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Conversation

Conversazione con Gianluca Maria Tavarelli regista di Chiamami ancora amore

Gianluca Maria Tavarelli torna a occuparsi del sentimento amoroso nella storia di un matrimonio in crisi

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Il cinema di Chiamami ancora amore, espanso nei sei capitoli in cui è suddivisa la storia, segna il ritorno di Gianluca Maria Tavarelli ai temi degli esordi e, in particolare, all’insostenibilità dell’amore rispetto al passare del tempo. Nella conversazione con il regista torinese si parla di rapporti umani e della messinscena del sentimento amoroso. Prodotta da Indigo Film e Rai Fiction e interpretato da Greta Scarano, Simone Liberati e Claudia Pandolfi,  Chiamami ancora amore va in onda ogni lunedì su Rai uno in prima serata; disponibile su Raiplay.

Chiamami ancora amore è un vero e proprio film espanso attraverso i sei capitoli in cui è suddivisa la storia. Le sequenze che aprono il primo capitolo ne sono dimostrazione nel montaggio di due sequenze dal tenore opposto ma legate dalla logica conseguenza del loro accostamento. Far seguire alle scene del matrimonio dei protagonisti quella di un padre rinchiuso in prigione in attesa di poter vedere la figlia è un modo molto cinematografico di annunciare ciò che seguirà rispetto all’unione di Anna e Enrico; senza contare che la reticenza delle immagini è la stessa dei personaggi che  fanno altrettanto con amici e famigliari, tacendo sulla crisi del loro matrimonio

L’importanza del montaggio era già in sceneggiatura e questo inizio in qualche modo dichiara che nella serie gli accostamenti di montaggio detteranno sia i passaggi di tempo che anche in qualche modo il racconto. Questo accostamento infatti tra un padre in prigione e una coppia all’apparenza borghese , giovane , serena con questo bel bambino che viene accompagnato a ritiro della squadra di calcio accostata a questa realtà carceraria fa in qualche modo capire da subito che l’armonia di quella famiglia è solo apparenza, e che quella coppia arriverà a sfiorare quella prigione

Per me Chiamami ancora amore è come se fosse un grande film di trecento minuti, ovvero un arco narrativo che unisce tre lungometraggi. La lunghezza del minutaggio ci ha consentito di raccontare con maggiori dettagli una storia che copre undici anni della vita di Anna e Enrico. Questo spazio ci ha consentito di raccontare meglio come il passare del tempo agisce sui personaggi, nella fattispecie su una storia d’amore che comincia come tutte, e cioè con il massimo della entusiasmo e nella promessa  dell’eternità,  salvo poi confrontarsi con le rinunce e le difficoltà imposta alla quotidianità dalla nascita di un figlio.

Secondo me la serie è molto interessante  e coinvolgente per il fatto che questi personaggi sono afflitti da problemi estremamente comuni. Chiunque si può in qualche modo specchiare negli errori e negli egoismi, nelle generosità ma anche negli assurdi comportamenti dei protagonisti. In questo andare avanti tra passato e presente abbiamo il personaggio dell’assistente sociale interpretato da Claudia Pandolfi che ci pilota attraverso gli anni e in qualche modo mette a nudo le versioni dei fatti: perché sia Anna che Enrico hanno una loro versione delle cose e pur senza malafede,  ognuno ricorda gli eventi a modo suo. L’assistente nel ricostruire come sono andati i fatti compie una sorta di investigazione sentimentale all’interno di un rapporto in cui c’è una mistero  di ordine emotivo sentimentale.

Il montaggio del tempo non lineare amplifica la reticenze dei personaggi.

Le reticenze ci sono sempre perché appunto ognuno nella vita racconta la propria verità e ne nasconde un’altra: i due protagonisti sicuramente parlano di quello che gli serve e che gli fa comodo raccontare. 

Più di altri tuoi lavori Chiamami ancora amore mi sembra guardi al cinema dei tuoi esordi e, in particolare, a Un amore. Di quello Chiami ancora amore condivide il desiderio di raccontare le diverse stagioni dell’amore, come pure la divisione in capitoli.

