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CONVERSATION

‘Polvere’ il film. Conversazione con Antonio Romagnoli

In Polvere di Antonio Romagnoli la violenza sulle donne è un demone invisibile. Con Roberta Mattei e Saverio La Ruina in stato di grazia

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Polvere di Antonio Romagnoli racconta la violenza sulle donne negli abissi di in un interno famigliare. Realizzato in un regime di assoluta indipendenza Polvere è un esordio da vedere anche per le strepitose interpretazioni di Roberta Mattei e Saverio La Ruina.

Il film è prodotto e distribuito da Il Varco

Polvere secondo Antonio Romagnoli

Volevo partire da un paragone irriverente ma secondo me appropriato e cioè da Primo amore il film di Matteo Garrone. A me pare che questo film abbia fatto parte dell’immaginario che ti ha accompagnato nella realizzazione di Polvere per varie questioni. Nell’ambito della stesso tema in entrambi la strategia messa in atto dal carnefice prevede la sostituzione della violenza fisica con quella psicologica.

Partiamo dal fatto che Garrone è un autore che fa parte del mio immaginario. L’ho seguito dagli inizi e Primo amore è il film che mi ha colpito di più. Per questo penso che soprattutto nell’inconscio mi abbia in qualche modo influenzato. Se il carnefice di Primo Amore lavora sul corpo quello di Polvere lo fa sulla parola.

Quando una persona pensa alla violenza sulle donne lo fa immaginando una dimensione prima di tutto fisica, invece in questi due film è, in primis, psicologica.

Io sono convinto che la violenza psicologica presente in entrambi i film è il passo obbligato per arrivare a quella fisica. Con Polvere avevamo l’esigenza di raccontare quello che avviene prima del titolo di giornale. In questi termini quindi sostituisce il sensazionalismo della cronaca per andare un po’ più alla radice di ciò che avviene in queste dinamiche.

Penso che Polvere testimoni anche un cambiamento antropologico e di costume, nel senso che la violenza sulle donne ha trovato il modo di farsi strada in forme più subdole e meno evidenti da individuare. Quella psicologica è una via meno appariscente, ma altrettanto criminale. Penso anche al condizionamento del corpo femminile su cui molti film da tempo hanno iniziato a ragionare. Mi viene in mente Il corpo della sposa di Michela Occhipinti.

È sicuramente un cambio di costume.

Che Polvere voleva cogliere.

Sì, per esempio in Polvere non è un caso che i due protagonisti siano espressione della classe medio alto borghese in cui questo tipo di violenza, che ha le stesse radici culturali di quella fisica, si è evoluta e adattata ai tempi. La violenza psicologica è una cosa che si consuma tra le mura di casa e lì rimane. All’esterno non se ne ha nessuna evidenza. Una volta fuori dalla prigione dell’ambiente domestico è come se quella violenza non esistesse.

L’introduzione

In questo senso l’introduzione girata in esterni conferma quello che stai dicendo. Il momento in cui vediamo lui e lei camminare in una notte d’estate è l’unico in cui questa violenza non si manifesta. La perfetta armonia tra l’uomo e la donna non lascia presupporre un’inversione di tendenza. Peraltro quella è l’unica sequenza girata in esterni. Non è un caso. 

Esatto, non è un caso. Anzi, la scena è costruita in modo tale che lui è quasi vittima della poca attenzione della donna. L’uomo appare un cane bastonato e lo scambio di battute appare abbastanza equo senza la predominanza di una delle due parti.

L’eccezionalità di quella scena sta anche nel fatto di essere l’unica in cui ce li presenti uno di fianco all’altro e dunque in una postura che allude a una condizione di parità. Se vogliamo, il fatto che lei sia vestita di rosso e sia più alta di lui la mette addirittura in una posizione di superiorità. È come se fosse quello a scatenare l’antagonismo dell’uomo e con esso la voglia di sottomettere qualcosa che percepisce come superiore.

