Al giorno d’oggi è quasi impossibile non avere a che fare coi social, e di pari passo con la loro frequentazione. Spesso gli utenti danno in prima persona il via libera alla condivisione dei propri dati con le aziende proprietarie dei social. La maggior parte delle volte non ci si ferma nemmeno a leggere le informative sulla privacy di ogni applicazione e si procede, non curanti di ciò che si rischia in termine di violazione dei propri diritti umani.
In questo senso, non suonano strani i casi scandalistici su fuoriuscite spaventose di dati sensibili, o del loro sfruttamento per scopi ben più grandi di noi.
Condivisione e privacy in The Great Hack
The Great Hack è un importantissimo documentario del 2019, diretto da Jehane Noujaim e Karim Amer, nomi già noti per altri titoli di denuncia sociale come The Square e Startup.com. La pellicola si concentra sul caso Facebook-Cambridge Analytica, uno dei più grandi scandali mediatici nella storia di internet per quanto riguarda la violazione e l’abuso di dati personali degli utenti.
L‘inchiesta ne esplora il raccoglimento, lo studio e l’utilizzo per influenzare un’abbondante fetta della popolazione nelle loro opinioni politiche, soprattutto durante le elezioni presidenziali negli Stati Uniti del 2016 vinte da Donald Trump e la Brexit nel Regno Unito.
La vicenda ebbe origine quando emerse che la Cambridge Analytica, una società di analisi dati dichiaratamente legata a partiti politici conservatori, fondata da Steve Bannon e Robert Mercer, aveva raccolto senza consenso i dati di decine di milioni di profili Facebook tramite un quiz sviluppato da un ricercatore esterno.
Nonostante fossero già da anni presenti articoli e notizie riguardanti la raccolta illecita di dati, lo scandalo è esploso solo nel marzo del 2018 in seguito alle dichiarazioni di Christopher Wylie, ex dipendente delll’azienda: “Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere i profili di milioni di persone. E abbiamo costruito modelli per sfruttare ciò che sapevamo su di loro e mirare ai loro demoni interiori. È su questa base che hanno costruito l’intera società”. Parole di un certo peso.
L’uso dei dati per manipolare le scelte degli elettori
Lo scopo del raccoglimento di questi dati si basa sul creare ritratti psicologici dettagliati degli utenti che navigano in rete, che a loro volta hanno dato origine a pubblicità mirate direttamente a una parte dell’elettorato, nella speranza di influenzare la loro votazione. Nel caso di Trump, per esempio, centinaia di video contro la rivale Hilary Clinton venivano spinti da una serie di bot creati ad hoc per l’operazione, che contribuirono alla risonanza di ognuno di essi.
Alla base vi è l’utilizzo di un algoritmo elaborato dallo psicologo e ricercatore Michal Kosinski, che nel 2013 ha pubblicato un suo studio in cui ha mostrato la possibilità di delineare le caratteristiche emotive e comportamentali di un utente basandosi semplicemente sulle persone che interagiscono con quello che pubblica.
Egli sostiene che in media con 68 “mi piace” è possibile avere chiara la sua ideologia politica. Con circa 170, si possono invece determinare il grado di intelligenza o la religione.
Le conseguenze della notizia non si limitarono a un eco mediatico gigantesco, ma portarono a una spaventosa caduta del titolo in borsa di Facebook, oltre che a una vera e propria prima presa di coscienza internazionale su come i dati personali possano essere manipolati e divenire fonte di guadagno pecuniario e sociale.

Il film nello specifico
Il film ha una struttura narrativa che si basa principalmente su testimonianze dirette, su tutti spiccano i nomi di Brittany Kaiser, ex direttrice dello sviluppo di Cambridge Analytica, David Carroll, professore britannico colpito in prima persona dall’accaduto e Carole Cadwalladr, giornalista investigativa per The Guardian e The Observer, principale fonte di notizie riguardo allo scandalo, coinvolta direttamente nella connessione tra l’azienda e le campagne politiche.
Grazie a loro e non solo, oggi è disponibile gran parte delle notizie riguardanti l’impatto di questa manipolazione mediatica, concentratasi nel creare contenuti specifici verso gli elettori considerati “influenzabili”, sulla base dei dati forniti dall’Analytica.
Naturalmente, vista la portata del caso, non sono poche le critiche ricevute dal documentario, in primis dai principali coinvolti che, arrampicandosi sugli specchi, accusano i creatori di aver insidiato un sentimento di sospetto costante infondato nelle menti dei cittadini, macchiandosi esattamente di quello di cui accusano la Cambridge Analytica. O ancora, l’essersi addentrati in maniera superficiale sul caso, senza spiegare come questa fuga di dati abbia influenzato le elezioni fornendo delle prove numeriche o concrete, rendendolo quindi privo di scopo.
Le conseguenze della vicenda
L’azienda ha chiuso nel maggio del 2018, e l’impatto della vicenda ha conseguito altri risultati positivi, come la normativa GDPR (General Data Protection Regulation), che si occupa della protezione dei dati personali degli utenti su internet e non, con regolamentazioni precise alle imprese su raccolta ed utilizzo.
Documentari come The Great Hack sono prodotti da salvaguardare, perché non solo risvegliano la coscienza dei cittadini che in un mondo sempre più soporifero rischia di assuefarsi, ma per la protezione di chi mette a rischio la propria carriera e incolumità per denunciare scandali che, senza queste prese di coraggio, non verrebbero mai a galla.