Si, infatti quando Francesca Cima mi aveva fatto leggere il trattamento di Giacomo Bendati – poi autore anche della sceneggiatura -, ho subito deciso che avrei voluto esserne regista  perché in qualche modo dentro c’era quello che raccontai in Un’amore:  nel senso che in maniera diversa anche lì si raccontava una coppia alle prese con il logoramento che il tempo impone all’amore,  e di come poi sia difficile stare insieme. Al tempo stesso si rappresentava l’impossibilità di mettere da parte un sentimento potente laddove c’è, perché questo ritorna sempre a galla venendoti a cercare ovunque tu sia. Confrontarmi con una storia  esclusivamente emotiva e sentimentale mi ha interessato molto. Perché poi, in realtà, in tutti questi anni, sia da un punto di vista cinematografico che televisivo, non avevo più raccontato nello specifico una vicenda che fosse solo questo. Con Chiamami ancora amore siamo tornati a raccontare una storia esclusivamente di rapporti

Li era l’uomo a sentirsi morto, qui invece è la donna.

Si, è vero, c’è un ribaltamento, nel senso che in Un amore il protagonista, tra virgolette, quello che conduceva la storia era il personaggio di Fabrizio Gifuni, qui invece è il contrario. A essere privilegiato è il punto di vista della donna. E’ fondamentale questo, perché poi in realtà è lo sguardo di chi fa i maggiori sacrifici all’interno di una coppia, nel senso che raccontiamo una maternità in un’ottica fortemente femminile, con tutti quelli che sono gli aspetti di gioia e di meraviglia, ma anche della solitudine e di una serie di difficoltà che l’uomo può solo immaginare. Enrico esce, va a lavoro, torna la sera, lasciando la moglie a quella parte di universo.

Nonostante siano passati oltre vent’anni da quel film, l’eternità dell’amore continuità a essere una chimera. Non si riesce a portarlo avanti anche quando, come nelle tue storie, è vissuto da due esseri umani compatibili. Le fatiche della vita sembrano più forti di ogni sentimento.

Secondo me ci sono degli amori che nascono per resistere al tempo e altri che no. Ci sono amori che incominciano sotto il segno della stabilità, e dunque che ti comunicano che quel rapporto durerà nel tempo. Altri che invece non sopravvivono per l’eccessiva potenza dei sentimenti. Come se il senso di unicità di quell’amore non gli consentisse di andare avanti.

Non so come andrà a finire quello di Chiamami ancora amore però in generale i tuoi film lasciano sempre un finale aperto sulle storie d’amore, una possibilità. Oppure la tua è una maniera per non concludere quelle vicende nel segno della sconfitta?

Secondo me ci sono delle storie d’amore che non si concludono mai, nel senso che tu ti puoi sposare e fare dei figli e poi non rincontrarti più ma il sentimento verso chi hai amato non è mai finito. In questo senso ci sono delle storie che si concludono, finiscono, e altre che resteranno sempre aperte in una parte del nostro cuore e della nostra mente. Quindi si, credo che l’amore abbia un finale aperto fino a che non chiudi gli occhi definitivamente.

La prima puntata è costruita con una messinscena di puro cinema, a partire dall’unita di luogo rappresentata dalla festa di compleanno. La messinscena fa il resto, organizzando una sorta di macchina del tempo in cui passato presente e futuro creano diversi livelli di percezione come pure un interiorizzazione della storia.

Si, assolutamente. Beh, l’idea di sceneggiatura era già di per se fantastica perché nel raccontare la festa di compleanno andava a smontare una scelta divenuta irrevocabile. Mi sembrava molto moderna e interessante come un’idea molto sfruttata fosse capace di sciogliere tutte le tensioni, facendo emergere il passato nel presente, facendo presagire ciò che si sarebbe verificato in quella unità di spazio, in quella serata per certi versi assurda, in quel claustrofobico carcere che diventa la festa. Un luogo in cui  poi stranamente le cose prendono una loro dimensione.

La puntata, di fatto, è un unica grande sequenza: l’ambientazione notturna, i giochi di luce che a un certo punto isolano i protagonisti come se fossero immersi nel buio di un palcoscenico. E poi la presenza di diversi piani temporali e i lunghi piani sequenza sono le caratteristiche di una messinscena molto complessa e appunto fortemente cinematografica.