Io sono convinto che qualsiasi voglia di sottomissione, e parliamo nello specifico della violenza di genere, passa da un forte complesso di inferiorità. In questo caso quello di un uomo narcisista e culturalmente ammalato da certe dinamiche e pensieri da non poter accettare di avere una donna così libera. Per evidenziare questa situazione di sudditanza, con Giacomo, il costumista, abbiamo scelto di fare indossare i tacchi a Roberta in modo tale che figurasse più alta, mentre il vestito rosso è sintomo di una donna con un certo spirito.

Non per niente, dal punto di vista formale, con l’avanzare dei vari quadri i colori si spengono, avvalorando l’azione dominante del carnefice che vuole eliminare il simbolo della presunta ribellione della donna. A un certo punto arriva persino ad accusarla di portare solo vestiti colorati in modo da poter attirare l’attenzione degli altri uomini. 

Sì, e la rimprovera per il vestito arancione quando si trova a salutare un suo vecchio amico.

Saverio La Ruina e Roberta Mattei in Polvere

Il dualismo di Polvere di Antonio Romagnoli

Nel film c’è questa doppia valenza: da una parte la desertificazione cromatica testimonia il dramma che si sta consumando, dall’altra la formalizzazione di una vita che perde colore. 

Esatto, secondo me il punto di vista è doppio e cioè di entrambi perché poi, a un certo punto, anche lei inizia a vedere la realtà priva di colore. Ti dirò di più, noi abbiamo applicato un processo di desaturazione che inizia dalla prima scena in modo da renderlo impercettibile all’occhio umano, tant’è che molti spettatori non si sono nemmeno accorti che il film diventasse progressivamente in bianco e nero. Questo è un po’ quello che accade a lei, inconsapevole di un’esistenza, la sua, sempre più decolorata e sbiadita.

C’è un’altra scena importantissima, quella del quadro: i due protagonisti guardano un quadro che lo spettatore non riesce a vedere. La messinscena diventa una metafora di quello che la donna non riesce a percepire  all’interno dei rimproveri che gli fa il suo uomo. Questa manipolazione e tutta questa costruzione retorica è fondata sul nulla e quindi quel quadro che non si vede, il tema che non si vede, diventa la metafora del nulla su cui è costruito l’attacco del carnefice.

È giustissima questa cosa che dici e sono felice che tu l’abbia colta. Quella messinscena è anche un modo per lo spettatore di immedesimarsi nel personaggio di lei senza avere un punto di riferimento. Non potendolo vedere in qualche modo, come spettatore sei costretto a farti una tua versione del quadro.

La parola in Polvere di Antonio Romagnoli

In Primo amore Garrone parte dal logos per svuotare il corpo dei suoi contenuti. Tu fai l’esatto contrario con una prima sequenza molto classica a cominciare dalla quale la bellezza di Roberta ci viene un poco alla volta sottratta, facendo rimanere di lei le parole e non il corpo. Diversamente da quanto succede al personaggio di Michela Cescon.

Sì, c’è un’inversione, ma non è volontaria, però effettivamente è vero che il procedimento è quello. Infatti nel film non c’è colonna sonora proprio in virtù del fatto che la parola diventa protagonista. In particolare nella recitazione di Saverio c’è questa sorta di melodia laconica un po’ lagnosa e ripetitiva che dà in qualche modo atmosfera al film senza bisogno di altre incursioni musicali.

Di conseguenza nel film la drammaturgia ovvero la potenza della parola, è fondamentale in un’idea generale di cinema in cui l’elemento visivo è predominante. Con Polvere in qualche maniera riporti la parola al centro della scena, esaltata in tutta la sua forza allusiva e manipolatrice.

Sì, diciamo che Polvere va in controtendenza rispetto alle mode degli ultimi tempi. È vero che il cinema è visivo e bisogna raccontare per immagini però si stanno superando i limiti. Spesso vedo tante immagini vuote che non raccontano nulla per cui, consapevoli dei rischi, abbiamo cercato di fare un film che andasse nella direzione totalmente opposta.

Le immagini e i corpi

Quello che mi ha colpito, tra l’altro, è che nonostante tu nasconda il corpo dei protagonisti, soprattutto quello della vittima, questo riesce a incarnarsi attraverso la parola. Ascoltando, di essa si materializza la paura che da un momento all’altro possa essere violato.

