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Alberto Sordi – il più amato dagli italiani

La storia dell’ascesa fino all’immortalità di Albertone, ripercorrendone filmografia e carriera a cavallo del XX secolo.

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La mia comicità non è mai stata astratta, gratuita. L’ho sempre ricalcata sulla realtà del momento.”

Nessuna frase può riassumere meglio una carriera come quella di Alberto Sordi, costellata da centonovanta ruoli interpretati a cui si aggiungono diciotto film da regista, nell’arco di sessant’anni di carriera a cavallo tra il 1937 e il 1998.

Figlio di Pietro, musicista, e Maria Righetti, insegnante, Alberto nasce -naturalmente- a Roma il 15 giugno 1920. Dopo aver frequentato l’Istituto d’Avviamento Commerciale, decide di mollare tutto per seguire il suo sogno e si trasfersce a Milano per studiare recitazione all’Accademia dei Filodrammatici. L’esperienza però dura meno del previsto a causa di una motivazione ironica: viene allontanato a causa del suo marcato accento romanesco, considerato poco adatto al teatro “abbottonato” e ligio alla forma dell’epoca. Come è già noto, sarà proprio la sua romanità a renderlo riconoscibile nel corso degli anni, fino a diventare il mito che al giorno d’oggi tutta l’Italia riconosce, una leggenda capace di interessare gli scettici e ipnotizzare generazioni intere, tutto grazie alla magia della settima arte, di cui è sempre stato il primo promotore.

Gli inizi

Il primo contatto diretto con il cinema arriva nel 1937, quando partecipa come comparsa al kolossal storico Scipione l’Africano, girato nella neonata Cinecittà. Nello stesso periodo vince un concorso della Metro-Goldwyn-Mayer come doppiatore, diventando la voce italiana di Oliver Hardy, il celeberrimo Ollio del duo con Stanlio. Questa esperienza sarà fondamentale per la sua formazione artistica.

Da qui parte una linea temporale che attraversa la nazione e la storia della stessa, lasciando un’eredità cinematografica che ha appassionato e tutt’oggi ispira artisti e personalità destinate a lavorare per la settima arte e non solo. Una comicità dolceamara e un istrionismo pungente che hanno traghettato (e sicuramente anche influenzato) l’evoluzione sociale di una società prima in guerra, poi nel suo apogeo novecentesco, passando per gli anni di piombo fino all’avvento della digitalizzazione. Ripercorriamo i titoli e i temi più importanti della sua filmografia, consapevoli di escludere qualche titolo che meriterebbe spazio e attenzione.

Lo sceicco bianco e la fiducia di Fellini

Il primo ruolo di rilievo di Sordi arriva nel 1952 in un altrettanto illustre debutto: Lo Sceicco Bianco per la regia di Federico Fellini. Inizialmente la pellicola non ottiene il blasone che la contraddistingue oggi, ottenuto anche per merito della magistrale carriera dei due, ma è sicuramente un’interpretazione che merita attenzione. Si possono cogliere i tratti distintivi che caratterizzano i personaggi e lo stile recitativo di Albertone, quali la presenza evidente di difetti come la presunzione e l’opportunismo, tutti raccontati ed espressi con l’ironia e il sarcasmo su cui farà leva negli anni a venire. Egli è Fernando Rivoli, l’attore protagonista di un fotoromanzo di cui l’appena sposata Wanda (Giulietta Masina) è innamorata. Ruolo ben diverso rispetto a quello che lo stesso Fellini gli assegna solo un anno dopo, quello di Alberto ne I Vitelloni. Il consiglio della troupe è di evitare di scritturare nuovamente l’allora poco considerato Sordi, a causa dell’insuccesso delle sue prime apparizioni, ma il regista romagnolo non vuole sentire ragioni. Stanley Kubrick l’ha citato come suo film preferito, e il successo e l’importanza della pellicola viene oggi riconosciuto ovunque. Possiamo dire che avesse ragione Fellini.

Maccherone, m’hai provocato e io te distruggo, io me te magno!

