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Corneliu Porumboiu ai microfoni di Taxidrivers racconta La Gomera – L’isola dei fischi

Presentato in anteprima nel concorso ufficiale dell'ultimo Festival di Cannes, La Gomera - L’isola dei fischi è un’opera dalle molte anime. È un noir, ma è anche una riflessione sul cinema. È un film di fantasia, ma anche una trasfigurazione del reale, è drammatico, ma anche divertente. Di tutto questo abbiamo parlato con il regista, Corneliu Porumboiu

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Corneliu Porumboiu vincitore di diversi premi in Europa tra cui la  Caméra d’or per la miglior opera al Festival di Cannes con il film A Est di Bucarest è il regista di Polițist, Adjectiv ed  considerato uno dei registi piú talentuosi del cinema rumeno

La Gomera – L’isola dei fischi è un’opera dalle molte anime. È un noir, ma è anche una riflessione sul cinema. È un film di fantasia, ma anche una trasfigurazione del reale, è drammatico, ma anche divertente. Vorrei chiederti se i personaggi rappresentano l’essenza di questo continuo dualismo, perché questa è stata la mia impressione. Mentre scrivevi la sceneggiatura, avevi pensato a queste corrispondenze?

Si, per tutto il tempo delle riprese le avevo ben presenti perché volevo rappresentare questi due concetti e cioè la macchina da presa come strumento per raccontare una storia e nello stesso tempo come mezzo d’osservazione. Nella storia i miei personaggi nascondono la loro vera identità recitando ruoli ispirati a vecchi film: da cui il doppio gioco che volevo rappresentare. Gilda, per esempio, non è il vero nome del personaggio interpretato da Catrinel Marlon, ma il nickname utilizzato per nascondere l’identità della donna. Scegliere quello della protagonista del film di Charles Vidor (Gilda, interpretato da Rita Hayworth, ndr) rivela allo spettatore la sua vera natura che, per l’appunto, è quella della femme fatale; la stessa cosa vale per il ragazzo del motel, che assomiglia molto al protagonista di Psycho. Insomma, sì, volevo girare, giocando con questi due concetti.

Intervista a Corneliu Porumboiu

Il film si sviluppa su due livelli differenti e sovrapposti: narrativo, legato alla storia criminale in cui sono coinvolti i protagonisti, e l’altro, il cui sottotesto ragiona sul cinema e sulla possibilità del regista di diventare il demiurgo della realtà, capace di manipolarla attraverso infinite variazioni.

Sì, mentre pensavo al protagonista e alla sua storia volevo “giocare” con questa idea. Cristi si sente costantemente osservato e sottoposto  a un certo tipo di controllo. Nello stesso tempo lui vive dei rapporti complicati con le altre persone, al punto che sono queste ultime a cambiare il suo destino. La Gomera è un film molto stilizzato, però nell’avvicinarmi alla sua vicenda ho cercato di avere un approccio più realistico possibile, stando attento a non perdere la fantasia presente nella storia. In essa il personaggio compie una sorta di viaggio e in ogni capitolo che ne scandisce le diverse stazioni c’è un colore più importante degli altri. Questo fino alla scena finale, nella quale li ritroviamo tutti presenti nelle diverse colorazioni dell’arcobaleno.

Ogni capitolo ha un colore dominante, rappresentativo del personaggio a cui lo stesso è intitolato. Si tratta di una gradazione reperibile sul vestito indossato dal protagonista di turno e peculiare dell’ambiente da lui frequentato. Eccezion fatta per l’ultima sequenza ambientata a Singapore, in cui, come dicevi, è possibile ritrovarli insieme. Qual è stato il concept presente in una scelta di questo tipo?

È stata un’idea di mia moglie che è un’artista e che ne La Gomera così come negli altri film ha lavorato su questi aspetti. È stata lei a suggerirmi che i diversi colori avrebbero dovuto visualizzare il viaggio del protagonista, come pure sancire la fine di quel percorso e l’arrivo in una sorta di paradiso attraverso la loro presenza collettiva nell’arcobaleno. Quindi, abbiamo iniziato a discutere sull’idea di usare l’arcobaleno e i colori e di sceglierne uno in particolare per ogni capitolo. Volevamo che fosse dominante e importante. A volte lo troviamo in un ingresso, in una stanza, a volte descrive un personaggio, come succede per Gilda o Magda. L’ho trovata da subito un’idea fantastica e per questo abbiamo deciso di girare così il film.

Intervista a Corneliu Porumboiu

Il modo in cui usi i colori è molto ben bilanciato. Le diverse gradazioni caratterizzano la messinscena senza prevaricare gli altri elementi presenti all’interno di essa.