Assolutamente sì e c’è anche la questione del corpo di lui.  Se ci pensi, a un certo punto, prima di andare a letto, ne vediamo il petto villoso che lo trasforma in un personaggio arcaico, sublimando l’origine di quella violenza, mentre lei viene quasi nascosta dalla figura di lui. Giacomo ha fatto un grande lavoro per far comunque intuire la sua bellezza sopita.

Volevo parlare di una delle scene più importanti e delicate in cui si compie un atto di violenza sessuale. Parliamo dell’unico passaggio in cui tu interrompi il rigore del quadro. All’utilizzo prevalente del piano sequenza a camera fissa subentra – quando lui la porta in camera –  quello della camera a mano che spezza quell’armonia e quindi annuncia l’anomalia che sta per compiersi. Ancora, a proposito della sottrazione del corpo, quello di Roberta nel momento più drammatico della storia sparisce. Di lei rimane solo l’incredulità terrorizzata del volto.

Quella a cui ti riferisci non è la camera a mano, ma una steadycam molto libera che alla fine fa lo stesso effetto della prima. Il linguaggio del film si rompe perché in quel momento è come se stesse avvenendo una cosa “bella” e visto che le cose belle per il resto del film sono affidate alle dissolvenze in nero, quindi di fatto non ci sono, qui l’opzione è stata quella di rompere il linguaggio per poi ritornare su un piano fisso. Il primo piano di Roberta, che è prigioniera ancora di più dei piani sequenza precedenti, perché se vogliamo la camera diventa ancora di più ferma. Roberta in quel frangente è fenomenale perché racconta con le sole espressioni del viso; una cosa che fanno solo i grandi attori.

La violenza

Nella circostanza il suo volto è più nudo del nudo più audace. Lei riesce a trasfigurare la nudità del corpo mostrandocela attraverso la profondità del suo sguardo.

Secondo me sì e sono felice tu l’abbia colto perché quanto accade è di una gravità inaudita. Il fatto che lei riesca a renderla come se tu vedessi tutto mentre di fatto non è così è qualcosa di incredibile.

Anche se è evidente che si tratta di una violenza la tua messinscena si mantiene in bilico tra il normale e l’anomalo.

Diciamo che la sequenza si muove tra il surreale e l’iperreale, un po’ come accade nella sequenza sulla questione della sedia spostata da Roberta. Quest’ultima può sembrare una cosa fuori dagli schemi, ma in realtà non lo è. Anche la sequenza della violenza sessuale si iscrive in questo rapporto malato e nel suo tipo di equilibrio.

Più quadri in Polvere di Antonio Romagnoli

Il film è in qualche maniera suddiviso in una serie di quadri separati da ellissi di durata più lunga del normale in cui noi vediamo lo schermo nero che per me rappresenta i non detti che spingono la coppia dentro l’abisso. Non a caso quando l’immagine torna ad animarsi la situazione diventa sempre più angosciante è drammatica.

Diciamo che in quei neri la coppia entra sempre più dentro l’abisso perché, almeno per il mio punto di vista, in quelle assenze avvengono le cose “belle” che la rendono una coppia normale, quelle per cui lei alla fine resta lì. In questo senso rappresenta la condizione che li conduce verso l’abisso.

Subito dopo la scena della violenza sessuale c’è un piano sequenza in campo lungo dove la coppia si ritrova in balcone. A un certo punto la camera si avvicina trasformando grate e porte nelle griglie di una prigione dietro i quali ci sono i loro volti.

Si tratta di un effetto già anticipato nella scena della sedia in cui l’ombra delle grate sulle loro teste  lascia intendere la stessa cosa.

Secondo me il campo lungo di cui parlavo rende in ogni caso evidente che c’è una vittima e un carnefice, ma diciamo che oramai è la coppia a essere imprigionata in quello schema perché paradossalmente anche lui è vittima di se stesso.

Non è carnefice in quanto malvagio, ma è carnefice in quanto vittima di se stesso.

Luce e ombra

Della fotografia abbiamo in parte già parlato. Qui mi interessava sottolineare come il contrasto tra luce e ombra più che sottolineare la profondità di campo siano un modo per scavare nel corpo dei personaggi, facendone emergere il malessere. 

