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Roberto Minervini: il ritorno del cinema di denuncia

Vita e carriera dell'autore in concorso a Cannes con 'I dannati'.

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Minervini foto mandataci dal regista

“È un film che parte da lontano, volevo confrontarmi con la guerra, ma al di là della retorica di ‘giusta causa’, ‘vittoria’ e ‘valore’, ma riscrivere invece la guerra con il metodo e i principi del cinema del reale, ma in un ambito di finzione”.

Così Roberto Minervini ha descritto la sua ultima fatica I dannati, presentata nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes e disponibile dal 16 maggio in sala grazie a Lucky Red. Un’opera complessa, a metà tra western e war movie, con cui per la prima volta il documentarista di Fermo approccia il film di fiction. Un film tormentato, come la personalità del suo regista, la cui vita e carriera sembrano già essere degne di una sceneggiatura hollywoodiana.

Roberto Minervini: un nomade italiano

Minervini nasce a Fermo, nelle Marche, 44 anni fa, figlio di un’ impiegata e di un agente di commercio, fondatori della compagnia teatrale ‘’Voltiamo Pagina’’. È proprio grazie alle numerose tournèe che comincia ad interessarsi all’arte e al mondo del cinema. Diplomatosi all’Istituto tecnico Industriale, si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio ad Ancona, laureandosi e conseguendo anche un dottorato all’Università autonoma di Madrid. Si paga gli studi con dei piccoli lavoretti stagionali per poi essere assunto alla Camera di Commercio Italiana a Madrid.

Inizialmente la sua passione è la musica: fonda un’etichetta discografica e sempre in Spagna si esibisce con varie rock band. Poco dopo decide di cambiare di nuovo strada e si trasferisce a New York con la compagna. Viene assunto come consulente finanziario, ma non smette di dedicarsi alle sue passioni quali musica, cortometraggi e fotografia. Tutto sperimentale, sia chiaro, ma pur sempre una gavetta fondamentale per la successiva affermazione.

In un‘intervista del 2018 ci rivelò:

“Come tanti ragazzi anche io mi sono trovato davanti a problematiche di questo tipo: in Italia non c’era lavoro. Se da noi non trovavo lavoro nel mondo impiegatizio posso immaginare in quello del cinema”

Da un tragico imprevisto all’inaspettato epilogo

Minervini è a New York anche nel settembre 2001, nel giorno degli attentati alle Torri Gemelle: diverrà a suo modo ‘’vittima’’ di quel giorno, poiché finirà col perdere il lavoro. La necessità di una nuova occupazione lo porta a iscriversi alla New School University, formandosi come critico, fotoreporter e documentarista. In un’intervista di qualche anno fa rivelò:

“Dopo l’11 settembre mi vengono retribuite delle mensilità come vittima degli attentati e questo mi offre la possibilità di frequentare un master in Media Studies. Il “sottosuolo” giunge infine in superficie: ormai trentenne, decido di iniziare a vivere facendo ciò che amo. Ci provo come fotoreporter di guerra, perché mi allettava l’idea di avere una missione ben chiara, ma fallisco e così parto per le Filippine, paese di cui mi interessava il contesto socioeconomico difficile e il fermento artistico”.

Con il suo primo cortometraggio, Vodoo Doll del 2005, vincerà anche un premio al Festival di Long Island. Altre vicissitudini familiari lo riportano negli States, dove dopo aver reclutato ex studenti ed ex docenti riesce a produrre, nel 2011, il suo primo film: The Passage. Progetto ambizioso che ha come tema centrale la morte: “avevo intenzione di fare un film sulla morte, su quanto effimera possa essere la vita. Parto sempre da uno spunto personale, con i miei film cerco un confronto, e attraverso di essi vivo una catarsi” rivelerà. Lo spunto personale arriverà dalla morte della suocera, un parallelismo con la sua vita personale che il regista cercherà di trasmettere in ogni sua opera di lì in avanti.