Per me è come se fossero uno spartito musicale.

Esattamente.

Abbiamo cercato di avere un spartito musicale con i colori.

Come si diceva, forma e contenuto del tuo film hanno molto a che fare con il cinema. In particolare, volevo soffermarmi sull’arrivo di Cristi nell’isola da cui il film prende il titolo. Rispetto a Bucarest, l’isola di Gomera rappresenta un altro mondo e, in questo senso, penso che l’espediente di portare Cristi, e noi spettatori, in un altrove del genere è più o meno quello che fa il cinema ogni volta in cui entriamo dentro il buio di una sala. Era questa la tua idea? Te lo chiedo perché si tratta di una sensazione che si respira lungo tutto il film, sequenza finale compresa, apoteosi dell’altrove di cui si parlava e sintesi dell’essenza stessa del cinema.

L’idea era questa. Volevo iniziare il film con lui che arriva in un’isola che sembra un sorta di paradiso terrestre, salvo rivelarsi in un luogo  infido e pericoloso. Alla fine Cristi cerca e trova un altro tipo di paradiso in quel giardino, presente nella sequenza finale. Dunque, sì, volevo rappresentare il concetto di qualcosa di nuovo, qualcosa di inedito e, in un certo senso, meraviglioso nella vita del protagonista.

La Gomera è un film fondato su un uso particolare dello sguardo e del tempo. Nel corso degli eventi alla presenza di un osservatore esterno ad essi è costante. C’è sempre qualcuno che guarda qualcun altro. Questa caratteristica è accompagnata dalla peculiarità del tempo narrativo: ne spezzi di continuo la linearità e lo ricostruisci secondo un punto di vista logico e senza assecondare associazioni spazio temporali. In questo senso, il montaggio diventa uno dei protagonisti del film. Torniamo, dunque, alla doppia lettura de La Gomera: da una parte la storia e i personaggi, dall’altra la riflessione sugli elementi del cinema e, perciò, sulla visione,,sul montaggio, sul tempo.

Si, quest’idea c’è sempre stata sin da quando mi sono interessato al soggetto del film che, appunto, era basato sul fischio. Se ci pensi nella storia il fischio altro non è che una lingua in codice, mentre il cinema di per sé è un’arte che codifica la realtà. Fin dall’inizio, dal momento in cui sono stato attratto dalla storia, volevo divertirmi con gli elementi tipici del cinema di genere attraverso questo tipo linguaggio cifrato. Tale è stata la mia prima impressione quando ho sentito la lingua dei fischi, il Silbo, e ho iniziato a studiarla.

Ne La Gomera buoni e cattivi si osservano l’un l’altro su uno sfondo di corruzione generale destinata a diventare uno dei temi del film. Mi sembra che sorveglianza e corruzione siano due questioni di fondamentale importanza nei fatti della storia più o meno recente della Romania. Molto del vostro cinema, anche documentario, li mette al centro della sua indagine. La Gomera è un film di genere, ma i suoi fatti si rifanno agli eventi della cronaca contemporanea. In questo senso, ti chiedo di dirmi in che rapporto sta la fiction del film con la realtà storica del tuo paese?

Naturalmente c’è un forte legame con la società e con la pratica dello spionaggio, dunque con una certa tradizione. Allo stesso tempo, credo che al giorno d’oggi viviamo in un mondo in cui siamo sempre più controllati da videocamere e altri strumenti di questo tipo. Penso che in Romania, ma anche all’estero, le persone non si fidano più del prossimo e che per questo motivo mettono in atto stratagemmi e soluzioni per sorvegliare le loro vite e quelle degli altri. La Gomera è legato anche all’idea che si vuole dare di noi stessi agli altri attraverso i social media, come Facebook, o altri mezzi di comunicazione, come Instagram, dove ognuno deve apparire in un certo modo, spesso falsificando la propria realtà. Pensavo a tutto questo e al fatto che in questi tempi i soldi sono sempre più importanti.

L’attualità di un lungometraggio come La Gomera dipende anche dal fatto di descrivere una realtà, la nostra, simile a quella del Grande Fratello orwelliano. Il cinema del nuovo millennio è pieno di sequenze che rimandano al controllo e alla sorveglianza. La Gomera, come altri film, è anche il risultato di una paura e di un’angoscia tipiche della società contemporanea.

Esatto. Si parla di una minaccia che nasce dal non poter distinguere chi sia buono e chi cattivo.