E’ nel 1954 che Sordi si iscrive a gran voce tra le stelle del cinema italiano, con la sua indimenticabile interpretazione in Un americano a Roma, diretto da Steno. Nando Mericoni (ideato da Lucio Fulci, allora anch’egli sconosciuto e aiuto regista del film), il protagonista, era già stato interpretato dal Nostro in altri brevi sketch ed era apparso in un episodio di Un giorno in pretura (1953); ha avuto talmente successo che gli è stata dedicata un intera pellicola. La forza di quest’ultima è la stessa che ha trainato la fama del suo attore principale: un modo di raccontare una realtà come quella del Dopoguerra in maniera ironica e ad ogni costo vera, in cui una forma è necessaria per l’altra e viceversa. A dimostrazione di ciò, si prenda in considerazione la scena dei tetti nella celebre via Margutta, in cui sono presenti versioni ridicolizzate del presentatore Mike Bongiorno (nel film Fred Buonanotte) e la coppia formata da Roberto Rossellini (nel film Verdolini) e Ingrid Bergman. Nando Mericoni (successivamente Moriconi) è il trampolino di lancio per Albertone, la cui ascesa da qui sarà infermabile e vertiginosa.

La Grande Guerra e Tutti a Casa, affrontare la realtà

La forza e l’importanza intertestuale del lavoro di Sordi risiede soprattutto nel ruolo di veicolatore di messaggi sociali. E’ il caso de La Grande Guerra (1959), film di Mario Monicelli che attraversa il tema della Prima Guerra Mondiale. Il suo contributo è fondamentale per due ragioni: la prima è il Leone d’Oro in ex aequo con il Generale della Rovere di Rossellini, data uniformemente riconosciuta per la nascita del filone della commedia all’italiana, un genere popolare che per la prima volta si siede al tavolo del cinema autoriale, sempre considerato di caratura maggiore rispetto a tutto il resto.
Allo stesso modo, spartiacque è la pellicola in sé, sia per la storia raccontata sia per il modo di farlo; al fianco di Vittorio Gassman, Alberto Sordi si fa portatore di una nuova maniera di descrivere la Prima Guerra Mondiale: prima dell’uscita del film è sempre stata dipinta come un periodo eroico, avvincente e patriottico; un’Italia valorosa, obbligata a combattere e orgogliosa di farlo. Un mito destinato ad esaurirsi, non senza vicissitudini legate alla censura per l’uscita nelle sale. E non sarà l’ultima volta che la commedia all’italiana e i suoi principali esponenti affrontano temi storici in maniera cinica e decisamente meno sensazionalistica rispetto alle credenze pubbliche, naturalmente figlie di un’informazione indirizzata in quel senso. E’ il caso di Tutti a casa (1960), diretto da Luigi Comencini e sceneggiato da Age & Scarpelli, che firmano anche La Grande Guerra, questa volta affrontando il tema dell’armistizio dell’8 settembre 1943 a soli diciassette anni di distanza. Il modo di raccontare è il medesimo: la volontà è quella di decostruire il mito della guerra e dell’eroismo, analizzando componenti come l’opportunismo e la paura. Albertone è commovente, e mattone dopo mattone cementa la sua immortalità artistica, in due interpretazioni meravigliose.

Lo scopone scientifico e Una vita difficile: sovvertire la propria condizione sociale

Altrettanto interessanti sono le storie di Silvio Magnozzi e Peppino, rispettivamente protagonisti di Una vita difficile (1961, Dino Risi) e Lo scopone Scientifico (1972, Luigi Comencini). I loro personaggi si intrecciano a causa della loro voglia di rivalsa. Entrambi conducono una vita che non li soddisfa, non hanno soldi e vorrebbero brillare agli occhi di chi li circonda, in un clima drammatico e grottesco in cui più volte si mostrano inetti e ridicoli (tratto chiave di tantissimi personaggi della commedia all’italiana). Ricorrente se non addirittura coprotagonista è un oggetto inanimato: un semplice tavolo. Esso funge da unificatore perché permette a Sordi in entrambe le pellicole di sedersi coi potenti (i monarchici nel film di Risi e l’anziana nobile giocatrice di carte in quello di Comencini), e allo stesso modo da evidenziatore delle differenze. E’ molto interessante notare come sia proprio nell’unico momento di apparente parità si notino maggiormente le discrepanze tra i personaggi, che siano ideologiche, pecuniarie o semplicemente caratteriali. E’ proprio al tavolo che Albertone capisce chi è e cosa rappresenta, una presa di coscienza che gli permette di combattere senza vergogna, impersonando migliaia di italiani che sul grande schermo rivedono i propri valori e si fanno coraggio, individuando nel Nostro un modello da seguire per le proprie battaglie.