Sì, assolutamente, anche la scelta dell’ottica va in quella direzione, cercando ogni volta di scavare sempre un solco visivo rispetto a quanto si è visto prima. Fino ad arrivare alla scena finale in cui si sono ombre lunghissime che sembrano annunciare una nuova alba.

La recitazione in Polvere di Antonio Romagnoli

La scelta di girare in piano sequenza è quella che chiama gli attori al compito più difficile, soprattutto in un film come il tuo in cui i dialoghi e le parole la fanno da padrone. Roberta Mattei e Saverio La Ruina costruiscono letteralmente la storia sui corpi e sui volti in scene come quella finale in cui la mdp rimane su Roberta per quindici minuti. Questo ci dà la possibilità di apprezzare le straordinarie interpretazioni degli attori. 

Diciamo che mi sono potuto permettere di farlo proprio in considerazione di avere due attori come loro, altrimenti sarebbe stato impensabile. Saverio e Roberta hanno ripagato ampiamente la mia fiducia perché il loro è stato un lavoro enorme anche nel creare l’ansia che si produce ogni volta che li guardiamo.

Sono stati bravi anche a creare il tempo della storia che contribuisce non poco a produrre la sensazione di malessere dei personaggi.

Sì, esatto.

La recitazione degli attori propone anche una varietà di stili da quella più strutturata di La Ruina a quella più istintiva della Mattei. Una diversità utile a rendere le differenze caratteriali dei personaggi, ma anche a cogliere l’essenza della storia. Da una parte, infatti, c’è chi ha bisogno di crearsi una sovrastruttura per imporre la propria volontà, dall’altra, invece, abbiamo l’esatto contrario, con il personaggio di Roberta che si espone al suo interlocutore  senza alcuno schermo. La complementarietà tra gli interpreti è del tutto funzionale alla storia.

Hai detto tutto tu, nel senso che è quello che ho spiegato agli attori quando li ho scelti. La cosa inquietante è che ho quasi usato le tue stesse parole. Non scherzo!

La realizzazione del film

Polvere rappresenta un caso unico nel cinema italiano più recente perché la qualità dell’interpretazione è inversamente proporzionale alla velocità con cui è stato realizzato. 

Abbiamo girato in pochissimi giorni però ne abbiamo parlato e ci abbiamo lavorato per tanti mesi prima di arrivare sul set. Penso che sia questo l’unico modo in cui una storia può entrare veramente a far parte del film. Prepararsi, parlarne, avere chiare sia le intenzioni del personaggio che del regista permette agli attori di tirare fuori il meglio. Se ci riesci il gioco è fatto e non ti devi più preoccupare di nulla.

Se La Ruina era anche l’autore dello spettacolo teatrale da cui è tratto il film e quindi conosceva a memoria i personaggi per Roberta il suo era un’assoluta novità, dunque per lei le prove sono state ancora già importanti per entrare nel ruolo.

Sì, ne abbiamo fatte pochi giorni prima di cominciare, ma devo dirti che quando è arrivata Roberta era già pronta. Questo perché nei mesi precedenti ci siamo incontrati e sentiti tanto entrando nei particolari della sceneggiatura: se c’erano dei dubbi provavamo ad analizzare bene tutti i sottotesti. In realtà il lavoro con lei è stato più fluido di quello con Saverio perché lui doveva uscire dal personaggio teatrale ed entrare in quello del film. Al di là del testo si tratta di due cose differenti.

Da una parte avevi una faccia straordinaria come quella di La Ruina, dall’altra un’attrice come Roberta Mattei il cui talento era ancora a digiuno di una parte da vera protagonista. 

Entrambi hanno un volto che si può definire antico e questo mi serviva per mettere in scena una storia che va alle origini del male. Roberta è un’attrice straordinaria per cui spero che Polvere sia l’inizio di una carriera fatta di ruoli da protagonista. Per Saverio sono d’accordo con quello che hai detto, con una faccia come la sua può fare quello che vuole.

Prima di essere l’interprete di Polvere Saverio è stato un drammaturgo e un attore teatrale capace di vincere ogni sorta di premio. 

