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IN SALA

Polisse

Con “Polisse”, traslitterazione infantile scorretta del termine, Maïwenn, la regista, si è aggiudicata il Premio della Giuria al Festival di Cannes, regalandoci, con stile quasi documentaristico, un affresco autentico e vivido di una colorata collettività votata alla difesa dei giovanissimi da qualsiasi abuso

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Anno: 2011

Durata: 134′

Distribuzione: Lucky Red

Genere: Drammatico

Nazionalità: Francia

Regia: Maïwenn 

 

Siamo nella Sezione Protezione Minori (Brigade de Protection des Mineurs) di Belleville, quartiere multiculturale di Parigi. Un gruppo di poliziotti lavora quotidianamente e operosamente alla tutela della fetta di popolazione più fragile e indifesa che spesso trova nel riferimento adulto, destinato alla sua protezione, un aguzzino. Giorno dopo giorno, il lavoro della squadra si svolge nell’ascolto di deposizioni rilasciate da bambini inconsapevoli, coscienti o confusi, nell’interrogatorio rivolto ad adulti – spesso famigliari – che per ‘leggerezza’ o perversione abusano dei minori, nell’incontro con adolescenti dalla sconcertante quanto veritiera superficialità sessuale. L’ambiente di lavoro diventa un osservatorio di uno spettro sociale più ampio che finisce col disturbare i legami famigliari, segnandoli e stravolgendoli. Ed è sempre negli uffici della sezione per i minori – bistrattata a favore di altre unità considerate di maggiore rilievo – che nascono amicizie, covano amori, esplodono rancori.

Nella coralità che dà voce alla storia, Maïwenn  lavora con i personaggi senza preconcetti classisti volti a sminuirne l’operato e, allo stesso tempo, toglie ai protagonisti la maschera del supereroe per ritrarli nella loro straordinaria ordinarietà. La narrazione – sviluppata insieme all’attrice, sceneggiatrice e regista Emmanuelle Bercot (Clément, Backstage, Student Services), presente anche davanti alla macchina da presa – procede sulla personale rielaborazione di casistiche realmente accadute, mentre l’approccio dei poliziotti è messo in scena con la chiara e centrata intenzione di evitare prese di posizione giudicanti. Non a caso, Maïwenn è parte integrante del corpo attoriale nei panni della fotografa incaricata di osservare l’operato del gruppo di lavoro per catturarne l’anima e restituirla in un’immagine. Nel ruolo che la regista ritaglia per sé sembra confluire l’idea progettuale di fondo, ossia la volontà di non issare alcuna bandiera per (o contro) la polizia. E come Melissa si lascia coinvolgere dal passionale e acceso Fred (Joeystarr, già con la regista in Le Bal Des Attrices), anche Maïwenn si innamora delle sue creature, umane a tal punto da non riuscire a rimanere indifferenti agli orrori che si insinuano logoranti nella routine, devastando il privato. La regista sottolinea l’umanità delle individualità che compongono la sua squadra di polizia, concentrandosi meno sulle relazioni famigliari dalle quali emerge, tuttavia, tutta la fragilità a cui i protagonisti sono esposti. In un contesto privato e meno approfondito si inserisce il nostrano Riccardo Scamarcio con una parte ridotta in post produzione. Nei panni del compagno non troppo presente di Melissa/Maïwenn, (il taglio al ruolo di) Scamarcio rientra nell’economia della realizzazione identitaria del team anti pedofilia profilando il circondario (borghese) esterno al lavoro (proletario).

L’indagine dello specifico corpo di polizia impegnato con i minori – ma solo fino a un certo punto, perché i poliziotti non sono a conoscenza dell’esito del loro intervento – implica la trattazione di questioni delicate che, senza l’occhio sensibile e scrupoloso della regista francese, sarebbero facilmente scivolate nel compassionevole.

Con Polisse, traslitterazione infantile scorretta del termine, Maïwenn si è aggiudicata il Premio della Giuria al Festival di Cannes, regalandoci, con stile quasi documentaristico, un affresco autentico e vivido di una colorata collettività votata alla difesa dei giovanissimi da qualsiasi abuso, e segnata dalle tracce indelebili di ciascun caso. Volendo agganciarsi al parallelismo (visivo) del finale, si può affermare che ci sono dei dolori dai quali ci si rialza rinvigoriti e altri, insostenibili, destinati ad annientarci.

 

Conferenza stampa Polisse

La regista Maïwenn e Riccardo Scamarcio, unico attore italiano nel cast, hanno presentato durante la conferenza stampa tenutasi a Roma Polisse, intenso film sulla quotidianità dei poliziotti impegnati nella lotta contro gli abusi su minori. Il film uscirà nelle sale italiane il 3 febbraio, distribuito da Lucky Red in 50 copie.

A proposito dei casi trattati, parzialmente ispirati a fatti realmente accaduti alla polizia francese, Maïwenn giustifica così le sue scelte: “Non ho voluto trattare fatti straordinari, quello che mi interessava era l’ordinarietà. Ho scelto casi banali, di tutti i giorni perché volevo mostrare la quotidianità dei poliziotti senza farli apparire come dei supereroi“.

Scamarcio, abituato a ruoli di rilievo, si trova a recitare in Polisse una parte minore, importante narrativamente, ma non centrale: “Avevo visto i primi film di Maïwenn, conoscevo il suo lavoro e il suo modo di girare. Ho accettato perché volevo lavorare con lei, ero incuriosito dal suo modo originale di dirigere gli attori. Mi piaceva anche l’idea di recitare in un’altra lingua, penso sia interessante anche se difficile. Maïwenn ha lavorato con tutti gli attori allo stesso modo, si partiva dal copione per fare poi lunghe improvvisazioni. E improvvisare in un’altra lingua non è sempre un’esperienza facile! Il copione era bellissimo, non ha importanza se il ruolo sia grande o piccolo, esistono solo dei bei film e dei brutti film, e Polisse è un grande film. Maïwenn è riuscita a trasmettermi un sentimento di tenerezza, sia per i bambini sia per gli adulti“.

