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Villetta con ospiti: conversazione con il regista Ivano De Matteo

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Conversazione con Ivano De Matteo

Ogni paese ha i suoi scheletri nell’armadio. Quelli di Villetta con ospiti si nascondono dietro il perbenismo, nei vizi privati e nelle pubbliche virtù di una micro comunità del nord est italiano. A raccontarcela è Ivano Matteo in un film che guarda a Signore & signori di Pietro Germi.

Conversazione con Ivano De Matteo

Facendo riferimento al tuo secondo film, La Bella Gente, mi sembra che Villetta con Ospiti ne riprenda temi e struttura narrativa. Rispetto a quella, è rilevante il cambio di contesto sociale: allora la vicenda si occupava di una borghesia intellettuale e radical chic, oggi il centro di interesse si sposta su un sodalizio più variegato e provinciale che ruota attorno agli esponenti della cosiddetta società civile e del ceto imprenditoriale.   

Diciamo che Villetta con Ospiti è un po’ la somma dei film scritti da me e dalla mia compagna, Valentina Ferlan: ci sono La Bella Gente I nostri figli. Del primo c’è questa elusione dell’estraneo, che però qui è più violenta e cattiva. I nostri temi sono sempre quelli, chiaramente lì utilizzavamo la borghesia, in questo caso invece l’analisi è un po’ più ampia e riferita a un particolare contesto. Abbiamo deciso di girare in una provincia italiana dove in qualche modo c’è più paura dell’estraneo e del nuovo che arriva da fuori: anche se c’è un’iniziale accoglienza, dopo il verificarsi del drammatico evento, l’accanimento che ne segue fa vedere i personaggi per quello che sono, spogliati delle loro divise, delle loro uniformi, dei loro abiti. Rimane solo l’essere umano, senza alcuna maschera. Nei nostri film questo processo è una  costante.

La mancanza di una sovrastruttura intellettuale era anche un modo per rendere più trasparente i rapporti all’interno della comunità? E, aspetto ancora più importante, per registrare l’imbarbarimento delle relazioni umane nella società contemporanea?

Imbarbarimento è la parola giusta, perché corrisponde al tenore dei rapporti vigenti nella nostra società. In questo caso si tratta di un piccolo microcosmo, una micro comunità in cui alla classica famiglia italiana se ne affiancano altre due: quella rumena e un’altra che costituisce una comunità a parte. Ho anche usato tre figure emblematiche, come quelle del poliziotto, del prete e del dottore, che dovrebbero in qualche modo tutelarle.

Figure che almeno sulla carta sono chiamate a prendersi cura degli altri.

Esattamente, come rappresentanti delle istituzioni dovrebbero prendersi cura di noi, sia a livello morale che fisico e della sicurezza. In realtà, sono proprio loro che tradiscono. Tutti lo sono a cominciare dal personaggio di Michela Cescon, tradita dalla figlia, dal marito, dalla madre e pure da Don Carlo, il prete interpretato da Vinicio Marchioni.

Nessuno si salva, né le persone a cui di solito è assegnato un valore positivo, né la figlia della protagonista che all’inizio sembra dolce e sensibile e poi si rivela fredda e spietata. Senza contare che è in qualche modo artefice del dramma.

Come dici tu, la figlia è una figura molto particolare e per certi versi anche un po’ inquietante. L’anziana madre non è da meno. Un tempo bella, si è trasformata in una figura matriarcale ossessionata dal controllo e ostile verso gli estranei, cosa che si manifesta nella preoccupazione di proteggere l’azienda di famiglia dalle mire del genero, impersonato da Marco Giallini. Se lei ha paura del terrone che viene da fuori, gli altri c’è l’hanno del rumeno: comunque la si metta, c’è sempre qualcuno da espellere. Ecco, questa era una dimensione che ci piaceva raccontare e devo dire che tutti gli attori hanno dato il massimo, ivi compresa Cristina Flutur, fantastica  interprete romena che mi ha emozionato tantissimo. Per non parlare dei nostri, a partire da Massimiliano Gallo, alle prese con un personaggio ricco di  sfumature.

Alla pari di Gallo, il suo personaggio è altrettanto indimenticabile. Tu lo lasci sempre in una posizione di mezzo, a metà strada tra il tutore dell’ordine e il faccendiere. Per certi versi sembra quasi il “pulitore” di Keitel in Pulp Fiction.

Hai centrato l’essenza di quel personaggio. Mi piaceva pensarlo in azione in un posto difficile come poteva essere Napoli con la camorra, o la Calabria con l’ndrangheta. Poi ho immaginato che fosse un commissario trasferito al nord per alleggerirsi dalle situazioni drammatiche in cui poco prima si era trovato a lavorare. Si tratta di situazioni che si verificano spesso nella realtà: nella nostra storia l’uomo prende in mano la situazione agganciando la comunità rumena e lo zio del ragazzo con cui mette in piedi un qualche tipo di attività. Non sappiamo di cosa si tratta, ma in qualche modo lo possiamo presumere.