Tutta la mia televisione ho sempre cercata di farla come il mio cinema, e cioè con gli stessi tecnici, con le stesse persone e, soprattutto, in questa serie siamo partiti per fare qualcosa che fosse più delle altre volte un grande film. Lo permetteva la modernità della sceneggiatura, lontana dagli standard classici del racconto televisivo. Abbiamo cercato di aderire a quella idea cinematografica, cercando di arrivare fino in fondo per tutte e sei le puntate.

Il buio che isola i protagonisti come fossero in una quinta teatrale o sul palco di una stand up comedian, a me ha ricordato Storia di un matrimonio di Noah Baumbach.   

Si si, è vero, e cioè che la festa diventa una specie di palcoscenico in cui Anna e Enrico sono protagonisti e gli altri spettatori. La festa diventa più che uno spazio partecipato da tutti, una sorta di palcoscenico in cui amici e parenti sono spettatori di questa coppia che si isola sotto l’occhio di bue. Dunque è vero quello che dici.

Dei tuoi primi film in Chiamami ancora amore ho ritrovato in particolare lo stesso sguardo, lo stesso grado di condivisione rispetto alla sorte dei tuoi esseri umani.

Si, nel senso che questi personaggi sono guardati con un occhio speciale, come se fossimo noi allo specchio. In quel dolore e in quegli errori non c’è mai un atteggiamento  critico o un giudizio ma sempre una comprensione. Ad accompagnare ciò che non va è uno sguardo affettuoso, lo stesso che abbiamo nei nostri confronti ogni volta che riflettiamo sulle nostre manchevolezze.

Portami via, un amore, Qui non è il paradiso erano film degli anni novanta. Nel decennio precedente la vita di coppia nel cinema ma anche in letteratura era stata raccontata attraverso un minimalismo di matrice carveriana. In quei primi film mi sembra che riprendi la lezione e dello scrittore americano  ma la scaldi dal punto di vista delle messinscena e dello sguardo, producendo rispetto alle immagini una sorta di contro canto appassionato al posto della partecipazione distaccata del modello originale.

Si assolutamente si, nel senso che il racconti di Raymond Carver erano vicini al  lavoro che avevo fatto con  Un amore attraverso quei famosi 12 piani sequenza che diventavano altrettanti micro momenti, simili ad altrettanti racconti di attimi apparentemente insignificanti della vita quotidiana – una cena, un pranzo, un incontro in una libreria –  ma in realtà centrali nell’esperienza di una storia d’amore. La differenza è che probabilmente Carver si manteneva distante dai personaggi, li guardava da fuori, risultando freddo; io invece li racconto dall’interno, da dentro, quindi per forza di cose le situazioni diventano calde, emozionanti, meno sezionate chirurgicamente ma più partecipate e, di conseguenza, più appassionate.

Gli anni ottanta sono anni in cui trionfa l’edonismo ma anche quelli della prima grande crisi della Fiat. Con la tua trilogia filmata negli anni novanta ne somatizzi le conseguenze. Allo stesso tempo sono tre film che raccontano in maniera perfetta l’Italia attraverso una città e cioè Torino.

Si. In realtà sono tre film su Torino molto diversi anche dal punto di vista dei personaggi. Però, appunto, in Portami via raccontavo un mondo – quello degli assistenti sociali – che in quel momento conoscevo bene, avendo molti amici che lavoravano nelle case famiglia, con le ragazze madri, con i disabili, e il personaggio di Michele Di Mauro  rappresentava appunto quell’universo. Nel frattempo cominciava a venire fuori anche quello dei piccoli traffichini, dei rappresentanti che volevano fare il botto per cambiare vita, scappando da quei luoghi.

Veniva meno nei tuoi film l’ottimismo a oltranza degli eighties.