Il tema delicato affrontato dal film lascia supporre la presenza di difficoltà nella sua realizzazione, ma Maïwenn spiega: “Ho incontrato moltissime difficoltà nel girare il film, non tanto per la delicatezza del tema o per aver lavorato con i bambini, quanto per la gestione di tanti attori, per il budget limitato e per il poco tempo a disposizione per le riprese. Abbiamo avuto solo otto settimane per girare“.

Maïwenn aveva previsto una parte più ampia per Scamarcio, tagliata poi in fase di montaggio. Racconta così la scelta dell’attore e l’importanza del suo ruolo: “Non mi interessava la nazionalità dell’attore, non volevo tanto un attore straniero quanto una persona carismatica. All’inizio, il personaggio di Riccardo aveva uno spazio molto più grande nella sceneggiatura, rappresentava il vertice di un triangolo che comprendeva il mio personaggio e quello di Joeystarr. Melissa, la donna che interpreto, doveva trovarsi a metà strada tra l’agiatezza e la facilità della vita borghese incarnata dal personaggio di Riccardo e la vita dura, legata al mondo popolare del poliziotto Fred. Mi sono resa conto che questa storia non funzionava, che sarebbe stata un’altra storia. Volevo un attore fiero, carismatico, che riuscisse a rimanere chiuso nei suoi sentimenti. Un direttore di casting mi ha segnalato la presenza di Scamarcio a Parigi, mi sono resa conto che l’ostacolo della lingua avrebbe solo arricchito il film“.

Inoltre, Scamarcio ha la nomea di essere considerato, bonariamente, un ‘rompipalle’ sul set per il suo atteggiamento critico e i suoi interventi: “In questo film ho osservato passivamente le richieste della regista, tra l’altro è la prima volta che vengo diretto da una donna. Non credo che i registi pensino che io sia un rompipalle, non creo problemi sul set, cerco piuttosto di risolverli. Tutto ciò che c’è prima e dopo il lavoro sul set è molto faticoso, ma poi quello che avviene durante le riprese è molto facile“.

E ai tagli sul personaggio interpretato da Scamarcio, l’attore replica: “Dopo tanto lavoro c’è stata un po’ di delusione, dispiace vedere che è rimasto poco di quello che si è fatto, però sono comunque contento di essere in un film come questo. C’è molta vitalità e tenerezza in questo lavoro“.
Sui rispettivi progetti futuri, Maïwenn scherza su un ipotetico seguito con Riccardo nel ruolo principale, un poliziotto che salverà tutti i bambini francesi, mentre Riccardo conferma il lavoro a teatro con Romeo e Giulietta, prossimamente a Milano e a Roma. Nella veste insolita di produttore, Scamarcio dovrebbe iniziare ad aprile le riprese del film di Valeria Golino, dal titolo provvisorio Vi perdono.

Mentre Riccardo si congeda, Maïwenn prosegue, parlando del rapporto con la polizia francese: “Non ho potuto lavorare direttamente con i poliziotti, perché i loro capi non credevano nel film. Non gli piaceva che uno dei personaggi principali fosse Joeystarr. Quando hanno poi visto il film, gli stessi poliziotti si sono resi conto della perdita perché il film meritava e avevano perso un’occasione. Io non volevo fare un film né pro né contro la polizia, non volevo esprimere un giudizio ma solo raccontare la quotidianità di queste persone, il loro modo di vivere. Nel mio mondo, quello che si può definire della ‘gauche caviar (sinistra al caviale)’, c’è un atteggiamento spesso ostile nei confronti della polizia. Era mia intenzione presentare un lato umano, nonostante tra loro ci siano purtroppo anche elementi razzisti e omofobi e nel mondo della critica di sinistra non è di moda presentare un loro lato positivo. Io sono fiera di come sono, ho sempre fatto cose controcorrente. Se, girando una scena, mi rendevo conto che c’erano dei poliziotti che meritavano di essere ben rappresentati, lo facevo. Io mi sento libera di esprimermi, non ho mai cercato di compiacere nessuno, neanche quella sinistra di cui comunque faccio parte.

A Cannes, mi ha fatto piacere che una rivista di cinema di sinistra considerata tra quelle più radicali mi abbia messo in copertina insieme a Joeystarr, parlando del film come di un ‘pugno nello stomaco’. Poi, però, il film è stato un successo di incassi e loro non mi hanno più citata, come se per rientrare tra i ‘duri e puri’ non si possa avere fortuna, altrimenti si diventa un traditore“.

Infine, alla domanda sulla presenza di tracce autobiografiche nel film la regista francese  dice: “Gli artisti raccontano sempre qualcosa di sé, della propria identità, che non è altro che il nostro passato. C’è sempre qualcosa di autobiografico, forse io non sono molto brava a nasconderlo ma questo non annulla la fantasia. Nel mio film precedente (Les Bal des attrices), una commedia sul mondo delle attrici, si percepiva subito la mancanza di amore. Se non sbaglio, è stato Truffaut a dire che si fa sempre lo stesso film per tutta la vita.

Ci sono due frasi che hanno ispirato la mia vita: la prima risale a quando avevo 11 anni, un ragazzo mi disse che non ci sono regole nello scrivere, che saper scrivere significa scrivere come si pensa; la seconda la lessi su una rivista femminile, e diceva che tutti si possono identificare in storie autobiografiche perché sono storie intime, e tutti hanno qualche storia intima“.

Francesca Vantaggiato

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