La comicità indimenticabile de Il Medico della Mutua e Il Vigile

Ma Alberto non è stato solo impegno e denuncia, è stato anche un grandissimo attore comico in pellicole come Il Vigile (1960) e Il Medico della mutua (1969), entrambi sotto la direzione di Luigi Zampa. Qui Sordi indossa la maschera del lavoratore pubblico medio degli anni ‘60, nel pieno del boom economico. Prende forma tutto il suo istrionismo e la sua capacità di far ridere fragorosamente gli italiani, ridicolizzando e accentuando le caratteristiche più diffuse e le gerarchie marcate dell’Italia dell’epoca. Si ricordino la moglie del sindaco a cui perdona un’infrazione o il servilismo demenziale dei suoi successori che auspicano di ereditare tutti i suoi pazienti. Anche qui la comicità non cammina mai da sola; sono evidenti le provocazioni e le sottolineature delle disuguaglianze sociali, in un contesto di ipocrisia che per eccesso diventa rumorosamente divertente. Il cinema italiano di quegli anni è arguto, tagliente e azzeccatissimo, sia per modo di raccontare, sia per temi trattati, sia ovviamente per la bravura di ogni interprete e lavoratore, da registi generazionali come Comencini, Zampa, Monicelli, Scola, Risi e tanti altri, supportati da altrettanto fenomenali sceneggiatori come i già citati Age & Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico e Rodolfo Sonego.
E quando sullo schermo ci sono Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Alberto Sordi, viene tutto più facile.

La coralità del cinema italiano: I nuovi mostri e I Complessi

Esattamente in questo scenario di influenza e contaminazione costante nell’ambiente cinematografico della commedia all’italiana sono numerose le pellicole corali a episodi, a cui prendono parte tutti i mattatori e a cui lavorano più mani per la sceneggiatura e la regia. Si considerino film come I Nuovi Mostri (1977, sequel de I Mostri del 1963) o I Complessi (1965), in cui personaggi rinchiusi in un arco narrativo di un quarto d’ora o poco più rimangono scolpiti nella memoria del pubblico: a Guglielmo “Dentone” Bertone e il suo concorso da giornalista televisivo bastano trentotto minuti per diventare immortale, delineandosi tra le interpretazioni più iconiche di Sordi, con lo show davanti alla commissione e la correzione ad uno degli esaminatori sull’ubicazione di un fiume. Oppure la tristissima storia di Franchino, che nell’episodio de I Nuovi Mostri “Come una regina”, accompagna sua madre in un ospizio per nulla rassicurante per andare in vacanza con la moglie.

Uno stile narrativo diretto, senza giri di parole e cinicamente comico, ma sempre attento a velare denunce sociali o spunti di riflessione per il pubblico al cinema, non solo indossando i costumi dell’italiano medio, ma a volte sicuramente anche tessendoli. E quale modo migliore di farlo se non in film a episodi, ognuno con un tema diverso, dalla dipendenza per la televisione, alle crisi familiari, o a semplici stacchetti comici per stemperare il costante impegno sociale che costella questi lavori, in un ecosistema che viveva il suo più totale apogeo, destinato a crollare con l’avvento della tv.

I drammi borghesi di Detenuto in attesa di giudizio e Un borghese piccolo piccolo

La poliedricità di Alberto non si è mai concessa limiti artistici. Negli anni Settanta è protagonista di due storie estremamente drammatiche: quella di Giuseppe Di Noi (anche i nomi dei personaggi non sono mai casuali, hanno sempre rimandi intertestuali) e di Giovanni Vivaldi, rispettivamente facenti parte di Detenuto in attesa di giudizio (1971, Nanni Loy) e Un borghese piccolo piccolo (1977, Mario Monicelli).

