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L’acqua che scava la roccia: Daniel Day Lewis

A partire dalla prima pulsazione primordiale che squassa la carne e il sangue all’alba di ogni esistenza, la vita si dipana per un sentiero fatto di esperienze sempre più complesse, che lentamente si coaguleranno in un tutto dotato di significato, che costituirà il nucleo centrale dell’identità dell’individuo.

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A partire dalla prima pulsazione primordiale che squassa la carne e il sangue all’alba di ogni esistenza, la vita si dipana per un sentiero fatto di esperienze sempre più complesse, che lentamente si coaguleranno in un tutto dotato di significato, che costituirà il nucleo centrale dell’identità dell’individuo. Queste esperienze dal principio percepite come scollegate tra loro, pur essendo in gran parte costituite da sensazioni corporee, vengono vissute dal soggetto come “il mondo che sta fuori”. In questi momenti il sé in formazione si infrange indifeso contro i flutti ingovernabili del vivente, proprio come una piccola imbarcazione che affronta il mare grosso. Sviluppandosi l’essere umano sente accrescere dentro di sé una confortante fiducia nella possibilità di padroneggiare quello che gli accade, orientando la propria esistenza nella direzione dettata dalle proprie motivazioni più essenziali. Questo progressivo processo di predominanza sul reale è intrinsecamente attraversato da una sana rabbia, che conduce a quell’assertività necessaria per imporre traiettorie personali agli eventi.

Ma a volte, in particolari condizioni, questa rabbia diviene eccessiva e da propulsore della creatività diviene fine ultimo dell’agire umano, come un fiume carsico che sepolto nella roccia ne mina la solidità.

Ne Il petroliere (2007) possiamo trovare una immaginifica rappresentazione di come la ricerca di una legittima sensazione di controllo sulla propria vita si deforma nella famelica urgenza della supremazia sugli altri. Qui Daniel-Day Lewis interpreta appunto un cercatore di petrolio che sfida eroicamente la solitudine del deserto con lo scopo di dominare la natura e asservirla ai propri voleri. Le tipiche torrette per l’estrazione petrolifera assumono in questo contesto il significato di un’esasperata virilità fallica, tutta protesa a sottomettere violentemente i sussulti della madre terra. Tutta questa collera però porterà ad una rottura con la propria femminilità interiore necessaria ad alimentare gli aspetti più flessibili e relazionali della personalità. Questa rigida scissione si ripercuote severamente sul rapporto che il protagonista ha con il figlio adottato, dopo che il bambino in seguito ad un esplosione di un pozzo perde l’udito. Il petroliere che aveva sempre trattato il suo figliastro come un adulto si trova ora di fronte ad un bambino che ha bisogno di cure. Questa realtà, troppo distante dall’immagine ideale che lui aveva del figlio, presupporrebbe un adeguamento delle sue aspettative che lui non è in grado di realizzare, asservito com’è alla schiavitù dei propri obiettivi. La sua parte maschile rigida e sclerotizzata non gli consente di cambiare i suoi schemi a favore di comportamenti più contenenti e confortanti e decide quindi di eliminare il problema allontanando il bambino in un istituto.

Daniel-Day Lewis grazie alla sua formidabile versatilità e agevolezza nell’affrontare ruoli scomodi ci mostra nell’indimenticabile Nel nome del padre (1993) in che modo invece la rabbia possa aiutare a crescere e a diventare maturi. Gerry Conlon va a Londra fuggendo da una Belfast bellicosa e violenta e soprattutto da un padre che disprezza perché troppo mite e sottomesso secondo la sua logica da giovane ribelle. Quando si ritrovano nella stessa cella perché entrambi ingiustamente condannati con l’accusa di essere terroristi dell’IRA, dalla guerra esterna si passa alla guerra interna. Questa volta è il figlio che vomita addosso al padre tutta la sua rabbia, perché lui non aderisce all’immagine di un padre forte e combattivo. Ma Giuseppe Conlon, uomo cattolico dalla fede incrollabile, conduce una costante battaglia silenziosa contro l’iniquo sistema giudiziario inglese sopportando la sua pena con il cuore libero di chi sa di essere innocente. Dopo ripetuti scontri in cui Gerry urla a Giuseppe la sua sofferenza per aver avuto un padre troppo ossequioso, ma allo stesso tempo esigente solo con lui, qualcosa tra loro sembra cambiare e Gerry inizia ad ammirare il garbato eroismo del padre. Giuseppe muore in carcere perché minato da una malattia ai polmoni contratta dai tempi del lavoro in fabbrica, mentre Gerry sfoga il suo rancore ed esce dalla sua fase adolescenziale, giurando a se stesso di continuare la sua battaglia affinché tutti quelli che hanno sbagliato paghino per quello che hanno fatto a suo padre. Qui la rabbia che lo sostiene è al servizio di un atto di amore che lui compie nel nome del padre.

Damiano Biondi

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