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CONVERSATION

#TorinoFilmFestival. Calibro 9 narra la criminalità 2.0. Conversazione con Toni D’Angelo

Calibro 9 di toni D'angelo è un omaggio a un cinema che non c'è più ma anche il desiderio di avviare una nuova stagione del cinema di genere italiano

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Prodotto dalla Minerva Pictures di Gianluca Curti e Santo Versace con il sostegno della Calabria Film Commission guidata dall’ex presidente Giuseppe Citrigno, Calibro 9 di Toni D’Angelo è un omaggio a un cinema che non c’è più ma anche il desiderio di avviare una nuova stagione del cinema di genere italiano.

Mai come in questo periodo si sentiva la mancanza di un film come  Calibro 9 che nella volontà di intrattenere il suo pubblico supplisce alla funzione tipica di certo cinema americano, assente a causa della pandemia. Ne ho capito il bisogno  solo dopo aver visto il tuo lungometraggio.

Quello che dici mi fa particolarmente piacere. Chiaramente l’obiettivo era quello di intrattenere cercando di arrivare a un pubblico più vasto possibile. Non essendoci la distribuzione in sala la questione cambia e la sfida sta nel raggiungere  lo stesso target di utente con un diverso tipo di media. Penso che un film come Calibro 9 mancasse al cinema italiano e non lo dico perchè l’ho fatto io. Negli anni settanta e anche dopo questo tipo di film tenevano alto il mercato e permettevano di produrre opere di altissimo livello. Nonostante ciò a un certo punto abbiamo smesso di farli. 

Rispetto a quello (Milano Calibro 9, ndr) di Fernando Di Leo tu riprendi solo la seconda parte del titolo. Il fatto di eliminare Milano è espressione  di un nuovo stato delle cose e cioè che l’attività delle organizzazioni malavitose è diventata globalizzata e non più circoscritta a una determinata area. 

Diciamo che hai colto il nocciolo del film. Calibro 9 narra la criminalità 2.0. Attraverso il film noi raccontiamo che rispetto a Milano calibro 9 a cambiare non sono stati gli obiettivi ma i mezzi per ottenerle.  Se nel film di Di Leo c’era una valigetta e una criminalità  che ruotava attorno alla capitale lombarda adesso i sodalizi criminali si sono evoluti e grazie a internet e ad altre tecnologie sono diventate organizzazioni internazionali.  La Ndrangheta una volta era un’associazione criminale localizzata, adesso invece si è articolata avendo i capi in Calabria, sede operativa a Milano e succursali sparse in tutto il mondo. 

Nel film questo discorso trova coerenza nelle  scelte formali. Se il mondo globale è informatizzato e la comunicazione viaggia alla velocità della luce così nel tuo film narrazione e immagini si spostano di continuo da un posto all’altro: scenari, location, montaggio, immagini, tutto è in perenne movimento. Il dispositivo fa suo questo concetto di realtà e lo trasforma in energia visiva.

Nella contemporaneità tutto viaggia veloce. Tornando alla famosa  valigetta del film di Di Leo, quella era la prova e recuperarla non era così immediato come oggi in cui  basta accendere il pc per recuperare la transazione necessaria a dimostrare il reato. Dunque abbiamo lavorato in questo modo, cercando però di essere il meno americani possibile. Soprattutto mi interessava mantenere quella cultura artigianale che penso sia stata la forza del cinema di quegli anni. Prova ne sia l’emulazione dichiarata di Quentin Tarantino che nei suoi film riprende in maniera esplicita sequenze tratte da quei lungometraggi. Per dirla in parole semplici non ho abbandonato l’artigianale,  l’ho reso solo più veloce.

Calibro 9 non manca di riflettere su quanto racconta ma lo fa attraverso i codici di genere e gli elementi della messinscena. Un esempio è dato dal mestiere del protagonista. Fernando è un avvocato, un uomo di legge eppure non ci pensa un attimo a rubare denaro con articolate operazioni telematiche. Tutto questo è allo stesso tempo premessa narrativa e allusione alla realtà di oggi in cui la legge è asservita alla corruzione.

