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PERSONAGGI

L’Italia piange Lina Wertmuller che ricordiamo con un’intervista esclusiva

Tanti capolavori, un'icona incredibile e un Oscar dopo 91 anni

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Con i suoi titoli lunghi & impossibili come il suo vero nome (da una parte Arcangela Felice Assunta Wertmuller Von Elgg Spanol Von Braueich; dall’altra Travolti Da Un Insolito destino Nell’Azzurro Mare d’Agosto, Scherzo Del Destino In Agguato Dietro l’Angolo Come Un Brigante Di Strada, Film d’Amore e d’Anarchia: ovvero stamattina alle 10 in via dei fiori nella nota casa di tolleranza, Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici) e gli inseparabili occhiali bianchi, Lina Wertmuller ha ridefinito il cinema politico come pochi altri, ironizzando sul maschio italiano con intelligenza e leggerezza, ma sempre con lucidità, anticipando e nello stesso tempo oltrepassando i confini dell’attuale #metoo e, qui, vogliamo ricordarla attraverso un’intervista.

Lina Wertmuller: addio alla prima regista candidata all’Oscar

Un Oscar dopo 91 anni

A 91 anni ha potuto stringere il suo Oscar alla carriera, dopo essere stata la prima donna a essere candidata alla prestigiosa statuetta (solo dopo di lei sono arrivate Jane Champion, Sofia Coppola, Kathryn Bigelow e Chloè Zhao), ma a 17 anni aveva già intrapreso i corsi di regia dopo una gavetta nel teatro e la collaborazione con Garinei e Giovannini. Forse questi inizi li ha sempre portati con sé, dall’impianto fortemente teatrale dei rapporti interpersonali dei suoi personaggi fino all’utilizzo magistrale del corpo attoreo, se si pensa a come ha reso feticci due interpreti eccellenti come Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.

Se ha esordito alla regia con il poco conosciuto e mai troppo celebrato I Basilischi, nel 1963, è solo l’anno successivo che arriva già la consacrazione con quello che una volta si chiamava sceneggiato e ora chiameremmo serial: Il Giornalino di Giamburrasca. Destinato ad un pubblico giovanile e trasmesso in prima serata per guadagnare un’audience più matura -operazione oggi impossibile e anzi impensabile-, gli otto episodi ispirati al celebre romanzo di Vamba (Luigi Bertelli) nascondevano sotto la pappa al popopopopopopomodoro i fermenti della ribellione sessantottina, che la Wertmuller avrebbe esplorato con uguale ironia sul grande schermo. Una rivista musicale in televisione, in pratica: e dove Vamba puntava il dito contro l’educazione borghese dei primi del ‘900, la regista con gli occhiali esacerbava i lati più eversivi del personaggio interpretato da Rita Pavone, ma con una cura formale straordinaria, dalle coreografie che riportavano appunto a una fastosa rivista di varietà al frequente uso di carrelli, fino a un cast di primissimo livello tra Elsa Merlini, Mario Maranzana e Paolo Ferrari, musiche di Nino Rota ed esecuzioni orchestrali di Luis Bacalov.

Una carriera incredibile

Dopo un inizio così folgorante era impervia la prosecuzione: con talento inesauribile, fisico minuti e volontà ferrea, Lina seppe invece far germogliare i semi piantati da Giamburrasca irrorandoli con una ironia fuori dal comune e un’intelligenza lucida e a tratti spietata.

Pasqualino Settebellezze, nel 1975, poneva in parallelo gli orrori del nazismo e la gretta mentalità meridionale al servizio dell’Onore negli anni ’70: la maschera straordinaria di Giannini restituiva un personaggio disgraziato che passava da una prigione fisica a una mentale, ovvero il maschilismo napoletano fondato sull’oppressione della donna. Una mentalità aberrante che la Wertmuller aveva già ritratto in Mimì Metallurgico (1972) e Film D’Amore e D’Anarchia (1973): capolavori nei quali il grottesco di Germi e Fellini faceva insospettabilmente coppia con il tragico, in quadri potenti che oscillavano tra lo squallore e il colore del pop. Chiude la quadrilogia Travolti da Un Insolito Destino Nell’Azzurro Mare d’Agosto del 1974, dove il marinaio proletario e la sciùra milanese fanno incontrare e attrarre i due opposti in una storia irresistibile, a tratti drammatica anche di una violenza ruvida e asciutta.