Una costante infatti delle sue pellicole è il rapporto simbiotico coi protagonisti dei suoi film, che Minervini tiene a conoscere approfonditamente prima delle riprese di ogni suo progetto: ci parla, ascolta, cerca di conoscerli quanto più a fondo possibile, per poi mettere parte di loro nei personaggi dei suoi docufilm:

“Per ottenere la fiducia dei protagonisti, e poter riprendere la loro quotidianità, parto sempre da una frequentazione. Le persone con cui decido di lavorare le scelgo perché voglio instaurare un rapporto che duri nel tempo, a prescindere dalle riprese”.

Minervini

Una scena di ”The Passage”, 2011

Minervini, sempre più in alto

Low Tide (Bassa marea) è la storia di un bimbo di 12 anni alle prese con la madre alcolizzata, dove la solitudine di entrambi funge da leit-motiv costante della pellicola, oltre a dimostrare la capacità di attingere da autori collaudati quali Clint Eastwood con il richiamo a uno degli episodi di Hereafter. Il personaggio che interpreta la mamma del bimbo è in realtà sua sorella, anche lei vittima del rapporto disfunzionale con la madre. La catarsi a lui tanto cara si ripresenta prepotentemente e, anche qui, il parallelismo con la vita reale gioca un ruolo di assoluta centralità.

Il terzo capitolo della ‘’trilogia-texana’’ Ferma il tuo cuore in affanno, è il più riuscito dei tre oltreché il più maturo. Presentato a Cannes nel 2013 come proiezione speciale, varrà al regista il premio come miglior esordiente ai David di Donatello e il premio Speciale della giuria al Torino Film Festival. Ancor più particolare è Louisiana del 2015, in cui un ambiente di emarginazione costante, divorato dall’anfetamina e da personaggi repressi, fa da sfondo all’odio del personaggio protagonista per Obama e un certo tipo di America che non vuole riconoscere determinate realtà preferendo insistere nella decantazione di un Paese idealizzato che non esiste più. La pellicola gli frutta un secondo David come miglior documentario.

Minervini

”Ferma il tuo cuore in affanno”, 2013

Quando la realtà incontra la finzione

L’apice si riaggiungerà due anni dopo, quando Che fare quando il mondo è in fiamme? riesce a racchiudere la summa della sua filosofia registica. Nel film, ambientato in Louisiana nell’estate del 2016 durante le sanguinose rivolte nel quartiere di Baton Rouge, il razzismo che fa da fil rouge si articola nei punti di vista di tre personaggi differenti, ognuno quotidianamente in lotta per la sopravvivenza. 

Una scena di ”Che fare quando il mondo è in fiamme?”

Che fare quando il mondo è in fiamme? Intervista a Roberto Minervini

L’idea di Minervini di cinema e politica che vanno a braccetto trova in quest’opera la sua massima espressione, così come l’idea di arte atta a spingere popoli diversi tra loro a unirsi per un’unica comune causa.

Questo tipo di cinema è inevitabilmente politico, per me è necessario enfatizzare questo aspetto. L’arte cinematografica scorporata dall’elemento politico diventa altrimenti un esercizio di stile che, personalmente, non mi appassiona. Il cinema come strumento di protesta, opinione e insubordinazione, invece, è quello che cerco”.

Non da meno sono i personaggi a cui Minervini si ispira, o quantomeno fa riferimento, per lo stile dei suoi documentari: da esempi nostrani quali Alice Rohrwacker e Pietro Marcello, fino a cinematografie più particolari, e se vogliamo di nicchia, come il giapponese Nagisa Oshima o il brasiliano Glauber Rocha poiché “erano registi che utilizzavano la macchina da presa come uno strumento di insubordinazione all’interno di un contesto totalitario”.

Fino ad arrivare ad oggi, 2024, sulla croisètte di Cannes con I dannati. Incentrato su una compagnia di volontari dell’esercito degli Stati Uniti durante la guerra di Secessione americana è un po’ film di guerra, un po’ western, un po’ drammatico, ma sempre nel rispetto di quella poetica di specchio dei tempi che da sempre contraddistingue le sue opere. In questo caso, con più di un richiamo all’attuale situazione politica pre-elettorale negli USA.

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