La bellezza del somaro

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Si è disposti ad invecchiare? Si ha il coraggio di guardarsi allo specchio, scoprire le prime rughe e dare ad esse l’importanza che meritano?

È questo il tema del nuovo film diretto e interpretato da Sergio Castellitto, e magistralmente scritto da Margaret Mazzantini.

Marcello (Sergio Castellitto) e Marina (Laura Morante) sono due coniugi cinquantenni molto affermati: lui architetto, lei psicologa, vivono una vita impegnata e agiata, arricchita da amici sui generis, amanti focose, e pazienti che fanno della malattia mentale una vera ragione di vita. Marcello e Marina hanno una figlia ancora minorenne, Rosa, attorno alla quale ruota il mistero del fidanzatino mantenuto inspiegabilmente segreto. Ma la sorpresa è dietro l’angolo: in Toscana, alla tenuta dei propri genitori, Rosa porta con sé Armando (Enzo Jannacci), un dolce settantenne alle prese con una vita semplice e incantata.

Quando entra in scena Armando, qualcosa nell’equilibrio della famiglia sembra spezzarsi: in un mondo di cinquantenni-ragazzini e di adolescenti più grandi della loro età, Armando si mostra nella sua fragilità di uomo anziano che interpreta se stesso. Non cerca di allontanare la vecchiaia, né di nascondere l’inesorabilità del tempo che passa attraverso palliativi di dubbio gusto – spinelli facili e sesso proibito. Armando ‘è’. Armando ‘fa’  (come sottolinea Castellitto in conferenza stampa): le sue azioni non hanno precise finalità, ma ‘esistono’ . Il suo fascino autentico e adamantino, scevro da ogni dettame, fa subito presa sugli altri personaggi e sul pubblico, dando al film un ritmo di sicuro originale.

Brillante commedia sulla famiglia e sul conflitto generazionale giunto oggi ad un gap senza uscita, La bellezza del somaro si affida a una sceneggiatura raffinata, priva di cadute di tono e ricca di battute ben calibrate, che salva alcune piccole defaillance della regia, la quale, tutto sommato, si presenta con un interessante impianto teatrale. Gli attori danno alla storia una carica particolare, proponendo una sfilata di maschere sopra le righe, specchio deforme di uomini senza reali appigli. La recitazione si giostra tra monologhi esagerati e gestualità impazzita: aspiranti suicidi, uccisioni simboliche di genitori, psicanalisti vittime della stessa psicanalisi e cinquantenni che urlano, fanno estenuanti sessioni ginniche e curano eczemi. Di fronte a ciò, la normalità di Armando è un controcanto decisamente poetico. Scene spinte al limite del nevrotico vengono bilanciate da alcune sequenze cariche di un lirismo straniante: sono le sequenze dedicate a Jannacci, alla freschezza delle sue battute, agli sterminati paesaggi toscani, alla luce naturale del sole. Qui il film si placa, ci mostra un visibile da osservare e da vivere senza sovrastrutture di alcun tipo.

A tratti forse eccessivamente didascalico, La bellezza del somaro suscita la risata, ma una risata amara: la commedia rilegge e sublima quel disagio intimo del nostro tempo che ci impedisce di essere ciò che siamo. La crisi dei cinquantenni è sotto gli occhi di tutti: sono stati figli che hanno preso sonori schiaffi dai genitori, ma oggi sono padri e madri sin troppo disponibili, amichevoli e, soprattutto, sempre «attenti ai sogni dei propri figli» (altra verità messa in evidenza da Castellitto). Così, tra anziani appartenenti ad un’epoca passata e adolescenti colti e problematici, gli uomini di mezza età sono messi fuori, adeguati alla moda della società ma privi della consapevolezza che invecchiare può essere un valore aggiunto, lasciando in questo modo spazio ai veri giovani.

Il finale si fa indicibile, non è dato e va oltre il film: è la strada verso l’ignoto, nel corso della quale c’è sempre la possibilità di un’autentica rinascita, indipendentemente dall’età che si ha.

A detta degli stessi autori, La bellezza del somaro potrebbe essere una buona alternativa natalizia ai soliti ‘cinepanettoni’, e la volontà è proprio quella di scalzare i concorrenti con una risata “più seria”.

Veronica Mondelli

Utlima modifica: 13 Aprile, 2011



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