Si, c’era la voglia di andarsene. di cambiare città, di cambiare mondo, soprattutto di cambiare vita. Un amore invece presentava due personaggi diversi: dal primo film erano passati quattro anni e  sullo schermo troviamo due personaggi più pacificati  da un punto di vista sociale, nel senso che Fabrizio è una persona rassegnata: sognava di andare in Argentina e di fare delle cose che poi non fa, però poi alla fine gli sta anche bene così: va in giro col suo trench, con la sua macchina fotografica; ha la sua famiglia, non è contento di nulla ma non fa niente per cambiare le cose. Al contrario dei personaggi del film precedente che invece vogliono cambiare, cercando ogni maniera per fuggire, Fabrizio accetta come sono andate le cose. Forse  tra i due è Lorenza quella che vorrebbe dargli una scossa però non ce la fa. Quindi racconto un momento di  persone che hanno gia superato le loro linee d’ombra.

Rispetto a quelli hard bodies degli anni ottanta i tuoi personaggi sono persone normali che non hanno paura di mostrare le proprie fragilità.  In questo il tuo cinema è molto contemporaneo perché oggi i tuoi colleghi si confrontano con la medesima tipologia di personaggi.

Sicuramente ho sempre raccontato personaggi pieni di fragilità e di limiti, spinti dal desiderio di superare le loro difficoltà attraverso la fuga, attraverso il desiderio di scappare, di cambiare vita. Propositi frustrati da una realtà che li vedeva soccombere, imprigionati dentro il loro carcere naturale. 

Tornando a Chiamami ancora amore c’è questo fluttuare all’interno della storia dei diversi punti di vista. Oltre a quello dell’assistente sociale ci sono quelli dei due protagonisti. La presenza di più punti di vista ci ricorda non solo come i sentimenti siano una materia volatile ma rende al meglio lo smarrimento  vissuto dai personaggi.

Il discorso dei punti di vista mi sembrava molto interessante, nel senso che una cosa che ho sempre pensato di me e della mia compagna è che, della nostra relazione, ciascuno si ricorda cose diverse. Si rammentano dettagli importantissimi per l’uno e non per l’altro. Quello sguardo sul passato anche comune è affascinante perché ognuno ha la sua memoria sulla realtà e sulle cose.  Ognuno se le ricorda a modo suo, anche in buona fede. Questo gioco di contrari, di opposti, mi sembrava una cosa interessantissima e anche cruciale per le singole vite dei personaggi.

Scegli due attori, Greta Scarano e Simone Liberati, capaci di dare vita a personaggi anche molto duri  ma allo stesso tempo in grado di far trasparire tutte le fragilità dei loro caratteri.

Sono d’accordo. Con Greta avevo già lavorato insieme mentre Simone l’ho conosciuto con questo film. Li amo entrambi proprio perché sono in grado di mostrare le fragilità dei loro personaggi:  Glielo senti dalla voce che si rompe, glielo vedi nel viso, e amo loro due come attori perché si mettono proprio a nudo. Si dimenticano quello che dicono mentre fragilità e disperazione diventano evidentissime attraverso micro sguardi, micro pause, micro movimenti.

Per arrivare a immergervi cosi tanto nel flusso dei personaggi  avete fatto molte prove?

No, guarda, in realtà abbiamo fatto un percorso opposto cioè abbiamo evitato le prove. Ci siamo parlati, ci siamo raccontati, ci siamo detti cosa non volevamo fare da un punto di vista recitativo, e cioè una recitazione pensata, logica e razionale. Volevamo  assolutamente lavorare  sempre e solo su un piano emotivo. Chiarito questo non abbiamo mai provato, abbiamo sempre girato di colpo, buttando fuori quello che veniva, d’istinto e mettendoci a confronto.

Qual è il cinema che ti piace anche come spettatore?

Io sono un amante del racconto quindi mi piacciono i film  in cui c’è un racconto lineare, capace di farmi arrivare delle emozioni. Non mi piacciono le opere celebrali – con un unica eccezione per i film di Michelangelo Antonioni -. In generale desidero sedermi nella sala di un cinema e farmi raccontare una storia.

Foto di ©-Fabrizio-de-Blasio

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  • Anno: 2921
  • Durata: 6 episodi, 50'
  • Distribuzione: Rai Fiction
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Gianluca Maria Tavarelli
  • Data di uscita: 26-April-2021