In questi film le parti di Sordi sono quelle di un uomo che va a sbattere contro delle ingiustizie a dir poco traumatiche: quella di un uomo incarcerato da innocente e quella di un padre a cui viene ucciso il proprio figlio. Il punto di questi due drammi cittadini è pressoché il medesimo: benché alla fine entrambi trovino -per modo di dire- giustizia, il modo in cui sono stati travolti da episodi così struggenti è una ferita aperta che mai si rimarginerà, e nonostante l’apparente ritrovata stabilità la loro vita non sarà mai la stessa.

E’ evidente sempre di più come i personaggi di Albertone incarnino l’avvicendarsi della storia recente della nazione e la prendano a braccetto. Di fronte alla macchina da presa è solo, ma al cinema è tutti quanti. Un talento così potente da far interrogare lo spettatore anche quando non toccato in prima persona. Rivedere anche a distanza di cinquant’anni film come i due appena citati dimostra che i temi, per quanto traslati alla modernità, non siano invecchiati di un giorno, e con loro le interpretazioni generazionali del roster cinematografico italiano che nel trentennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale ha toccato picchi raramente rivisti nel tempo.

Le esperienze registiche di Scusi, lei è favorevole o contrario? e Finché c’è guerra c’è speranza

Abbiamo visto Domenico Modugno interpretare un ruolo ne Lo Scopone Scientifico, Pietro Germi e Nanni Loy davanti alla cinepresa, e tante altre personalità del mondo dello spettacolo ricoprire più ruoli all’interno delle troupes. E’ il caso anche di Albertone che firma ben diciannove film da regista, indubbiamente riscuotendo meno successo che da attore, ma non per questo rimanendo nell’anonimato, ovviamente soprattuto per merito della sua fama da mattatore. In Scusi, lei è favorevole o contrario? (1966) Sordi interpreta Tullio Conforti, un commerciante benestante, egoista e opportunista, che si dichiara contrario al divorzio per convenienza personale e per mantenere un’immagine rispettabile. Tuttavia, quando la situazione sentimentale si complica e si ritrova coinvolto in relazioni extraconiugali, la sua posizione cambia in modo ipocrita e interessato. Al fianco della meravigliosa Silvana Mangano, il film affronta il tema del divorzio, discussione accesissima ai tempi in Italia, con la promulgazione della legge in suo favore solo quattro anni dopo.

In Finché c’è guerra c’è speranza (1974) Sordi interpreta un trafficante d’armi in crisi morale (ma non troppo) dopo che la sua famiglia scopre il suo lavoro. La pellicola esce durante gli anni di piombo, in un clima di costante tensione e scarsa sicurezza pubblica.

Entrambi i film si fanno veicolatori di messaggi, ma la forma è la stessa delle sue ispirazioni registiche: affrontare temi socialmente delicati tramite la dicotomia contraddittoria dei protagonisti, animi buoni ma pronti a cambiare in favore delle loro comodità.

Non c’è bisogno di condannarli apertamente nella messinscena, il pubblico è educato e colto, sa processare per conto proprio. E’ la libera scelta concessa loro la forza del cinema italiano dell’epoca, senza bisogno di sensazionalismi o contesti sfarzosi per dare maggiore rilevanza alle storie raccontate. E la gente lo sapeva bene.

Storia di un italiano, l’eredità di un idolo

Storia di un italiano è una serie televisiva andata in onda in prima serata su Rai 2 ogni domenica sera, in più edizioni tra il 1979 e il 1986. Oggi disponibile su Rai Play e condotto naturalmente dal nostro Sordi, parliamo di un montaggio di spezzoni tratti dai film più celebri di Sordi, collegati da suoi interventi introduttivi. L’idea era raccontare, attraverso i suoi personaggi, l’evoluzione dell’Italia dal dopoguerra agli anni ’70. Un percorso autocritico interdisciplinare per riqualificare la caratura artistica della commedia all’italiana. E’ la trasformazione della sua carriera in reperto storico-sociologico, esperienza che gli permette di rimanere per sempr e definitivamente nei ricordi di tutti, diventando immortale.