Sì, infatti nel panorama teatrale lui ha avuto tutto quello che poteva avere per cui spero che Polvere lo aiuti ad entrare in questo altro piccolo mondo che è il cinema.

Antonio Romagnoli: regista esordiente di Polvere

Polvere dimostra che un regista esordiente può fare un film di alto livello, con delle interpretazioni superiori alla media anche in presenza di un budget esiguo. Vedendolo non sembra ed è anche in questo che sta la bravura di chi l’ha fatto. 

Sono molto contento che tu lo dica perché questo mi dà una grande soddisfazione anche come co-produttore del film. Al Festival di Porretta siamo stati inseriti nella selezione accanto a film che avevano un budget ben diverso dal nostro e questo ci ha resi molto orgogliosi. Ovviamente ci vuole un po’ di irresponsabilità per fare un film in questo modo.

Lo stesso vale anche per riuscire a trovare attori che si siano fidati di te.

È necessario che non solo gli attori, ma tutti i reparti credano nel progetto altrimenti al di là del fatto che economicamente non è fattibile diventa impossibile tenere insieme la troupe e dunque avere degli attori disposti a darti totale fiducia.

Con gli attori sei intervenuto molto o li hai lasciati fare?

Li ho molto lasciati fare. Le indicazioni riguardavano più che altro i movimenti o questioni tecniche. Sulla recitazione non ricordo momenti di grosso stallo.

Altri elementi tecnici del film

Tornando alla forma quello che mi sembra importante nel film è anche la posizione dei corpi rispetto allo spazio. All’inizio sono uno a fianco all’altro poi c’è una sorta di inseguimento in cui spesso il carnefice si trova in primo piano, mentre la vittima appare quasi schiacciata anche grazie all’effetto di lenti che formano la profondità di campo. 

Sì, quello che dici avviene nella scena del quadro, mentre nella scena della sedia accade l’esatto contrario perché nel totale c’è lui che la sovrasta e le gira intorno come uno squalo e il primo piano va su di lei per isolarla cercando di aiutarla a ricordare ciò che le sfugge.

Nella seconda scena così come in quella finale la voce prevale sul corpo, quest’ultimo mediato dalla presenza del cellulare che lo sostituisce davanti alla mdp. Non penso sia un particolare casuale.

Non lo è perché rappresenta due cose importanti: la prima, da te citata, quella in cui la riprende con il cellulare, è la prima vera forma di violenza che le fa perché è una cosa molto invadente e rappresentativa non solo della storia del film, ma dei giorni. Nell’ultima, volevo che la voce dell’uomo risultasse tecnicamente diabolica. Il suono metallico prodotto dal telefono lo rende definitivamente inumano.

Nella prima delle due scene la violenza è materializzata dalla mano di lui che entra nello spazio visivo del cellulare per togliere gli occhiali alla compagna. Si tratta di una sequenza che tradisce in anticipo l’aggressività dell’uomo. 

Sì, la denuda totalmente e se poi noti, in quel campo contro campo, quando è la donna a riprenderlo la sua immagine è piena di contrasti, di luci che vanno e che vengono mentre lei appare immobile, con un muro bianco dietro la schiena. Il tutto a sottolineare il diverso approccio dei personaggi a quella relazione.

Antonio Romagnoli oltre Polvere

Parliamo del cinema che ti piace e che ti ispira.

Cerco di farmi ispirare il meno possibile o meglio, lascio che questa cosa accada più a livello inconscio. Il cinema che mi piace va dalla Nouvelle Vague a registi americani come Quentin Tarantino, Paul Thomas Anderson. Ci sono poi quelli della New Hollywood, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Winding Refn e anche la scuola danese di Von Trier. Inoltre sono un “fan” di Paolo Sorrentino.

Cosa mi dici di È stata la mano di Dio?

L’ho trovato grandioso e mi ha molto emozionato.

Leggi anche: ‘Polvere’ Antonio Romagnoli racconta la violenza psicologica

 

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Polvere di Antonio Romagnoli

  • Anno: 2022
  • Durata: 75
  • Distribuzione: Il Varco
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Antonio Romagnoli
  • Data di uscita: 25-February-2021