Lina non si è risparmiata neanche con i generi. Nonostante il suo debutto l’avesse posta fin dall’inizio nel cinema d’autore, ha girato Il Mio Corpo Per Un Poker nel 1968 per dimostrare che la regia era un affare anche di donne, e si è allargata anche al cinema popolare di immediata empatia regalando piccoli gioielli come Io Speriamo Che Me La Cavo, un ritorno alla cultura che amava (quella napoletana) assieme al genovese Paolo Villaggio che, con il film, mise in carriera uno dei suoi ruoli migliori.

Tra i suoi premi: la candidatura al Golden Globe per Pasqualino Settebellezze; il Globo D’Oro alla carriera nel 2009; il Premio Flaiano alla carriera nella categoria Cinema nel 2008; la Vela d’Argento nel 1963 al Festival di Locarno; il David alla carriera nel 2010; la Ligeia d’Argento nel 2012 al Lamezia International Film Fest – LIFF.

L’esclusiva intervista a Lina Wertmuller

Abbiamo avuto il privilegio di incontrare, per un’intervista, Lina Wertmuller nel 2020, in occasione proprio dell’Oscar alla carriera.

Un Oscar alla carriera, dopo tre candidature storiche. Anche Lina Wertmuller ha tremato, al Dolby Teather e sulla Walk of Fame?

Mi ha fatto molto piacere. È stata una bella esperienza, forse più unica che rara. E sono felice di averla vissuta con la mia famiglia e i miei amici.

Cambiare il nome da Oscar ad Anna: è solo l’ultima provocazione in ordine di tempo che ha lanciato nientemeno dal Roy Dolby Ballroom di Los Angeles. Come sempre, una provocazione leggera, ma importante, ironica ma carica di significato. Lei pensa che invece oggi la battaglia per l’emancipazione femminile, in ogni senso e campo, riempia i social di aggressività spesso controproducente?

Sono poco esperta di social, ma penso che sia giusto che le donne si facciano sentire combattendo per le giuste cause.

Da I Basilischi ai Peperoni Ripieni e Pesci in Faccia lei ha girato ben 23 film per il grande schermo, con almeno una buona manciata di capolavori assoluti: ce n’è qualcuno che oggi girerebbe in maniera differente, per aggiornarlo alla farsa politica che vediamo ogni giorno in atto?

Ho girato più o meno 30 film e sono tutti come i miei figli. Non penso che trasformerei uno dei miei film, ma sicuramente mi adeguerei a farne uno che esalti la farsa politica di oggi giorno.

Lei è stata la prima donna anche a “rompere le barriere” in un cinema fatto di maschi. Ci sono le condizioni oggi, produttive e commerciali, perché una nuova regista donna riesca ad avere lo stesso impatto culturale dei suoi Pasqualino Settebellezze o Travolti Da Un Insolito Destino?

Sì, secondo me sì. Le donne sono brave a “rompere le barriere” e anche “le scatole”. Ci vuole carattere.

Parecchi suoi film non sono solo entrati nella storia del cinema, ma proprio nel linguaggio e nella cultura popolare. Qual era la molla che scattava durante il processo creativo, scrivendo -per esempio- il litigio fra la “puttana industriale” e il “brutto mozzo trinariciuto”?

Ci sono dei pensieri che volano nell’aria e bisogna saperli cogliere al volo. Ed era un modo di testimoniare un tipo di contrapposizione legata alla situazione italiana.

Si ritrova, o si è mai riconosciuta, nella definizione di “regista impegnata”?

No, sicuramente ho lavorato molto, ma è stato anche un gran divertimento.

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