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‘Ahed’s Knee’ di Nadav Lapid su MUBI: ti odio poi ti amo, Israele

Il film del regista israeliano, Premio della Giuria a Cannes 2021, è un'auto-fiction abrasiva e viscerale

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Ahed's Knee marcia nel deserto

In genere si dice: un pugno nello stomaco. Qui invece suona bene: una pallottola alle ginocchia. Ahed’s Knee, Premio della Giuria a Cannes 2021, è il quinto film del cineasta israeliano Nadav Lapid, già vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2019 con Synonyms. Quest’ultimo rievocava quella fase giovanile del regista, allorché, poco più che ventenne, volò a Parigi quasi a rigettare le proprie origini mediorientali, anche dal punto di vista linguistico: il protagonista è ossessionato da un dizionario dei sinonimi francesi che cerca di trangugiare a memoria, lemma su lemma.

Ahed’s Knee non sarà uno stretto sinonimo filmico del predecessore, ma s’inscrive nello stesso capitolo di produzione. Sottotitolato, per intenderci, quanto è dura essere israeliani. Specie dietro una macchina da presa. E col medesimo lessico familiare di Synonyms: un’auto-fiction abrasiva, brillante e viscerale. Su MUBI dal 18 maggio.

Il trailer

La trama

Sotto il cielo d’Israele sfreccia una centaura. L’incipit, tutto centrato sull’aria che sferza il casco di una motociclista, è di aria greve e nuvole, mentre la donna si reca a un provino. Il regista Y (Avshalom Pollak, controparte abbrutita di Lapid) sta tenendo il casting per un dramma su Ahed Tamini, attivista palestinese diciassettenne salita alla ribalta non solo per l’accanita protesta contro un poliziotto d’Israele, ma anche per l’aggressivo tweet rivoltole da un deputato della Knesset, il parlamento nazionale. Bezlalel Smotrich, avvocato e politico sionista, scrisse infatti che si sarebbe meritata una pallottola in un ginocchio. Dura farci un film, e non per ragioni di stretta drammaturgia. Il problema è che il Fondo Cinematografico Israeliano starebbe ritirando i finanziamenti a progetti potenzialmente sovversivi.

Ahed's Knee, Y e Yahalom

Ahed’s Knee, Y (Avshalom Pollak) e Yahalom (Nur Fibak). Fonte immagine (e successive): Pyramide Distribution

Ma Y è regista di fama; l’ultimo film è stato persino presentato a Berlino. Il nuovo making of, sobillatore o meno, avanza a prescindere. Manca di fatto la sola compilazione di un modulo. L’occasione della firma è data dalla proiezione di una sua opera in una piccola città nel deserto di Arava, a cura di una giovane e convinta bibliotecaria facente capo al Ministero della Cultura. Il suo nome è Yahalom (Nur Fibak). Farà ad Y da fan adorante, in un duetto carico di erotismo; da guida sul territorio, in esplorazione del deserto; da funzionaria ministeriale, in una vibrante contesa all’ultima parola. Si salvi chi può (filmare).

E non ci lasceremo mai

Sceneggiato in due settimane e girato in diciotto giorni, Ahed’s Knee è per tempi di produzione e contenuti un creato di urgenza espressiva. Lapid confeziona, certo, un dramma studiatamente a-ritmico, al fuoco lento del deserto: un articolato e cerebrale gioco del gatto col topo tra il suo alter ego Y e la bibliotecaria Yahalom, con le false cortesie pronte a rovesciarsi in sfoghi vomitati nello stile graffiante e ironico d’un Carnage mediorientale. Allo stesso tempo, però, il film conserva un tratto di rapsodia imprevedibile, di pellegrinaggio esistenziale. Y arriva nella regione di Arava con molti nodi da sciogliere della propria vita privata e da artista, omologhi finzionali di quelli di Lapid: la memoria della madre, la libertà creativa, l’israelianità. Più che d’israelismo, come visione politica e dottrina, la lingua del film batte dove la nazionalità duole: nel disturbo quasi fisico di essere israeliani in un soffocante clima di ottusità. Su Gerusalemme e sulla sua “bellezza ripugnante”, l’artista in crisi dice:

Eppure in quella città di morte mi sento a casa. Vorrei poter dire di non averci i legami. Perché non li vorrei. Ma siamo legati da un legame indissolubile.

Il film è di fatto irrespirabile in tutta la prima metà: l’afa, la sabbia appiccicosa, i primi piani di capelli madidi che s’incollano alla pelle, così come di mani che tamburellano nervose. Una stagnazione sudata, in cui il protagonista, dietro gli occhiali scura e la giacca di pelle nera, sembra una vena gonfia o una mina sul punto di esplodere.

