RCL – Ridotte Capacità Lavorative

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Un piccolo paese del Mezzogiorno, una sola piazza, tre fontanelle e un polo industriale. Civiltà e cultura contadina prima dell’inizio degli anni ’60, poi le case per gli operai dell’Alfa e una nuova toponomastica: Parco Piemonte, via Po, via Torino, via Alfa.

Oggi la Fiat potrebbe essere smantellata e a rischio ci sono più di cinquemila posti di “lavoro bianco” in una terra devastata dalla Camorra e dalla politica collusa con i clan. Una lunga e lacerante trattativa, ingaggiata dallo Stato e dal consiglio d’amministrazione dell’azienda con la rappresentanza operaia, tenta di sopprimere i diritti basilari dei lavoratori, conquistati a caro prezzo nella storia delle lotte sindacali. La globalizzazione a Pomigliano D’Arco mette a durissima prova il connubio tra lavoro e dignità, facendo leva sulla disperazione di famiglie che necessariamente devono sostentarsi.

Da un’idea di Alessandro Di Rienzo, giovane giornalista e autore napoletano, per la regia di Massimiliano Carboni, RCL, ovvero Ridotte Capacità Lavorative, diviene un affresco di una società che nasce rurale, passa attraverso il processo di conversione industriale, e lotta strenuamente per affermare il proprio diritto ad esserci.

L’intera cronaca nazionale si è interessata per molto tempo alla questione e, in una soffocante estate, una troupe capeggiata dal bizzarro regista Paolo Rossi si reca a Pomigliano per farsi un’idea di come siano andate davvero le cose, con l’intenzione di girare un fantascientifico film sulla classe operaia. All’arrivo i protagonisti cominciano a rendersi conto di come i fatti non siano esattamente come vengono raccontati dai media, e che i luoghi comuni non abbiano fatto altro che creare un’idea fasulla sulla situazione in cui versa il paese. Ad aiutarli in questa presa di coscienza ci penseranno proprio gli stessi operai dello stabilimento e varie figure di spicco come un sindaco conservatore, un parroco illuminato e un rappresentante sindacale della fabbrica.

L’idea che sta alla base di questo lavoro è raccontare le storie e le riflessioni della gente di Pomigliano, fuoriuscendo dal linguaggio della semplice inchiesta giornalistica, grazie a una forma documentaristica che, con l’ironia e la stravaganza tipiche del comico friulano, descriva pienamente la situazione grottesca della cittadina. Grande importanza è stata attribuita ai luoghi, scenari naturali della storia: le vie cittadine nelle quali la gente si riversa, l’edificio di culto, la piazza principale, il caos del traffico, la desolazione attorno alla Fiat, descritta volutamente come una landa desolata, una terra di confine regolata da dinamiche del tutto avulse dal vivere secondo il diritto. Il contrasto tra la semplicità della gente del paese e il complesso industriale è di forte impatto, la fabbrica è un mostro simbolo dei padroni, di oppressione, di soppressione della dignità operaia.

Viene citato più volte Marx, e la situazione non pare così diversa dai tempi del suo Manifesto ma, paradossalmente, ciò che rende meglio la situazione è l’onnipresente Charlie Chaplin, il grande saggio capace di svelare il significato della rabbia per la lotta, capace di rendere conto della frustrazione del lavoratore automatizzato ai ritmi della catena di montaggio. Il tributo che Rossi rende al grande maestro è ripetuto più volte nel corso del film: “Tu che con Tempi Moderni hai saputo raccontare la catena di montaggio, mandaci un’idea buona per raccontare il lavoro in fabbrica oggi”. A poco a poco si delinea la storia, assumendo forme originali e paradossali, come può essere l’idea di girare un kolossal con un’astronave parcheggiata all’interno del Vesuvio; Shakira nelle vesti dell’emissario del Pianeta Lapo e Nino D’Angelo che interpreta Marx. Ma il progetto troppo ampio è destinato a fallire e a fare i conti con i pochi mezzi a disposizione e con le testimonianze raccolte per la strada. L’incontro con il sindacalista è decisivo per spiegare la situazione: le vessazioni di cui sono vittime gli operai pur di lavorare; le riunioni formative motivazionali, con fantozziane proiezioni di pellicole, che istigano allo spirito di gruppo e al lavoro di squadra; l’esilio forzato in quella che chiamano “isola dei famosi” per i lavoratori con discopatie e i dissidenti. Tutto volutamente creato al fine di instaurare un clima di terrore e repressione ed evitare una sollevazione di massa contro gli abusi subiti.

Il film è interamente girato in HD con camere a mano e presa diretta, con un costante feedback tra il cast, che riveste il doppio ruolo recitativo e tecnico, paesaggio naturale e veri protagonisti della storia, ovvero la gente comune. Ogni elemento è studiato per dare un’immagine che sia il più possibile veritiera, nonostante il risultato sia una sintesi di fiction, documentario e reality . Ma, nel complesso, da questo racconto fuoriesce un quadro d’insieme aberrante che difficilmente sembra discostarsi dall’oggettiva realtà dei fatti.

Chiara Nucera

Utlima modifica: 13 Aprile, 2011



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