Una ricostruzione che al giorno d’oggi rimane in sordina -anche normalmente- rispetto all’immensa filmografia di Albertone, ma senza la quale gran parte del contributo del suo cinema sarebbe rimasto irriconosciuto, perché, come direbbe un noto marchese: “Io so’ io, e voi nun siete un ca**o”.

Dediche ed eredità artistica

Di lui Ettore Scola ha detto: “Non giudicava mai i suoi personaggi”. Una frase semplice che però riassume la versatilità emotiva, più che tecnica, di un uomo pronto a prendere le sembianze di chiunque, di modo che potesse avere una voce, uno spazio libero in cui poter esprimere le proprie virtù e debolezze, mostrando le sue ragioni e combattendo le sue battaglie.

Carlo Verdone ha invece rivelato un consiglio dato da Albertone: “Ricordati: il pubblico capisce tutto. Non devi mai farlo sentire stupido”. E questo testimonia la lucidità, nonché la stima di un uomo che sapeva di dare tutto se stesso, consapevole che il popolo l’avrebbe capito e avrebbe empatizzato con le sue interpretazioni.

A lui sono stati dedicati miriadi di film e libri, in memoria del suo lavoro e della sua stellare carriera cinematografica, radiofonica e televisiva, un contributo a trecentosessanta gradi alla comunità che tutti gli riconoscono.

E ancora:

E ora ce rimane solo er Colosseo, Albe’!”

(Lettera di quattro ammiratori recapitata dopo la sua morte, il 24 febbraio 2003)

Scusa se ti scrivo a macchina ma è per evitare altre incomprensioni. Sono dispiaciutissima e ci ho anche pianto per non poter essere stata accanto a te per il tuo compleanno. (…) Che peccato! Ma io ero accanto a te con tutto l’amore, l’ammirazione e l’amicizia di sempre. (…) Auguri, auguri con tutto il cuore! Ti prego richiamami quando vuoi. La gioia e il divertimento più grande sarebbe ricominciare a lavorare insieme per giocare come due bambini. Ancora auguri per tutto ciò che desideri.

(scritta da Monica Vitti e inviata il 18 giugno 1996)

E sono decine le lettere di auguri e di convenevoli in cui appaiono i nomi di Luigi Scalfaro, Giulio Andreotti, Luigi Zampa, Carla Fendi e tante altre personalità centrali nel folklore italiano.

Ciao Albertone!

Quello che rimane di concreto del mito è il ricordo e le emozioni che la sua empatia e talento hanno consegnato agli italiani e non, caricandosi sulle spalle il peso dello smarrimento prima, della speranza poi e della disillusione infine.

In conclusione, la carriera di Alberto Sordi rappresenta una delle pagine più significative della storia del cinema italiano. Attore, doppiatore, regista e sceneggiatore, Sordi ha incarnato con ironia e profondità l’anima del nostro Paese, raccontandone vizi, virtù e contraddizioni. Dai ruoli comici dei suoi esordi fino ai personaggi più complessi e malinconici della maturità, la sua filmografia offre un ritratto autentico e trasversale della società italiana del Novecento. Con la sua inconfondibile voce e il suo stile unico, è riuscito a trasformare la satira in un linguaggio universale capace di far ridere e riflettere al tempo stesso.

C’è da menzionare indubbiamente il merito di tutto il contorno durante il suo periodo lavorativo, eccellente almeno quanto Sordi, in un’epoca d’oro del cinema italiano che ancora oggi si guarda con nostalgia e ammirazione.

Il successo e l’affetto che ancora oggi circondano la sua figura testimoniano quanto Sordi sia riuscito ad andare oltre il semplice intrattenimento, lasciando un’impronta culturale profonda. La sua sensibilità artistica, unita a una straordinaria capacità di osservazione, ha reso possibili interpretazioni memorabili che restano impresse nell’immaginario collettivo. Oggi, a distanza di anni, Alberto Sordi continua a essere un simbolo di romanità e umanità, un artista che ha saputo raccontare l’Italia agli italiani come pochi altri. La sua eredità resta viva, ispirando nuove generazioni di attori e spettatori.

Signore e signori, Alberto Sordi. Ieri, oggi e sempre.