Una questione di stile

Elegante e nervosa, la forma filmica di Nadav Lapid asseconda la frustrazione del suo protagonista, più deflagrante quando il cineasta subodora la manovra di censura destinata al nuovo film. Come Y dice alla platea accorsa alla proiezione come a una fiera di paese: “prestate attenzione allo stile”. E lo stile di Ahed’s Knee è ormonale negli scatti tra zoom in e zoom out, nelle soggettive slittanti, nei controcampi senza stacco, nei primissimi piani a spalla: irregolari, scomposti. La stessa recitazione di Avshalom Pollak si muove tra regolarità del passo a due – il tandem del primo incontro in appartamento con la bibliotecaria – ed eccentricità del gesto inatteso. Per dire: una bottiglia d’acqua inspiegabilmente appioppata in mano a Yahalom; la testa ficcata sotto il lavandino per il caldo, bagnando tutta la camicia; un tuffo faccia a terra ai bordi di un laghetto durante una telefonata, a mo’ di chiedi alla polvere.

Ahed's Knee, Y con la faccia a terra

Ahed’s Knee, Y con la faccia a terra

Proprio lì, a bordo lago – in realtà un crepaccio riempito d’acqua durante un’alluvione – arriva anche una minzione subitanea. Anzi, meglio a dirsi senza censura: una pisciata improvvisa, per assecondare la brutale ironia del gesto filmico di Y. In un territorio sospeso tra appartenenza e negazione, il protagonista demarca così il proprio spazio, irriverente e liberatorio, tracciando un circolo a terra con l’urina. Quando si dice il bisogno espressivo.

Marcio e marce in Israele

Di questo stile, immerso nella calura della regione, fa parte anche la freddura surreale. Nella propria marcia nel deserto, Y s’imbatte dal nulla in un duo basso\chitarra alle prese con le prove di un concerto che non vedrà mai. Il dialogo sembra venire fuori da un film dei fratelli Coen:

– Come vi chiamate?
– Facciamo cover.
– È un nome bellissimo.

E a proposito di marce e musica, in una scena altrettanto spiazzante, di saporoso grottesco, quando l’autista lancia in autoradio il pezzo A lovely day, Y immagina la possibile scena di epilogo del proprio film, in cui l’autista stesso balla come un Travolta dei poveri sulle note del pezzo di Bill Withers. Commentando così: “la marcia della vittoria della volgarità”. Forzature d’espressione che sembrano il frutto dell’ironia disperatamente arida di un uomo e autore che si senta condannato a convivere in uno scenario di “ignoranza bestiale, pupazzi ciechi, creature dannate”. L’idea di un paese putrescente – paragonato finanche a un cancro, nella violentissima tirata chiave del film – è implicata anche simbolicamente quando Y e l’autista si fermano presso un campo di peperoni marciti. C’è davvero del marcio in Israele. Per bocca del protagonista, “un paese marcito negli stereotipi di sé stesso”, con una generazione che “marcisce prima che germogli”.

La grande tenerezza

Ma la bocca di Y è quella di Nadav Lapid? È l’eterna questione degli alter ego artistici. Che sono, semmai, alter ego catartici. La virulenza del protagonista finisce per dare sfogo a quello che i registi non dicono, e forse nemmeno vogliono dire fino in fondo. Il discorso anti-Israele di Y, che intimidisce e porta a fior di lacrime la bibliotecaria, non è semplicemente libero: è sfrenatamente politically uncorrect.

Oltre questa retorica vuota, si rivela la vera natura dei suoi governanti. Incluso il tuo Ministro! Così codardo, volgare, grottesco. Le loro leggi detestabili evitano che aria fresca penetri nei cervelli della gente. Così che quei governanti, nascosti dietro esortazioni nazionalistiche, possano tirannizzarci in modo semplice.

Quest’uomo, così violento verbalmente, è però anche profondamente umano. Il lutto della madre – montatrice dei primi film di Lapid, effettivamente morta prima della realizzazione di Ahed’s Knee – è per Y, rispetto all’aggressività verbale, il controcampo dal tono dimesso. L’umore su cui si adagerà il film dopo interminabile tensione. Fa tenerezza anche la bibliotecaria, dolce e inebetita – giammai una losca manovratrice di Governo.

Ahed's Knee tenerezza

Ahed’s Knee, un moralmente stremato Y abbraccia Yahalom

Anche lei fa parte di quella generazione che muore nel deserto, che marcisce prima che germogli. A cui il film, probabilmente, fa da sofferto canto d’amore: e non d’odio per il Paese. C’è del marcio, sì; ma anche del dolce. Della disperazione; ma anche della speranza. Di vedere cattedrali, biblioteche e filmoteche nei deserti. Ahed’s Knee è questo: non un film di synonyms, ma di stupendi contrari.

MUBI maggio 2022: nella programmazione invasione di Cannes

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Ahed's Knee

  • Anno: 2021
  • Durata: 109'
  • Distribuzione: MUBI
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia, Israele
  • Regia: Nadav Lapid
  • Data di uscita: 18-May-2022