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INTERVISTE

Una notte, un poeta… Intervista a Toni D’Angelo

Toni D’Angelo è un giovane regista di origine napoletana; se il suo cognome ricorda chiaramente il lavoro e la fama del padre, la sua inclinazione è altrove, dietro l’obiettivo. A Venezia, nella sezione Controcampo Italiano, ha vissuto con la sua opera seconda, Poeti, l’emozione della Sala Grande.

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Toni D’Angelo è un giovane regista di origine napoletana; se il suo cognome ricorda chiaramente il lavoro e la fama del padre, la sua inclinazione è altrove, dietro l’obiettivo. A Venezia, nella sezione Controcampo Italiano, ha vissuto con la sua opera seconda, Poeti, l’emozione della Sala Grande. La sua attività ha però inizio da alcuni cortometraggi e soprattutto, da un lungometraggio del 2007, Una notte, purtroppo poco apprezzato, non per la qualità dell’opera, ma più che altro per l’invisibilità che le è stata puntualmente concessa dalla distribuzione italiana. Un giovane indipendente quindi, che rappresenta contenuti e racconti nostalgici e delicati, di personaggi non convinti di farsi vedere, forse timorosi della propria profondità.

Toni, com’è nata la passione x il cinema, al punto di farne una professione, malgrado il contesto familiare ti offriva grande ricchezza musicale?

A scuola ero un disastro. Sono stato fino ai 15 anni una promessa del calcio ma gli allenamenti e la vita sacrificata da sportivo non facevano per me. Rimaneva la passione per il cinema che alimentavo guardando film uno dietro l’altro. Dopo il DAMS volevo fare il critico cinematografico, ma la sola visione a analisi dei film non mi bastava; sono tornato perciò a Roma ed ho iniziato a lavorare come assistente alla regia volontario per un paio di film. Sul set mi sentivo a mio agio e soprattutto appagato per quello che stavo facendo. Da qui i primi corti… faccio cinema per una necessità quasi fisica, perché sto bene.

Non credo nella trasmissione genetica del talento. Non ho mai imparato a suonare uno strumento (anche se ci ho provato) e sono stonato come una campana. Lascio fare a chi ha il talento per fare il musicista. Mi hanno educato insegnandomi che nella vita si deve fare solo quello in cui si è competenti.

Qual è il tuo rapporto con Abel Ferrara, che hai studiato e poi seguito personalmente sul set?

Abel è stato il mio vero maestro. Non tanto per il discorso tecnico (a questo riguardo Fabio Segatori mi ha insegnato moltissimo), ma per un fattore di rapporto con la materia cinema. Abel mi ha insegnato a vivere emozionalmente quello che sto raccontando. Per essere un grande regista e fare grandi film devi essere disposto a morire insieme ai tuoi personaggi (questa è una frase che spesso mi ha detto). Lui mi ha dato il coraggio di scardinare quel muro d’accademia che c’era in me e decidere di fare un cinema che nel bene o nel male potesse rappresentare onestamente la mia personalità.

Nei tuoi film sullo sfondo si legge una sottile nostalgia del passato, che spesso rappresenta un vero collante con la memoria dei personaggi coinvolti. Quale identità ha quindi nella tua scrittura questo legame col passato?

Sono nato a Napoli e all’età di 5 anni i miei genitori si sono trasferiti a Roma portando ovviamente anche me con loro. C’è un legame molto forte con la mia città natale, forse e soprattutto perché attraverso mio padre non ho mai smesso veramente di viverla o forse perché è la città che più mi assomiglia veramente. La nostalgia è uno stimolo per raccontare in sceneggiatura e attraverso le immagini, quelle emozioni e ricordi che vorrei non morissero mai.

Una notte e Poeti sono l’esempio di un cinema indipendente a basso costo che tuttavia vanta alti contenuti. Ritieni che le difficoltà in cui incorre il cinema italiano attualmente, costringano gli autori ad elaborare idee adatte al low budget?

Dal mio punto di vista, questa crisi ha come causa principale l’inadeguatezza culturale di una certa classe politica che negli anni passati ha permesso di produrre film mai approdati in sala, privando di ogni possibilità chi il cinema lo fa con l’anima e favorendo le amicizie. E adesso mancano i fondi (un po’ ce lo meritiamo). Tuttavia, per i giovani questo è il miglior modo di poter esordire in libertà, come dimostrato dagli interessanti esordi autoprodotti o a bassissimo costo degli ultimi anni. E’ in atto uno svecchiamento della macchina cinematografica: chi meglio delle nuove generazioni può riuscire nell’utilizzo dei nuovi mezzi e soprattutto con pochi soldi!

Nella tua esperienza, quali difficoltà e ostacoli hai incontrato nel proporre nuovi progetti al panorama produttivo?

Una Notte è stato il risultato del rifiuto della macchina produttiva che conta di finanziare un progetto che tra l’altro ho scritto con Abel Ferrara: Morire a Napoli. Mi hanno tenuto sulle spine per più di un anno, per poi far saltare tutto il giorno prima di iniziare la preparazione ufficiale. Perciò mi sono rimboccato le maniche e ho fatto da me, con la sola forza della passione e qualche spicciolo che avevo da parte.

Dopo il film di finzione nelle strade di Napoli e il documentario per le vie romane, quali ambienti hai intenzione di sperimentare nel prossimo progetto?

Ambienti rurali e cupi. Dove la natura la fa da padrona. Sto scrivendo un film noir molto nero. Una tragedia greca che non ha patria ne città d’origine. Una storia che potrebbe succedere ovunque o che forse è già successa…

POETI

Chi ha detto che i documentari devono raccontare fatti o personaggi?

Toni D’Angelo, in Poeti, racconta le parole. In un tenue discorso sull’importanza della poesia da ieri a oggi, Biagio Propato e Salvatore Sansone accompagnano l’obiettivo e chi ci sta dietro a conoscere poeti moderni e militanti, signori benestanti da pubblicazioni frequenti e affaticati giovani ai bordi delle strade. Tutti questi volti estasiati nelle letture dei propri versi, vengono accomunati da un inspiegabile desiderio di poetare, di comporre cioè per se stessi e per gli altri in un naturale sfogo di emozioni.

Forte sullo sfondo la presenza di una poeta che pare avere addirittura dato i natali alla dignità pubblica di questi maestri della penna: si tratta di Pasolini. Come di lui, si parla tanto anche di quel lontano 1979: a Castelporziano, poeti di ogni età, estrazione e nazionalità si sono raccolti attorno ad un palco traballante ad esporre le proprie composizioni e le proprie idee. Un festival di poesia come quello, manca quotidianamente alla società di oggi se è vero che, come dice Cony Ray, le cose vanno male perché non c’è poesia…