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SERIE TV

Su Amazon Prime Video HOMECOMING 2: vi parliamo dei nuovi sette episodi senza Julia Roberts

La storia continua dove HOMECOMING con Julia Roberts finiva: otto nuovi episodi che servono per approfondire il materiale precedente e per portare, forse, a nuove strade

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Ci sono serie, come film, che si sedimentano in fondo alla visione e lievitano pian piano, rivelando la loro potenza a distanza. Come Homecoming, la serie capolavoro di Amazon Video del 2018, creata da Eli Horowitz  e Micah Bloomberg diretta da Sam Esmail (autore anche di Mr Robot), basata sull’omonimo podcast degli stessi autori, che ha almeno una sequenza talmente forte che da sola descrive la grandezza dell’opera: ovvero quando la protagonista, un’incommensurabile Julia Roberts candidata per questo ruolo al Golden Globe, al Critics’ Choice Movie Award e al Critics’ Choice Television Award come miglior attrice in una serie drammatica, fa una scoperta importante e la sua meraviglia viene mostrata attraverso un dolly zoom sincronizzato con la transizione del rapporto d’immagine quadrato 1:1 al 16:9. Un momento, una manciata di secondi che non solo sottolineano la drammaticità del momento, ma grazie alla perfezione con cui si fa qualcosa di creativamente superbo con altro di tecnicamente superbo rende la seria un capolavoro.

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Sam Esmail dirige, cosa poco usuale, tutti gli otto episodi di HOMECOMING, che cura in maniera maniacale l’intreccio narrativo con la confezione iperformalista, avvicinandosi per ispirazione e risultati ma soprattutto per le sue atmosfere raggelate e al contempo intrise di emozione all’ultimo Lanthimos.

QUALCOSA DI SINISTRO STA PER ACCADERE

Homecoming 1, come si diceva sopra, non è però un turbo: non è un oggetto filmico che ti avvince al primo episodio, ha bisogno di tempo per far gustare i suoi dettagli, le sue tecniche squisite, la cura infinitesimale che è dentro ogni quadro. Quello che emerge fin da subito è solo (come se di questi tempi non fosse già abbastanza) un’atmosfera densa e oscura, un racconto impregnato di oscuri presagi come un minaccioso e silenzioso cielo nero alle nostre spalle inconsapevoli. Insomma, un dramma hitchcockiano in piena regola.

Arriva adesso Homecoming 2, per la stessa piattaforma, mentre tutti si chiedono se effettivamente ci fosse bisogno di un seguito per un racconto che trovava la sua chiusa perfetta nell’ultima puntata.

La trama: una donna si sveglia all’improvviso su una piccola barca a remi, nel mezzo di un lago. Non ricorda nulla di sé o di come sia arrivata lì: e comincia quindi un percorso a rebours per rintracciare il passato.

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Il testo gioca quanto più possibile con le variazioni sul tema che cambiano semplicemente angolazione: un gioco di specchi che inquadra il soggetto da una visuale differente del racconto di una prima stagione giocata sulla prospettiva, sul non detto e su una paranoia opprimente, come abbiamo visto riflessa nel formato video. Homecoming 2 riprende la stessa macrotrama, ovvero un progetto paramilitare mirato a cancellare i ricordi e il dolore dello stress post-traumatico per i soldati, e sposta la soggettiva: al centro non c’è più la psicologa Heidi -la Roberts, e come si sente la sua mancanza- ma il soldato Jakie/Alex, ovvero la bella Janelle Monàe, cantante con otto nomination ai Grammy Awards e attrice che per quanto efficace non ha un grammo del carisma necessario ad una storia del genere.

Jakie/Alex seguirà il sentiero all’indietro per scoprire la verità più amara: ma è dalle fondamenta che Homecoming 2 non convince. Perché per quanto sia un racconto ben confezionato, funziona solo e unicamente se considerato come opera a parte, senza quindi fare paragoni con la stagione precedente: peccato che dalla stagione precedente dipenda in tutto e per tutto, considerando che i primi otto episodi sono pressoché fondamentali per capire fino in fondo la nuova trama.

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WITH OR WITHOUT YOU

Il problema di fondo è che se Homecoming funzionava a livello ipertestuale, e per di più sposava senza nessuna sbavatura i diversi livelli alternandoli con sapienza e creando tensione emotiva proprio nella loro altalena, Homecoming 2 è semplicemente un mistery senza mistero: una storia che nasconde il McGuffin ma presuppone la visione di altro, una detection apprezzabile che però non ha altro da offrire se non un mistero e qualche intuito visivo, oltretutto derivativo (come qualche split screen e qualche lunga dissolvenza azzeccati).

C’è da dire che la serie si risolleva nel finale, ma in maniera alquanto sorprendente e poco funzionale: nessuna nuova storyline introdotta infatti dal nuovo showrunner Kyle Patrick Alvarez -già visto dietro la macchina da presa di alcuni episodi del TREDICI di Netflix- incide sulla risoluzione della storia, che peraltro chiude alzando bene i toni con una luminescenza che non fa altro che far archiviare i sei precedenti episodi come una inutile deviazione dalla strada principale. Perché alla fine è come se, a partire dalla fine del primo episodio (ovvero da quando inizia il lungo flashback che occupa il 90% della storia), niente sia davvero essenziale, gli sforzi per l’approfondimento dei personaggi siano acqua fresca, e solo il colpo di coda sul finire della settima e ultima parte sia notevole, tanto da far pensare che tutto il serial avrebbe potuto avere la durata di una sola ora (contro i 240′ spalmati su sette episodi di 30′ ciascuno) e risultare di gran lunga migliore.

Facendo restare il pubblico con il fiato sospeso, nella speranza che la storia prosegua con la direzione per nulla banale che lascia sottintendere il finale. By his way.

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  • Anno: 2020
  • Durata: 240' ca
  • Distribuzione: Amazon Video
  • Genere: thriller, mistery
  • Nazionalita: Stati Uniti
  • Regia: Kyle Patrick Alvarez
  • Data di uscita: 22-May-2020