Volevo chiederti dell’uso che fai del tempo narrativo. In qualche modo, ricostruisci il tempo della storia non sempre secondo nessi cronologici ma privilegiando un punto di vista logico. Il miracolo de La Gomera è che lo spettatore riesce a seguirne il filo della storia nonostante lo spazio e il tempo siano spesso sfalsati. Mi può dire qualcosa su questo aspetto?

Ero interessato ad avere un certo tipo di filo narrativo. La storia prevede che il protagonista debba apprendere quella lingua articolata sul fischio e non sulla parola e che durante la fase di comprensione gli succeda qualcosa di inaspettato. Mentre scrivevo la sceneggiatura avevo sempre presente che dovevo porre al centro il Silbo. Contemporaneamente al fatto che Cristi si reca nell’isola e inizia a imparare la lingua intervengono alcuni flashback in cui vediamo come ha fatto ad arrivare fin li.

La struttura del film è data da questa mia intenzione di mantenere il Silbo al centro della storia: volevo costruire La Gomera intorno a una tipologia di tempo che è data dal processo di apprendimento della lingua da parte del personaggio, ma anche dalla scoperta di sé, alla quale arriva attraverso il rapporto con gli altri. Dopo aver deciso di procedere in questa direzione, ho capito di dover usare i flashback e la necessità di andare avanti e indietro.

Il flashback è uno stilema tipico del noir. Allo stesso tempo, La Gomera rimanda più volte al genere western. A un certo punto Wanda dice – più o meno – a un poliziotto: “Non sei in un film western, non puoi comportarti come se lo fossi, sparando a destra e a manca”. Inoltre, nel corso del film fai vedere un inserto di Sentieri Selvaggi di John Ford, mentre la retata della polizia, e la sparatoria che ne segue, avviene in un set di un western.

Ogni personaggio ha il proprio modo di fare cinema. Ad esempio, per Magda accade che, dopo essere rimasta in una sala dove si proietta uno di quei film, le rimane addosso un po’ dell’attitudine dei cowboy, che poi riversa nel suo modo di portare avanti l’indagine. Alla fine, credo che il cinema crei un certo tipo di immaginazione nella nostra mente. Volevo sottolineare come ogni personaggio abbia un proprio modo di vedere le cose, appunto, determinato dalla visione cinematografica.

Vlad Ivanov è un attore amato non solo in Romania ma anche in Ungheria e a livello  internazionale. Lo ammiro molto, in particolare per la sua maestria nell’arte della dissimulazione. Se si osserva, nel tuo come in altri film, è quasi impossibile capire cosa stia pensando. Di solito, quando credi averlo capito succede esattamente il contrario. Mi puoi parlare di lui e del suo personaggio?

Quando iniziai a scrivere la sceneggiatura sapevo che Vlad avrebbe interpretato il protagonista, perché mi ero ispirato a un personaggio che lui interpretò in Polițist, Adjectiv (sempre diretto da Porumboiu, ndr). Ogni volta che pensavo al protagonista di quel film, al tipo di idee che aveva e al suo modo di parlare, riflettevo su come poter riproporre questo personaggio dieci anni dopo, completamente perso e in un luogo del tutto diverso da quello in cui si trovava dieci anni prima. Iniziai, dunque, a scrivere pensando a Vlad, poi cominciammo a confrontarci e, successivamente, abbiamo creato una vita passata, ricostruendo cos’era accaduto al personaggio negli ultimi anni. Con tali premesse è stato semplice lavorare sul film assieme a lui.

Intervista a Corneliu Porumboiu

Da molti anni a questa parte il cinema romeno è forse quello che meglio di altri ha l’energia e l’acutezza per raccontare il nostro tempo. Volevo chiederti cos’è  che lo rende tale?

Credo che in Romania al giorno d’oggi ci siano degli ottimi registi e che, allo stesso tempo, ognuno di noi produca il proprio film e le proprie ossessioni. Questa cosa dà un certo tipo di forza al nostro cinema, tenendo presente che questo è formato per lo più da una generazione molto più giovane rispetto ai tempi della rivoluzione. Per risponderti, forse dipende dal contesto e anche dalla passione di ognuno di noi nei confronti del cinema. Credo che ciascuno stia producendo cose molto diverse, ognuno con la propria voce e il proprio stile. Forse io sono troppo coinvolto, per cui è difficile fare un passo indietro e avere il quadro completo della situazione.

Per la traduzione dall’inglese si ringrazia Cristina Vardanega.

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  • Distribuzione: Amazon Prime Video
  • Nazionalita: Romania, Francia
  • Regia: Corneliu Porumboiu
  • Data di uscita: 15-June-2020