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Approfondimenti

‘David Fincher. La polisemia dello sguardo’ a cura di Antonio Pettierre per Mimesis Edizioni. Nella selva oscura dei segni

Il cinema del regista, tra gli altri film, di 'Seven', 'Fight Club' e del recente 'Mank', viene esplorato nella complessa stratificazione dei segni che ne contraddistinguono il tentativo di interpretare la realtà alterandola e manipolandola. Dai videoclip degli esordi alle nuove frontiere di Netflix

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Per scrivere di un regista come David Fincher, sembra davvero ci voglia una squadra di critici un po’ social network di conoscenze multidisciplinari, un po’ armata delle tenebre disposta a calarsi in mondi cinematografici che annidano il male, potenzialmente, in ogni essere e ogni luogo. David Fincher. La polisemia dello sguardo, a cura di Antonio Pettierre per Mimesis Edizioni, dichiara sin dal titolo la complessità dell’operazione, riconoscendo nella “realtà deformata e deformante” del regista una ricchezza di forme e contenuti ricombinate in un’estetica dal forte potere metaforico e rivelatorio. Polisemia che si coglie anche solo a mettere in fila il nucleo di titoli della produzione del cineasta nato a Denver, Colorado: Alien³, Seven, The Game, Fight Club, Panic Room, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button, The Social Network, Millenium – Uomini che odiano le donne, L’amore bugiardo – Gone Girl, Mank. Si tratta di opere che

mostrano una pluralità di segni, significati e strategie di significazione, sia nei contenuti espressi, sia negli elementi simbolici ricorrenti, determinando un mondo autoriale identificabile e riconoscibile.

Dall’identikit di questa filmografia, David Fincher. La polisemia dello sguardo riesce a far luce sulle ombre di una visione autoriale, quella di “un pessimismo senza possibilità di redenzione, in cui il male si esprime attraverso le azioni dei protagonisti”. Ma niente panico: anche nella selva oscura, la lettura è gradevole.

Leggendo l’introduzione: Fincher uno e trino

Sognatore, autore, demiurgo. Sono tre parole che compaiono nell’illuminante ouverture di Antonio Pettierre, un’introduzione che funziona da vero contenitore dei gironi del libro e dello stesso universo di Fincher.

Sognatore: perché – si apprende – il futuro regista ebbe chiaro sin dall’infanzia di voler intraprendere il percorso nella settima arte. Il padre lo accompagnava regolarmente nei cinema di San Francisco. Negli anni, tra l’altro, dell’atmosfera tirata per gli assassinii del serial killer Zodiac. Un’esperienza destinata, oltre che a generare il film omonimo, a ripercuotersi sul mood di film pervasi dal “male di essere, di esistere, di vivere”.

David Fincher sul set di Zodiac con Jake Gyllenhaal (a sinistra) e Chloe Sevigny (al centro)

David Fincher sul set di Zodiac con Jake Gyllenhaal (a sinistra) e Chloe Sevigny (al centro)

Autore: perché, con giusto dubbio di curatore, Pettierre s’interroga se abbia senso parlare di autori nel sistema industriale che impronta il cinema contemporaneo. Ma sì, è la risposta. Ed è proprio il caso di Fincher. Il suo linguaggio espressivo riesce con crisma autoriale a decifrare la realtà riformulandola nella stratificazione della creazione cinematografica.

Demiurgo: proprio per come Fincher manipola e controlla la pluralità di segni, generando spazi, personaggi, simboli entro cui discernere l’immagine della nostra epoca. Se queste note introduttive sono un trailer, viene poi voglia di proseguire la lettura e di fare corpo a corpo con i saggi sui singoli film.

Navigando tra i saggi: Fincher uno e centomila

Per ogni film, gli autori di David Fincher. La polisemia dello sguardo mettono in gioco un’analisi variamente approcciata, che corrisponde alla stessa varietà semiotica delle opere. È sicuramente una delle caratteristiche del libro curato da Pettierre: si ha la sensazione di uscire dalla lettura con molti stimoli non solo su Fincher, bensì  su come avvicinare in generale, in un caleidoscopio di avventurose possibilità, il cinema del terzo millennio.

La polisemia di Fincher è basata sull’invenzione e l’alterazione della realtà, ma proprio per questo essa diventa più vera della stessa realtà conosciuta.

È dunque una raccolta di saggi che sistematicamente si avvale del contributo di più discipline e saperi: una polifonia per parlare di una polisemia. Per contenere più realtà possibile, più realtà possibili. Qualche esempio. Per esplorare i recessi di significato di Fight Club, lo stesso Pettiere mette in corto circuito, tra gli altri, contributi di Debord sulla società dello spettacolo e di Bauman sull’homo consumens. Eugenio Radin esplora il senso profondo degli spazi in Panic Room nel più ampio contesto filosofico e sociologico della crisi dell’abitare.

David Fincher sul set di Panic Room con Jodie Foster e Kristen Stewart

David Fincher sul set di Panic Room con Jodie Foster e Kristen Stewart

Con calibrata diversità, ma secondo lo stesso principio, Rita Ricucci espone l’incompiutezza de Il curioso caso di Benjamin Button muovendo dalla fonte letteraria di Francis Scott Fitzgerald, mentre Rudi Capra orchestra un autentico studio di semiotica nell’affascinante ricognizione di Zodiac. Nel complesso, una costellazione di riferimenti che suggestionano, oltre che orientare.

Le origini dell’universo infinito di Fincher

Ai confini della galassia dell’autore, nella cui bibliografia David Fincher. La polisemia dello sguardo si pone come ulteriore stella polare, è interessante rilevare l’attenzione a fenomeni “satellite” del pianeta cinema. Il saggio di Matteo Zucchi, che segue l’introduzione, sonda le origini del linguaggio cinematografico del cineasta attraverso la realizzazione di spot e videoclip, peraltro non limitata ai soli esordi. Si crea, così, anche un collegamento con l’altro confine estremo della produzione di Fincher, il recente Mank (2020). L’uso del bianco e nero in quest’ultimo era stato infatti anticipato dai video musicali per Madonna Oh, Father e Vogue (1990): possibile “infestazione della produzione del regista da parte del cinema classico”.

Lo stesso autore del saggio su Mank, Giuseppe Gangi, scrive anche un capitolo sul rapporto tra Fincher e Netflix, concretizzatosi nella produzione seriale di House of Cards (2013-18) e Mindhunter (2017-19). Che diventa, più in generale, una riflessione sulla digitalizzazione del sistema televisivo tramite le piattaforme online.

Nel complesso, dunque, una lettura che lascia il segno, sia rispetto a David Fincher sia in rapporto all’evoluzione del linguaggio e del sistema cinematografico. In attesa dei prossimi, stratificati segni della polisemia fincheriana.

EDITORE Mimesis
AUTORI AA.VV.*
CURATORE Antonio Pettierre
PAGINE 206
PREZZO 18 euro
COLLANA Cinema
USCITA 2021
ISBN 9788857580487

*Gli autori sono: Rudi Capra, Giuseppe Gangi, Marcello Perucca, Antonio Pettierre, Eugenio Radin, Rita Ricucci, Filippo Zoratti, Matteo Zucchi.

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