Esatto, è proprio così. Tenevamo a raccontare il fatto che oggi le criminalità in generale si adoperano per far studiare i ragazzini nelle migliori università del mondo. Questo per dire che in qualche modo la corruzione esiste già a monte e anche il sistema giuridico ne è invischiato. E’ una questione che sappiamo da anni. Seguendo il protagonista raccontiamo un  dramma non solo italiano. Il fatto che i criminali si siano insediati nei palazzi è di certo qualcosa su cui non si può non riflettere.

 

Mi interessava far notare che queste riflessioni pur presenti  non appesantiscono il contesto perché sono fatte all’interno dei meccanismi dell’azione e del fare tipici del cinema di genere.

Amo molto il genere. Lo considero il mezzo cinematografico con cui si può arrivare in maniera meno pesante a riflettere su ogni aspetto della vita. Se lo sai praticare puoi toccare veramente tutti gli argomenti, sia politici che sociali. Il segreto sta nel delineare bene i caratteri dei personaggi. Se  questi sono “rotondi” si riesce a raccontarne le debolezze, i rapporti personali, l’amore, le simpatie. Raccontando l’essere umano nella sua interezza racconti il dramma della vita.

Al cinema di genere Fernando Di Leo attribuiva la capacità di saper cogliere meglio di altri i mutamenti sociali. Il noir e il romanzo criminale riescono a parlare del presente meglio di altre forme narrative.

Nel cinema c’è una cosa di cui si parla poco o di cui si parla male; mi riferisco  al mercato e alla necessità di doverci fare i conti tenendo conto  dei committenti ovvero delle persone che investono in un film. Anche in questo il cinema di genere funziona meglio di altri.

Milano calibro 9 in realtà faceva suoi i mutamenti sociali dell’epoca. Parliamo di tempi, scioccanti per l’escalation di violenza iniziata proprio in quel periodo. Al contrario il tuo film prende atto di una realtà consolidata.

Sono due condizioni diverse. Il cinema di Di Leo era dichiaratamente politico: lui era un comunista convinto ed è per questo che gli veniva rinfacciato di fare film mainstream cioè prodotti che piacevano a tutti. Il suo era un cinema che anticipava i tempi e che parlava di cose di cui era meglio non dire. Oggi invece niente fa più notizia. Sappiamo già tutto e dopo Gomorra   anche le dinamiche delle bande criminali non hanno più segreti. 

A un certo punto accenni anche a quel tipo di cinema che definisco “globe-trotter!, Mi riferisco a una serie come Alias e a film sul tipo di Mission Impossible, capaci di imporre un format fatto di avventure girate in varie zone del mondo. Visto che in parte succede anche in Calibro 9 volevo sapere se era per corrispondere a questo modello  o perché di fatto la Ndrangheta opera a livello internazionale.

Per il secondo motivo. La Ndrangheta è internazionale: di fatto un boss che vive nascosto in una grotta con una sola parola è in grado di far esplodere una guerra mondiale. Come sceneggiatori ci premeva sottolineare come lo scenario degli omicidi si fosse spostato dalla Locride a Duisburg.. In quel senso lì Calibro 9 diventa un film globale. Chiaramente ci sono dei riferimenti a quello che definisci cinema globe-trotter, però io non sono quello che vede Mission impossible un giorno si e un giorno no.  Per contro sono più un amante del cinema d’autore europeo e dei melodrammi d’azione orientali. per questo film mi sono fatto un po’ più trasportare dalla necessità di raccontare l’argomento fondamentale e cioè la globalizzazione della criminalità.

