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FILM DA VEDERE

Lost in Translation di Sofia Coppola, con Bill Murray e Scarlett Johansson

Sofia Coppola sfiora con discrezione i suoi due protagonisti e il consolidarsi della loro reciproca attrazione. Un film piccolo e prezioso, in equilibrio fra gag e commozione, divertimento e romanticismo. Ottimi i due interpreti, Bill Murray e Scarlett Johansson

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Lost in Translation – L’amore tradotto (Lost in Translation) è un film del 2003, scritto, diretto e prodotto da Sofia Coppola con protagonisti Bill Murray e Scarlett Johansson. Il film ruota intorno al particolare rapporto tra l’attore in declino Bob Harris e la neolaureata Charlotte, nato in un grande hotel di Tokyo. Il film ha ottenuto dei buoni giudizi critici ed è stato candidato a quattro premi Oscar, ossia miglior film, miglior attore per Bill Murray, miglior regista per Sofia Coppola e miglior sceneggiatura originale ancora per Sofia Coppola, che si è aggiudicata proprio quest’ultima statuetta. Scarlett Johansson ha vinto un BAFTA per la miglior attrice protagonista. Coppola ha ideato Lost in Translation dopo molte visite a Tokyo nei suoi vent’anni, basando gran parte della storia sulle sue esperienze vissute lì. La regista ha scritto il film pensando a Murray e ha detto che non ce l’avrebbe fatta senza di lui. Ha confessato che aveva sempre desiderato lavorare con Murray e che era attratta dal suo “lato dolce e amabile”. Con Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris.

Trama
In trasferta a Tokyo per girare alcuni spot pubblicitari, il cinquantenne attore americano Bob Harris conosce una connazionale che alloggia nel suo stesso albergo: la giovane Charlotte, fresca di laurea a Yale e moglie di un indaffarato fotografo. Entrambi annoiati e smarriti in una cultura totalmente estranea, i due allacciano una singolare relazione fatta di complicità e di ironia, di confusioni e di allusioni.

Sofia Coppola: «Ricordo di aver avuto queste settimane che erano un po’ incantevoli e bizzarre. Tokyo è così disorientante e porta solitudine e isolamento. È tutto così folle e il jet lag è una tortura. Mi è piaciuta l’idea di giustapporre una crisi di mezza età nei tuoi primi vent’anni, quando sei tipo “Cosa dovrei farne della mia vita?”».

Trascorrono quattro anni prima che Sofia Coppola rimetta mani sulla macchina da presa, in seguito alla realizzazione de Il giardino delle vergini suicide. Se quest’ultimo si trattava di un esordio, folgorante certo, ma legato comunque a quella che allora era la casa della giovane Sofia – quell’accogliente cittadina di Detroit che ricordava vagamente la Lumberton di Velluto blu – e dunque racchiuso in un ambiente casalingo ben conosciuto, con Lost in Translation ci spostiamo, viaggiamo. Tokyo è la destinazione. Ci ritroviamo a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, tuttavia, in qualche modo, ci sentiamo a casa. Tokyo, immersa in un oceano di luci colorate che la rendono futuristica, a tratti aliena, come la Los Angeles di Blade Runner, metropoli del progresso tecnologico e culla di una relazione che non progredisce.

La macchina da presa, mossa con una delicatezza impressionante dalla regista, torna a raccontarci due generazioni diverse, in un momento particolarmente difficile ove queste vengono messe a confronto da una forza maggiore. Una storia d’amore per nulla classica – se guardiamo al panorama cinematografico -, ma capace di far immedesimare lo spettatore, che sin dai suoi albori ci viene mostrata nei suoi attimi di felicità, di spensieratezza, ma anche nelle fasi più dure e drammatiche. Lo sguardo di Coppola si pone sui due caratteri e sulla loro quasi inconveniente relazione. Ne analizza i pregi ma soprattutto i limiti, sia caratteriali e d’animo di ognuno dei due che quelli nati dal loro incontro, dalla loro unione. Sofia Coppola si fa maestra nel narrare un amore delicato, leggiadro di sostanza, timido, genuino seppur anomalo, vittima (ancora una volta) di una società, un sistema, una vita “preimpostata”. Un amore definibile fanciullesco, ma vero, che non si risolverà in un rapido e privo di pathos rapporto sessuale. Essa cerca in tutti i modi di spronare i due, vaganti in una città progressista ma sconosciuta, alla ricerca di quella chiave che possa liberarli dagli obblighi imposti e autoimposti. Ad ogni inquadratura si percepisce la forte, triste rassegnazione dei due protagonisti, che – nonostante ci provino – proprio non appartengono al mondo in cui sono costretti a vivere. La Tokyo allucinata dalle luci e dai video-game non fa per loro: essi restano in camera, parlano, si perdono nel bianco e nero felliniano de La dolce vita, e ad ogni sguardo scambiato si capiscono più di prima.

In questo, è necessario rivolgersi al cast, ridotto a due soli interpreti: una diciannovenne Scarlett Johansson (vincitrice di un BAFTA per la miglior attrice protagonista) e Bill Murray, che allora si cimentarono in due ruoli del tutto atipici rispetto a quelli a cui siamo abituati a vederli. I due attori riescono nell’impresa di trasmettere a chi li guarda ogni singolo momento sentimentale che compone una relazione fallita già in partenza, la quale non potrà che concludersi allo stesso modo in cui è iniziata: tra la folla. Bob e Charlotte, con un commovente abbraccio, si lasceranno, tristi ma speranzosi, a un nuovo incontro o a mai più, chi lo sa? È certo però che le incomprensibili parole sussurrate da lui (che mai sapremo) conferiranno la forza ad entrambi per continuare questo travagliato e imprevedibile percorso che è la vita, poiché, nonostante tutto, là fuori ci sarà sempre qualcuno come noi, qualcuno per cui vale la pena continuare. Sequenza meravigliosa, accompagnata dal brano Just Like Honey dei The Jesus and Mary Chain, facente parte di una colonna sonora come sempre notevole nel cinema di Sofia Coppola, curata dal leader dei My Bloody Valentine, Kevin Shields, la quale comprende diversi altri suggestivi brani quali Alone in Kyoto degli Air, Brass in Pocket dei The Pretenders – esibita dalla Johansson in quella che è la scena madre del film, ovvero il karaoke in un locale notturno -, e Too Young dei Phoenix, prima ‘apparizione musicale’ della band capitanata dal futuro marito della regista, Thomas Mars.

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Lost in Translation

  • Anno: 2003
  • Durata: 115'
  • Genere: Commedia, Sentimentale
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Sofia Coppola