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Approfondimenti

Sasha e il Polo Nord di Rémi Chayé

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Viaggiare. Dove ? La saggezza dei secoli ammonisce: l’unico itinerario degno è quello che si compie scientemente dentro sé stessi. E’ pure vero, però, che se ti trovi nelle condizioni di una come Sasha Tchernetsov, ovvero sei una ragazzina – per di più di nobili origini, quasi promessa a un principe arrogante e ottuso dell’impero zarista nella San Pietroburgo dell’ultimo scorcio del XIX secolo – il periplo per compiersi abbisogna di percorsi preliminari col portato dei quali l’animo cominci a sgranchirsi, ovvero è necessario attraversare certe frizioni imposte dall’esperienza e dalla conoscenza.

La biondissima Sasha è del tipo educato-ma-testardo. Legata al nonno Oloukine, insigne esploratore (ha trovato lui il passaggio a Nord-Est) scomparso da tempo a bordo del rompighiaccio Davaï nel tentativo di arrivare al Polo Nord, sulla scorta di appunti nautici rinvenuti tra le carte del vecchio viaggiatore si convince che le spedizioni inviate per la sua ricerca abbiano preso la strada sbagliata, pregiudicandone il ritrovamento. Nonostante lo Zar in persona, poi, abbia promesso una ricompensa di un milione di rubli all’equipaggio che riporterà in salvo gli eventuali superstiti del Davaï, di fatto, indizi o notizie certe languono e a Sasha ciò che interessa davvero è trovare le risposte giuste a un interrogativo via via lasciato andare, quasi di pari passo all’ingigantirsi di un pregiudizio nei confronti del prestigio familiare.

Chayé – esordiente nel lungo di animazione e già collaboratore per opere come The secret of Kells di Moore (2009) e La tela animata (2011) di Laguionie – sfrutta la progressione classica dell’anabasi per ricalcare (e retrodatare) la narrativa e la memorialistica di avventura sullo sfondo storico a venire delle esplorazioni polari dei primi del Novecento (le vicende ardite quanto, a volte, tragiche, che saldano in un solo vincolo leggendario i nomi di Cook, Peary, Scott, Amundsen, Shackleton), adattandole alla figura esile ma determinata di Sasha per il tramite di strutture letterarie consolidate, qui restituite in un amalgama talora prevedibile ma efficace: dal piano più vicino al racconto di formazione (la protagonista accetta obtorto collo un impiego da cameriera/tuttofare per pagarsi il transito verso il grande Nord sulla Norge in partenza, dopo esser stata truffata dal secondo ufficiale della stessa); a quello affine al ritratto picaresco con venature onirico-drammatiche (la lunga traversata della banchisa sulle tracce dell’imbarcazione perduta), passando per i toni da romanzo in costume (le grandi stanze e i saloni della dimora avita, le cerimonie ufficiali, l’aplomb aristocratico, le danze).

I vari registri trovano felice espressione in uno stile figurativo caratterizzato da colori pieni e luminosi per cui i contorni spesso sfumano (si noti, per dire, il gioco di chiaro-scuro tra l’incarnato di Sasha e il suo bianco abito di gala o anche la morbida alternanza di riquadri di luce sulla ritrovata calma delle acque dopo la tempesta), mentre forme e volumi si aprono in una sorta di indifferenziato – o, se vogliamo, in un continuum – che mira a riprodurre la suggestione di una realtà in perenne trasformazione entro cui riecheggiano assonanze legate al Cubismo (i profili allungati e semi-geometrici dei volti); all’elasticità e all’eleganza di confine dell’acquerello (i vasti e cangianti paesaggi marini, i cieli imprevedibili e le immobilità rurali); all’immediatezza e all’irruenza dell’affiche (i contrasti decisi degli interni, la compattezza delle superfici degli oggetti in movimento, le ombre larghe e piatte), in un caleidoscopio controllato e coerente, specchio fedele del cammino che lega lo slancio irrequieto di una preadolescente alla temporanea serenità di una giovane donna.

Alessandro D’Orazio

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