Altrettanto riuscita è la figura di Beatrice, la figlia di Diletta. L’efficacia dipende anche dalle sue fattezze e dal modo in cui la riprendi. Di carnagione bianca, la mostri sempre con un parte del viso coperto da una ciocca di capelli neri che la rendono sfuggente e ambigua. 

Ti ringrazio per aver notato questa cosa, perché quel ciuffo di capelli è decisivo per la caratterizzazione del personaggio. Lei, prima di allora, non aveva fatto nulla e io stavo facendo dei provini a delle ragazze venete, le cercavo nelle scuole di teatro e a un certo punto Valentina mi ha detto che fuori ce n’era una che avrei dovuto vedere. Appena entrata, ho notato subito il particolare dei capelli, con l’occhio nascosto che le dava un aspetto per certi versi inquietante. Speravo fosse anche brava e per mia fortuna lo era, tanto che dopo il terzo provino ho deciso di prenderla. Quando mi ha chiesto se volevo che si tagliasse i capelli gli ho detto di non farlo perché quella copertura serviva al personaggio per celare il subbuglio che la ragazza porta dentro di sé, quello che mostro nella scena del bagno: si tratta di momento molto forte e autodistruttivo in cui si infligge dei tagli sulle gambe.

Con il tuo cinema sei stato tra i primi a mostrare l’ipocrisia esistente nella narrazione relativa all’inclusione dei migranti. Per contenuti e modi di raccontare Villetta con Ospiti sembra trasfigurare le politiche di Salvini in materia di accoglienza, con l’immigrato espulso e rimandato a casa.

Noi non facciamo un cinema militante, ma dentro i nostri film c’è una forma di politica sociale intrinseca ai temi che trattiamo. Oltre a quello della mancata inclusione, di cui abbiamo appena detto nel film, si parla della questione relativa alluso delle armi connessa al tema dell’autodifesa personale e alla possibilità di tenerle nella propria casa. Nella conferenza stampa Valentina ha detto una cosa che ho trovato molto forte e cioè che se avesse una pistola non esiterebbe a usarla contro uno sconosciuto entrato nella sua casa. Questo per dire che il punto è un altro, e cioè che le istituzioni non devono mettere le persone nelle condizioni di poter disporre di un’arma a casa propria.

Non per niente avevo citato Salvini, portatore di un pensiero nato proprio nel territorio che ospita le vicende del film.

Esattamente là. La prossima settimana andrò a presentare il film a Bassano, che insieme a Trieste e Padova ha fatto da sfondo alla storia. Sono curioso di vedere e sentire la reazione dei diretti interessati, tenendo presente che Villetta con ospiti non è un film contro o giudicante, ma un affresco che potrebbe essere ambientato ovunque. Oltretutto, una cosa molto simile è accaduta vicino Roma, non per niente quanto successo a Ladispoli ricorda molto la mia storia. La scelta di ambientarla nel nord est mi permetteva di mostrare una ricchezza che deve essere difesa a tutti i costi, oltre a legittimare lo scarto tra i vizi privati e le pubbliche virtù. Parlo del perbenismo di personaggi che amano mostrarsi benevoli in piazza, dal parrucchiere, al bar, in chiesa, alla festa del paese, e che poi dentro hanno i loro diavoli.

Conversazione con Ivano De Matteo

A conferma di quanto la vicenda potesse essere ambientata ovunque, Villetta con ospiti racconta un sentimento che si ritrova nella Sicilia di Verga e nel primato della cosiddetta “roba”.

Penso che avrei potuto farlo alla stessa maniera sia al Sud come al Nord, dove poi il film è stato girato. Ancora, avrei potuto ambientarlo in una zona neutra se non fosse che a me non piace tratteggiare il regionalismo dei personaggi attraverso l’uso del dialetto. In questo caso mi sono divertito a farlo utilizzando il napoletano, il romano, il veneto e il rumeno. In alcuni passaggi ho preferito servirmi dei sottotitoli perché la particolarità delle dizioni tira fuori espressioni che nascono dalla pancia dell’attore e quindi del personaggio.

Ne Gli equilibristi avevi anticipato l’inversione di tendenza nel rapporto tra cittadini ed extra comunitari con il personaggio di Mastandrea, costretto a chiedere soldi e posto di lavoro a un immigrato integrato e produttore di reddito.  Oggi a che punto siamo?

