoi primi documentari – e Un carnevale per Venezia (1983).

Il ritorno di De Seta dopo un lungo silenzio: In Calabria e Dedicato ad Antonino Uccello

Dopo una lunga pausa durata circa un decennio, nel 1993 l’autore palermitano torna ai suoi racconti socio-antropologici – ancora una volta in collaborazione con la RAI – con In Calabria, sentito ritratto della regione nella quale egli stesso si è stabilito a partire dagli anni Ottanta.

Può sembrare incredibile, ma in Calabria ci sono ancora persone che vivono come all’origine dei tempi”.

Sono le prime parole dell’ottimo commento di Riccardo Cucciolla con cui viene descritta una terra dove il rapporto uomo-natura, seppur in parte, conserva ancora quell’armonia e quel senso di rispetto “fissati nei millenni nella lotta per la sopravvivenza”. Pastori, contadini e artigiani, donne e uomini vivono seguendo il ritmo delle stagioni in un tempo immutabile dentro il quale si creano rapporti di solidarietà ed amicizia. Lavoro, riti, tradizioni, canti e balli creano legami spirituali, celebrando il senso più profondo della vita e della socialità.

Lo sviluppo economico, qui, ha costituito, più che altro, un’illusione. Fabbriche abbandonate o mai finite di essere costruite rappresentano la speranza delusa di tante persone che, credendo di poter migliorare il proprio tenore di vita, si sono allontanate dal loro microcosmo primordiale e innocente, abbandonando quella cultura “che costituiva la storia stessa dell’uomo”.

De Seta s’interroga sulle ragioni di questo cambiamento alternando le immagini di un mondo antico che ancora resiste con quelle di una modernità regolata dalla legge del profitto e dello sfruttamento. Una legge  – la cui pervasività l’autore sottolinea ricorrendo finanche a suggestioni dalle venature simboliche (il sole che scompare dietro le nuvole di smog) – che, dando vita ad un’industrializzazione incontrollata, ha portato all’aumento della criminalità, alla disoccupazione e al degrado ambientale.

Tutto questo fa di In Calabria un racconto in cui ricerca antropologica e denuncia sociale si fondono in un unico sguardo. Ed è ciò che contribuisce a proiettare lo stesso documentario in una dimensione universale: perché non è soltanto questa terra a subire un profondo processo di trasformazione, ma si tratta di un mondo intero che, travolto dalla cieca fede nel progresso, ha finito per perdere le proprie radici e, dunque, se stesso.

A dieci anni da In Calabria, quasi come in una naturale confluenza dei temi a lui più cari, De Seta realizza nel 2003 il corto-documentario dal titolo Dedicato ad Antonino Uccello, opera di 35 minuti in cui viene realizzato un attento ritratto, attraverso il ricordo degli amici, dell’omonimo etnologo, insegnante e poeta (scomparso nel 1979) che decise di dedicare la propria esistenza alla ricerca degli oggetti legati alla civiltà contadina della sua Sicilia. Quegli stessi oggetti ora custoditi nella casa-museo inaugurata nel 1971 dal medesimo Uccello a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa.

Pentedattilo: sul set di «Articolo 23»

Gli ultimi lavori di De Seta: uno sguardo al sud del mondo con Lettere dal Sahara e Pentedattilo – Articolo 23

Se, all’inizio della propria carriera, l’interesse di De Seta si rivolgeva verso il sud dell’Italia, alla fine della stessa, l’autore pare voler estendere il proprio sguardo al sud del mondo. Segnatamente a quel continente africano da cui provengono migliaia di persone in cerca di una nuova vita. In loro, con ogni evidenza, De Seta individua i nuovi umili e diseredati di cui raccontare le esistenze al contempo difficili e dignitose.

È in questa ottica che possono essere inquadrati gli ultimi due lavori dell’autore palermitano: il lungometraggio Lettere dal Sahara (2006) e Pentedattilo – Articolo 23, cortometraggio inserito in All Human Rights for All (2008), film collettivo di trenta episodi ispirati ad altrettanti articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Lettere dal Sahara rappresenta un’amara storia di emigrazione e integrazione. Vi si narra la storia di Assane (Djibril Kébé), un giovane ragazzo senegalese che decide di abbandonare il proprio Paese per cercare fortuna in Italia. Buttato in mare dagli scafisti, Assane viene salvato e condotto in Sicilia. Qui, temendo di essere rimpatriato perché privo di documenti, decide di fuggire. Ha così inizio per lui un viaggio/odissea che lo conduce, tra lavori precari e malpagati, dapprima dalle parti del napoletano, quindi a Firenze, ospite della cugina Salimata (Fifi Cisse), e infine a Torino, dove, dopo alcune vicissitudini, conosce Caterina (Paola Ajmone Rondo), un’insegnante che lo aiuta a trovare un lavoro stabile e ad ottenere il sospirato permesso di soggiorno. Quando le cose sembrano andare per il verso giusto, Assane subisce un’aggressione a sfondo razzista le cui conseguenze fisiche lo costringono a trascorrere quindici giorni immobile a letto. Una volta guarito, il ragazzo, sentendosi umiliato e temendo di perdere le sue radici, decide di tornare in Senegal dove racconta la propria esperienza al suo ex professore universitario (Thierno Ndiaye) e agli abitanti del posto.

A distanza di due anni da Lettere dal Sahara, De Seta realizza Pentedattilo – Articolo 23, cortometraggio di cinque minuti in cui offre la propria interpretazione dell’art. 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che recita quanto segue: “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”.

In tal senso, l’autore siciliano sceglie di raccontare la storia di un giovane contadino (Tommaso Critelli) che, prima di emigrare, insegna i segreti del lavoro in campagna ad un ragazzo senegalese (Djibril Kébé) stabilitosi nel suo paese, Pentedattilo.

In questo suggestivo borgo della Calabria, dunque, De Seta mette in scena non soltanto un incrocio di destini accomunati da migrazione e sradicamento, ma anche un ideale passaggio di testimone che trasforma un territorio abbandonato in un luogo che, accogliendo le persone giunte da lontano, torna a riempirsi di vita, speranza e futuro.

Pentedattilo – Articolo 23 è l’ultimo lavoro del regista palermitano.

Vittorio De Seta muore il 28 novembre 2011 a Sellia Marina, in provincia di Catanzaro, in quella Calabria che era diventata la sua terra d’adozione.

Con lui scompare non soltanto il documentarista e regista fondamentale nel racconto di un’Italia meridionale alle prese con i cambiamenti/sconvolgimenti sociali legati allo sviluppo economico, ma anche l’antropologo e il poeta che ha saputo descriverci la grazia e l’armonia di un mondo primordiale e puro. Un mondo ormai scomparso, le cui immagini ci sono essenziali per comprendere chi eravamo e quel che siamo diventati.

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