American life

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Dove sono finiti Frank e April Wheeler di Revolutionary road? I loro litigi, il dramma di vivere una vita che non riuscivano a sentire propria fino in fondo e il vano tentativo di cambiarla che li portava solo al fallimento e alla tragedia? I toni drammatici del capolavoro diretto da Sam Mandes, uscito nelle sale lo scorso anno e magistralmente interpretato dall’ex coppia di naufraghi del Titanic DiCaprio-Winslet, appaiono assenti del tutto o quasi in American life – ultima fatica del regista inglese premio Oscar per American beauty – che da noi esce con circa un anno di ritardo.

Away we go (Andiamocene), questo il titolo originale della pellicola, che in realtà, a ben vedere, ha più di un’affinità con il bellissimo film tratto dal romanzo di Richard Yates, ma, in questo caso, la coppia protagonista sembra riuscire a dare una svolta alla propria vita, e l’amore che la tiene insieme pare proprio di quelli destinati a non scalfirsi.

Ancora una volta Mendes ricorre alla migliore letteratura americana contemporanea e sceglie la sceneggiatura realizzata a quattro mani dagli scrittori cult di San Francisco Dave Eggers e Vendela Vida, coppia anche nella vita, per trascinarci nel mondo e nell’infinito peregrinare di Burt e Verona (John Krasinski e Maya Rudolph), trentenni innamorati e in attesa di una bambina; improvvisamente si rendono conto di dover ancora trovare il posto giusto dove installarsi per offrire alla propria figlia le opportunità migliori e, possibilmente, un solido contorno di amici sui quali poter sempre contare.

Alla notizia che i genitori di lui non hanno nessuna intenzione di fare i nonni e non vedono l’ora di trasferirsi in Belgio, meta sognata da tempo, Burt e Verona iniziano, come novelli Giuseppe e Maria, a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti alla ricerca del luogo che più potrebbe loro somigliare, un altrove accogliente dove finalmente sentirsi a casa e far nascere la piccola. Così, dal Colorado si recano prima nell’assolata Phoenix (Arizona), dove abita un’ex collega di Verona, l’indomita Lily (Allison Janney), madre di due figli e piuttosto fuori di testa: non esita infatti a mortificarli e umiliarli davanti agli altri nell’illusione che loro non se ne accorgano; no, decisamente la famiglia di Lily non è il meglio che si possa offrire a una nascitura! Il viaggio prosegue e fa tappa a Tucson, dalla sorella di Verona. Veniamo così a sapere che i genitori delle due donne sono morti quando quest’ultime erano ancora molto giovani, tragedia che le ha profondamente unite, e forse unica concessione che lo scrittore-sceneggiatore Eggers fa all’autobiografismo, lui che si è ritrovato orfano molto giovane e ha mirabilmente raccontato la sua esperienza nel capolavoro “L’opera struggente di un formidabile genio”, edito in Italia nel 2000.

Tentano quindi la fortuna nel Wisconsin, invitati da Ellen (Maggie Gyllenhaal), amica d’infanzia di Burt, nonché neo-hippy ancor più svampita di Lily, a casa della quale ne succedono delle belle, forse le scene più divertenti e riuscite del film. Quindi si spostano a Montreal, accolti da un loro ex compagno di università, dove la musica non cambia: Verona è incinta di sei mesi, e l’ansia di trovare il posto dove piantar radici ormai si fa sempre più intensa. Una deviazione a Miami, in Florida, per soccorrere il fratello di Burt in crisi, fa capire infine alla coppia la necessità di definire una volta per tutte il loro futuro.

Mentre stava ancora finendo la post-produzione di Revolutionary Road, e affrontava la personale crisi coniugale che di lì a poco l’avrebbe portato alla separazione dalla moglie Kate Winslet, Mendes girava questo film in cui una coppia riesce, ‘senza se e senza ma’, a scegliere di affrontare le sfide e le avversità della vita. Il loro viaggio è una sorta di Odissea fra le ansie, i tic, le nevrosi e le inadeguatezze dell’America di oggi, nella quale incontrano uomini e donne senza speranza, individui sui generis che però hanno senz’altro il merito di dar loro una scossa, aiutandoli a crescere e a diventare genitori. Infatti i soliti personaggi tormentati ed essenzialmente cupi ai quali ci ha abituato Mendes negli ultimi dieci anni qui non sono i protagonisti, ma restano comunque presenti nei ruoli comprimari, benché edulcorati dai toni della commedia.

Una storia ottimamente diretta e interpretata, che ha il sapore del miglior cinema indipendente americano, solare ma non ingenua, lucida e sarcastica, impreziosita da splendidi paesaggi, spesso ricreati a causa del budget limitato, ma sempre credibili, e punteggiata da una colonna sonora emozionante, tutta da ascoltare, firmata da Alexi Murdoch.

Valeria Natalizia

Utlima modifica: 13 Aprile, 2011



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