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IN SALA

The Woman in Black

“The Woman in Black” è un film dignitoso, specialmente grazie al suo stile sobrio e pacato, che sa molto di horror inglese vecchia maniera

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il

 

Anno: 2012

Distribuzione: Videa-CDE

Durata: 95′

Genere: Horror

Nazionalità: Regno Unito

Regia: James Watkins

Il giovane avvocato londinese Arthur Kipps (Daniel Radcliffe) è costretto a lasciare suo figlio di tre anni per recarsi nel remoto villaggio di Crythin Gifford, dove deve sbrigare delle questioni legali per la proprietaria di Eal Marsh House, recentemente deceduta. Non appena arriva nella sinistra e diroccata villa, scopre oscuri segreti legati al passato degli abitanti di quel luogo. La situazione precipita quando gli appare una misteriosa donna vestita completamente di nero.

The Woman in Black, diretto dal regista James Watkins, è la versione cinematografica dell’omonimo romanzo di Susan Hill che dal 1982 – anno di pubblicazione del suo lavoro – ha avuto la fortuna di avere diversi adattamenti: una serie radiofonica, un film per la TV, un’opera teatrale e ora, finalmente, lo sbarco sul grande schermo.

In un cast di onesti mestieranti, dovrebbe spiccare la stella di Daniel Radcliffe, celeberrimo nel ruolo del maghetto Harry Potter. Tuttavia, lontano dai panni del personaggio partorito dalla non originalissima fantasia della scrittrice inglese J. K. Rowling, Radcliffe sprofonda nell’anonimato, lasciando intravedere una carriera a rischio di essere fagocitata da quello stesso ruolo che lo ha fatto conoscere in tutto il mondo.

Il film funziona bene nella sfera del cosiddetto primal enjoyment, con lo stile di una classica ghost story di epoca vittoriana. Purtroppo però, come talvolta accade alle pellicole horror della storica casa di produzione britannica Hammer, la trama scade a tratti nella banalità, riproponendo il cliché della casa stregata piena zeppa di carillon inquietanti, pupazzi orribili e persone morte che ritornano a perseguitare i vivi.

James Watkins si è imposto all’attenzione del pubblico con il suo film d’esordio, Eden Lake (2008). In The Woman in Black troviamo un linguaggio filmico che richiama molto alla lontana quello del J-horror, delle serie Ringu e Ju-On, tanto per intenderci; malgrado qui manchi completamente quel senso del mostruoso che tanto ha contribuito al successo internazionale di queste pellicole prodotte in Giappone.

The Woman in Black è un film dignitoso, specialmente grazie al suo stile sobrio e pacato, che sa molto di horror inglese vecchia maniera. Nonostante il sapore retrò, la pellicola di Watkins è realizzata con un taglio moderno. Appare notevole anche il lavoro di Tim Maurice-Jones – il direttore della fotografia – capace di un gioco luce-ombra continuo che rende irresistibilmente vintage la pellicola.

Concludendo, questo prodotto riprende bene le atmosfere e le soluzioni narrative tipiche dei film della Hammer, con la loro struttura essenziale che poco o nulla chiede allo spettatore, se non il sedersi comodamente in poltrona e godersi una storia banale sì, ma non stupida; poco originale, seppur non fino al punto di annoiare. Se proprio vogliamo trovare un difetto grave in questa pellicola, allora dovremmo stigmatizzare quella che è ormai una triste ‘consuetudine’ in molto cinema horror di questi ultimi anni: non fa davvero paura! Passi la mancanza di spunti innovativi, sappiamo bene che questo genere non ne è proprio ricco, ma se queste storie tradiscono la loro stessa vocazione, allora servono davvero a ben poco.

In tutta onestà, ci auguriamo che la mitica Hammer, più che ostinarsi a continuare la sua pur prestigiosa tradizione di storie horror, cominci a dedicare molte energie nel riproporre anche dei film in chiave fantascientifica, questo sì un genere narrativo nel quale essa ha dato un contributo notevole alla Settima Arte. A tal proposito, come dimenticare la stupenda serie di film legata alla figura del cinico scienziato Quatermass, prodotta tra gli anni ’50 e ’60.

Riccardo Rosati

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