Con la mia compagna eravamo molto attenti alle ultime fasi della politica italiana nell’intento di fare di ciò che succedeva il termometro delle nostre storie. Il soggetto del film lo avevamo scritto tre anni fa e si chiamava Bang Bang: vi si raccontava la rivolta del paese a seguito dell’uccisione di un ladro rumeno. Rispetto a quella prima stesura sono successe altre cose che ci hanno colpito, prima fra tutte quella relativa alla nuova immigrazione nel Nord Est. Mi riferisco alle trappole per orsi e lupi messe sul Carso, vicino a Trieste, per beccare i clandestini che passano da quelle parti. È una cosa molto particolare, difficile da giudicare e da cui si potrebbe ricavare un altro film. Di fronte a tutto questo ci siamo detti di ritirare fuori questa storia per raccontare la paura e il terrore di essere aggrediti o fagocitati dagli altri. Dallo sviluppo della sceneggiatura è nata questa piccola commedia noir che in realtà sfugge alle consuete classificazioni.

La scena iniziale, di ambientazione campestre, mostra una battuta di caccia. A un certo punto, la lepre. In realtà la sequenza si chiude con il cadavere del lupo appena abbattuto, cosa che rimanda al film in cui vittime e carnefici si scambiano i ruoli. 

Esattamente. Guarda a me fa piacere, perché quando si scrive ci sono delle cose più criptiche che rischiano di essere capite solo dagli autori. In effetti, la natura e gli animali sono dei particolari voluti dalla mia compagna per creare un parallelismo tra questo mondo e quello degli uomini. Se noti, i mutamenti del primo, con il sole sostituito dal vento e poi dal temporale, sono gli stessi che avvengono nella cittadina. Il lupo iniziale si riferisce a quanto accade nel finale del film, in cui assistiamo a un cambio di ruoli, con i supposti carnefici declassati a vittime e il resto dei personaggi che diventa un vero e proprio branco pronto ad accanirsi sulla preda. Come facevi notare, nella sequenza introduttiva i conigli sembrano le vittime del lupo che li sta cacciando. In realtà è quest’ultimo a essere cacciato dai bracconieri. Mi piaceva questa cosa e sono contento che si veda.

La crisi dei valori borghesi che tu continui a raccontare anche qui continua a fare la sua parte nel precipitare della situazione. Il segno costante è la dilagante ipocrisia.

Si, nei nostri film è qualcosa destinato a ripresentarsi. Non è un modo per scaricare ad altri le colpe ma per farci sentire tutti responsabili, a cominciare da noi. Ho sempre detto che non ci sentiamo esenti dai comportamenti dei nostri personaggi, anzi. Non si tratta di esorcizzare questa condizione ma di metabolizzare la realtà di certi comportamenti. Io e Valentina siamo i primi a vivere certe situazioni e talvolta diventiamo i nostri personaggi, anche quelli brutti, tanto per capirci. Una buona autocritica secondo me serve sempre.

Conversazione con Ivano De Matteo

Se si analizza la scena del delitto, il corpo del morituro sta al secondo piano, nascosto alla vista dello spettatore a cui è dato di vedere solo gli ospiti che discutono a piano terra. Tale disposizione non mi pare una scelta casuale, ma la sintesi dello scarto esistente tra i vizi privati e le pubbliche virtù dei personaggi.

Guarda, io non l’avevo pensata cosi, però avevo in mente che lui doveva morire in un luogo da solo, nascosto, e che gli altri sarebbero dovuti stare nella parte bassa, nel salone. Per questo la ricerca della villa non è stata facile. Mi serviva un’abitazione con un grande salotto e delle vetrate e sopra una scala, necessaria a collegare tale spazio alla scena del delitto. Sopra quest’ultima ci sarebbero dovuto essere le stanze da letto. Il ragazzo si doveva ritrovare in questo limbo, al centro e in mezzo alle altre persone. Mentre lui sta là, disteso per terra, gli adulti sono sotto che discutono e la figlia è chiusa nella camera con il fratellino. Lui sta nel limbo, a metà dei due piani.

Per le sue caratteristiche, il tuo cinema sembra già pronto per essere trasposto a teatro. Anche Villetta con ospiti non sfugge alla regola.

Per dodici anni insieme Valentina abbiamo fatto teatro attraverso la nostra compagnia che si chiamava Il cantiere. Recitavamo in quelle vecchie cantine underground organizzando molti spettacoli con la compagnia B 72 che all’epoca produceva Carmelo Bene. Io vengo dalla scuola di Peragallo e Berardini. Nasciamo dal teatro, che per me è sempre stato il grande amore.

La maggior parte dei tuoi film sono vere e proprie piece.