Fatta eccezione per il ritorno di qualche personaggio già presente in Milano Calibro 9 le citazione del film di Di Leo non risultano fondamentali. Quando presenti  lo sono in maniera non invadente e quasi nascosta. Tra queste troviamo la sigaretta inquadrata verso la fine del film, il colore rosso della sequenza in discoteca.  Qual è il concetto che ti ha guidato in questa scelta

Di fondo c’è il rispetto assoluto nei confronti di  un grande autore e di un cinema che non c’è più. Il mio film dunque partiva si da qualcosa di grandioso ma doveva proseguire senza copiare né scimmiottare il modello originale. Ho giocato con questi elementi che in alcuni casi neanche si sono visti perché il montaggio lo ha impedito. Però  per esempio quando il personaggio di Michele Placido entra in discoteca sul muro vengono proiettati i titoli di coda di Milano calibro 9. Sono quelle cose che alla fine conosce solo il regista.

Come dicevo sono riferimenti impercettibili anche per chi conosce il film di Di Leo. Mi riferisco per esempio al destino di Kenia Rappaport che rimane imprecisato come era accaduto per la Go go Girl di Barbara Bouchet. Su quest’ultima c’è lo stesso accanimento fisico subito nel primo film.

Si, hai colto il punto. La sigaretta è l’elemento che chiude il film di Di Leo e anche il mio. Noi siamo appassionati e cinefili ma non tutti conoscono quel film per cui bisognava avere rispetto per il pubblico che si accinge per la prima volta a vedere il mio.

Calibro 9 è anche l’occasione per vedere riunito un cast d’attori importante e variegato.  Da Marco Bocci a Ksenia Rappoport, da Michele Placido ad Alessio Boni. 

  Sono convintissimo che gli attori siano molto più preparati dei registi sui personaggi che devono interpretare. Governarli significa collaborare insieme a uno scopo che è quello del film. In gioco ci sono due  egocentrismi, quello dei registi e quello degli attori. Ognuno ha voglia di far vedere quanto è bravo e che belle idee ha. Ho avuto la fortuna di lavorare con attori che sebbene siano famosissimi avevano una preparazione pazzesca rispetto ai  personaggi. Di solito quelli più noti sono anche i più disponibili al dialogo, al confronto e alla voglia di mettersi in gioco all’interno di un film così. Non era facile per un attore di una certa fama accettare parti di questo tipo; poteva essere molto rischioso perché il pubblico non è abituato a vederli in ruoli diversi da quelli che li hanno resi celebri. Devo dire che le mie scelte sono dipese dalla riuscita degli incontri avuti con loro. Ci siamo conosciuti bene reciprocamente e abbiamo quindi deciso di affrontare questa sfida insieme. Marco Bocci avrebbe addirittura girato senza stunt, avrebbe fatto lui i salti con la macchina. Ksenija invece essendo un’attrice russa che studia in continuazione e aveva proprio voglia di cimentarsi in qualcosa di completamente diverso: era molto curiosa fin dall’inizio. La risposta sta lì, i grandi attori sono vogliosi di lanciarsi sempre in nuove avventure.

Per il tipo di confezione Calibro 9 penso nasca con l’ambizione di una distribuzione anche fuori dai nostri confini?

Sicuramente, perché poi tra l’altro il mio produttore è la Minerva Pictures di Gianluca Curti, un partner da sempre abituato a muoversi a livello internazionale.  Mi hanno contratto tanti distributori importanti. Vedremo.

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Anche a te faccio la domanda di rito chiedendoti il cinema che ti piace come spettatore e che ti ha fin qui ispirato come regista.

E’ notorio il mio amore per il cinema orientale. Lì ritrovo tutto quello che mi piace, soprattutto il genere che si mescola al melodramma inteso come sentimento umano della sofferenza.La mia predilezione parte dai film di Hong Kong  di fine anni novanta e da John Woo.

Immagino che ti piaccia molto Memory of the murder?

Eh si, (ride, ndr). Il cinema coreano è forse oggi quello più vicino al mio gusto. Chiaramente a me non piace esagerare come si usa fare in certe cinematografie ma questo dipende dalla propria cultura.  È chiaro che in oriente sono abituati ad aggiungere qualcosa in più; anche la recitazione è sempre sopra le righe però io mi alimento in quel territorio lì.

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Calibro 9 di Toni D'Angelo