Negli ultimi mesi è tornato al centro dell’attenzione uno degli attori più celebrati del nostro tempo, Daniel Day-Lewis. Dopo aver annunciato il ritiro nel 2017, in occasione del film Phantom Thread, l’artista ha sorpreso pubblico e critica annunciando un ritorno sullo schermo con il film Anemone, diretto e co-scritto dal figlio Ronan Day-Lewis.
L’attore stesso ha chiarito di non aver mai voluto ritirarsi realmente:
«I never intended to retire, really. I just stopped doing that particular type of work so I could do some other work.», ha dichiarato in un’intervista di settembre 2025..
La genesi del progetto Anemone, che esplora legami familiari complessi – fra padri, figli e fratelli – segna non solo il suo ritorno, ma una riflessione sulla sua stessa carriera, sul valore del lavoro e sulla tensione fra desiderio di controllo e bisogno di relazione.
La Rabbia come Forza Creatrice e Distruttrice: dal Controllo alla Redenzione
Questo nuovo capitolo nella carriera di Day-Lewis introduce una prospettiva interessante quando lo consideriamo alla luce dei ruoli cinematografici che abbiamo scelto di analizzare: da un lato la ricerca ossessiva del potere e del dominio nella natura (come in There Will Be Blood), dall’altro la trasformazione della rabbia in maturazione e riscatto (come in In the Name of the Father). Con i nuovi sviluppi biografici, possiamo dunque leggere questi film anche come anticipazioni di un percorso interiore più ampio, in cui la tensione fra controllo e vulnerabilità continua a risuonare.
A partire dalla prima pulsazione primordiale che squassa la carne e il sangue all’alba di ogni esistenza, la vita si dispiega come un sentiero costellato di esperienze sempre più complesse. Queste, lentamente, si coaguleranno in un insieme dotato di significato, costituendo il nucleo centrale dell’identità individuale.
In principio, le esperienze appaiono scollegate e vengono vissute come elementi esterni al sé, pur nascendo in gran parte dal corpo e dalle sue percezioni. L’essere umano, ancora fragile, si infrange contro i flutti ingovernabili della vita come una piccola imbarcazione che affronta il mare in tempesta. Con il tempo, tuttavia, cresce dentro di lui una fiducia progressiva nella possibilità di padroneggiare gli eventi, orientando la propria esistenza secondo le motivazioni più intime e autentiche.
Questo processo di affermazione sul reale è attraversato da una componente emotiva fondamentale: la rabbia. Essa, se ben integrata, diviene motore di assertività, spinta vitale capace di trasformare l’impulso in azione e di dare forma a traiettorie personali. Tuttavia, quando tale energia si esaspera, si trasforma da forza creatrice in strumento di distruzione, deformando la ricerca di equilibrio in un desiderio ossessivo di dominio.
Il petroliere: la rabbia come perdita della propria umanità
Ne Il petroliere (2007), Paul Thomas Anderson offre un’imponente rappresentazione di questa metamorfosi interiore. Daniel Day-Lewis interpreta un cercatore di petrolio che, mosso da una feroce volontà di potenza, sfida la solitudine del deserto per dominare la natura e piegarla ai propri voleri.
Le torrette di estrazione petrolifera, verticali e minacciose, assumono in questo contesto un valore simbolico: sono emblemi di una virilità esasperata, strumenti fallici che penetrano la terra-madre in un atto di violenta sopraffazione. La rabbia, da energia propulsiva, si fa ossessione, minando la capacità del protagonista di accogliere e comprendere la propria parte più vulnerabile e “femminile” — quella che nutre la relazione e la cura.
Quando il figlio adottivo perde l’udito in seguito all’esplosione di un pozzo, il petroliere si trova di fronte a una realtà che infrange la sua immagine ideale di forza e controllo. Il bambino non è più il simbolo del successo, ma un essere fragile che necessita di attenzioni. Incapace di adattarsi, prigioniero dei propri schemi rigidi, l’uomo sceglie di allontanarlo in un istituto. È la disfatta definitiva della tenerezza: l’amore viene sacrificato sull’altare dell’ambizione.
Nel nome del padre: la rabbia come forza di crescita
Un diverso destino attende invece la rabbia nel film Nel nome del padre (1993), dove Daniel Day-Lewis veste i panni di Gerry Conlon, giovane irlandese travolto da un’ingiusta accusa di terrorismo. Fuggito da una Belfast violenta e da un padre che considera troppo remissivo, Gerry si ritrova incarcerato insieme a lui. Da questa prigionia nasce un duello interiore tra rabbia e perdono, forza e fragilità.
Gerry riversa sul padre tutto il suo rancore, accusandolo di debolezza, mentre Giuseppe Conlon, interpretato con straordinaria umanità da Pete Postlethwaite, affronta l’ingiustizia con una fede incrollabile e un coraggio silenzioso. Nella convivenza forzata, il figlio inizia a riconoscere la forza morale nascosta dietro la mitezza paterna, comprendendo che la vera virilità non risiede nella sopraffazione, ma nella dignità del resistere.
Alla morte del padre, Gerry trasforma la rabbia in strumento di giustizia e riscatto, giurando di continuare la lotta “nel nome del padre”. La collera, che inizialmente lo aveva accecato, diventa ora una forza redentrice, veicolo di maturazione e consapevolezza.
Conclusione: due volti della stessa fiamma
Attraverso le interpretazioni magistrali di Daniel Day-Lewis, la rabbia assume due volti opposti:
in Il petroliere è una fiamma che divora e distrugge, alimentata dall’illusione del controllo assoluto;
in Nel nome del padre è una fiamma che illumina e trasforma, al servizio dell’amore e della verità.
In entrambi i casi, essa rimane un segno indelebile dell’energia vitale che accompagna l’essere umano nel suo cammino di formazione. Il modo in cui scegliamo di orientarla — verso la conquista o verso la comprensione — determina la qualità più profonda della nostra esistenza.