Tre all’improvviso

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Holly Berenson (Katherine Heigl) è una ristoratrice sulla via del successo e Eric Messer (Josh Duhamel) il promettente direttore sportivo di una rete televisiva. Dopo un disastroso appuntamento al buio, le uniche cose che capiscono di avere in comune è il disgusto reciproco e l’amore per Sophie, la figlia dei loro due migliori amici. Ma quando diventano le uniche persone che Sophie ha al mondo, Holly e Messer sono costretti a mettere da parte ogni antagonismo, mandando all’aria le ambizioni di carriera e le loro vite sociali, per trovare una sorta di pace armata e convivere sotto lo stesso tetto.

Tre all’improvviso è una commedia dai toni alternati, ben scritta, molto divertente, ma anche assai dolce. È una storia che fa riflettere, raccontandoci delle occasioni che la vita presenta e che sembrano sovvertire tutti i programmi e le mete che ci siamo prefissati. L’evidenza che emerge è che nulla è come appare in superficie e, prima o poi, arriva sempre un evento imprevisto a rompere le uova nel paniere, rimettendo tutto in gioco.

Si respira un’atmosfera da tipica comedy in puro stile americano, piena di battibecchi con dialoghi serrati e spunti di ironia che, anche se non originalissimi, fanno il loro effetto. E poi irrompe il colpo di scena, scombinando ogni ordine, un evento traumatico che si inserisce nella narrazione, creando la classica battuta d’arresto, in grado di mischiare le carte in tavola cosicché tutto, da quel punto in poi, si collocherà su posizioni differenti.

I protagonisti sono bravi in questa trama, restituendoci un clima credibile, familiare, molto vicino ai toni da sitcom televisiva dalla quale proviene la Heigl. Gli attori, infatti, sono calibrati su misura e si ritrovano perfettamente nei loro personaggi, sembrano esser collaudati in questo gioco delle parti, pur essendo la prima volta che si trovano a collaborare insieme, probabilmente grazie al rapporto di amicizia preesistente da parecchi anni. L’intero cast, che ha lavorato prevalentemente in tv, si presta assai bene all’evolversi della vicenda.

Punto fondamentale del film è il tema della scelta che non si può rinviare, che arriva all’improvviso, ponendoci davanti a ben poche possibilità per svicolare, mostrandoci solo due uniche alternative: rischiare, mettendosi in gioco, o abbandonare ogni cosa, scegliendo la via più semplice. Holly e Messer sono ancora giovani, entrambi privilegiano la loro carriera, anche se sentono la mancanza di qualcosa, della serenità, anche dal punto di vista sentimentale. Holly sembra soffrire molto questo senso di vuoto, al contrario Messer sembra compiacersi della mancanza di un impegno serio. Una necessità impellente li costringe a fermarsi e rivalutare tutto per ripartire su nuove basi, con l’obiettivo di accudire una neonata che è si ritrovata sola al mondo. La scelta di seguire il cuore, sperando di proteggere Sophie, li convince a tentare di cimentarsi con un progetto familiare, un nucleo singolare di genitori improvvisati e inaspettati, spiazzati dal nuovo ruolo che le autorità gli hanno affidato. Il tutto è decisamente ben strutturato e calibrato dagli sceneggiatori, gli esordienti Ian Deitchman e Kristin Rusk Robinson, che sembrano conoscere perfettamente gli stilemi della fabbrica dell’alto gradimento formato famiglia made in Hollywood. L’intento alla base dell’opera lo si percepisce anche dal fatto che il produttore è Paul Brooks, lo stesso de Il mio grosso grasso matrimonio greco (2002), una fra le commedie romantiche di maggior incasso di tutti i tempi. Il film cattura, infatti, tutte le fasce di pubblico, piacevolmente cullato dai toni dolci, a tratti molto riflessivi e malinconici, e dalla verve della narrazione. Pillole di morale a parte, tutto sembra suggerirci che la vera vita inizia proprio quando si decide di fare sul serio e che la fuga è solo una dilatazione di tempo che impedisce di ritrovare se stessi.

Chiara Nucera

Utlima modifica: 13 Aprile, 2011



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