Anche ieri mi hanno detto la stessa cosa. Ad un certo punto mi era tornato addirittura il desiderio di tornare in teatro dopo tanti anni. Nel caso di Villetta con ospiti troverei il lavoro già fatto, trattando di una storia che si svolge in un solo ambiente, mentre per le poche scene in esterni basterebbero dei video o anche un semplice ripiano sopra la villa in cui immaginare lo spazio al di fuori dell’edificio. Ma insomma, una volta chiusi dentro, i contenuti si adattano a una piece teatrale. Verrebbe anche bene secondo me.

Conversazione con Ivano De Matteo

Come forma dei tuoi racconti adotti spesso quella del thriller. Ovviamente anomalo.

Si, anomalo perché non devi scoprire chi è l’assassino.

Dunque thriller e noir sono generi che meglio di altri sono capaci di decifrare la realtà.

Il thriller presuppone qualcosa di oscuro che si ha necessità di scoprire. Non sempre si tratta dell’assassino o dell’omicida ma, come accade in questo caso, dell’animo umano, indagato allo scopo di conoscere cosa vi si nasconde, qual è il male oscuro. Il nostro è un thriller di questo tipo, poi può essere anche un noir per i sapori che gli ho voluto dare con la musica jazz, ma come concetto i nostri sono thriller perché vogliamo scoprire cosa è successo alla persona, chi sono i membri della famiglia, chi i loro ospiti.

Signore & signori di Pietro Germi è il riferimento del film, ma ci potrebbe anche essere il Pasolini di Teorema. È cosi?

Se ti dovessi dire due film, non perché assomiglino al mio, ma per le suggestioni ricevute, ti dico Signori e Signore, anche quello girato nel trevigiano, e Ascensore per il patibolo di Louis Malle. Poi ho visto tante foto di film noir degli anni ’50, riconoscendo in molte di esse la villetta del nostro film. In alcuni lungometraggi americani e francesi ci sono queste case fotografate in bianco e nero, con la scalinata in legno. Dunque, se dovessi dire, queste sono le suggestioni.

D’altronde, il tuo è un cinema affine a quello francese. E questo già dai tempi de La bella gente.

In quel caso la Francia mi ha aiutato molto, perché La bella gente è uscito prima là poi, dopo cinque anni, anche da noi. Ho sempre avuto coproduzioni francesi e anche questo non sfugge alla regola, pur non essendo ancora stato venduto in quel paese. Del cinema d’oltralpe mi piace non la lentezza ma alcuni momenti in cui ti soffermi un po’ di più sull’attore, quelli in cui gli lasci delle pause di riflessioni più lunghe, in sintonia con il ritmo interno del film. Essere accostato in qualche modo a questo cinema per me è un grosso complimento. I miei riferimenti tengono anche conto della commedia all’italiana che a me piace ritirare fuori.

Michela Cescon cambia pelle ad ogni film e qui è lontana dal modello femminile di Primo Amore. Oltre a lei, diciamo qualcosa anche di Massimiliano Gallo ed Erika Blanc in relazione ai rispettivi personaggi?

Gallo lo conoscevo per averlo visto in alcuni film e trovandolo un attore strepitoso l’ho voluto nel mio. Con lui ho lavorato benissimo, è un interprete da micro impressioni e sfumature, puntuale, sempre sul pezzo. La Cescon come hai detto tu è una grande professionista. L’avevo vista in Primo amore e come spesso accade nei miei film, per esempio ne I nostri ragazzi, con Gasmann e Lo Cascio, la metto nella condizione di incarnare un personaggio che a un certo punto cambia pelle. All’inizio sembra una donna quasi persa e un po’ svampita, tradita da madre e figlia e, in senso più ampio, dal marito. Per ovviare a questo cerca conforto nella figura caritatevole rappresentata dal prete, si rifugia nelle gocce e nei medicinali, fino a quando esce fuori la sua parte animale, il lupo che è in lei. In quello che io chiamo l’interno notte del film arriva a cambiare viso. Per il personaggio di sua madre volevo una donna affascinante, la cui antica beltà doveva convivere con il cinismo senza sovrastrutture tipico delle persone anziane che possono dire quello che vogliono, ma di cui non si sa dove intendono arrivare. Il personaggio di Erika Blank il più delle volte si accanisce contro gli altri, contro il dottore interpretato da Bebo Storti e, soprattutto, contro il suocero e la figlia.

Da questo ensemble di personaggi mi sembra che tu riesci a declinare le forme della cosiddetta banalità del male e del malessere contemporaneo. In particolare, del personaggio di Gallo si potrebbe pensare di fare una film a parte se non una serie tv.

Si, guarda, lui lo potresti prendere da Napoli per cominciare a raccontare di una famiglia che forse aveva e ora non ha più. Io lo lascio solo, vive in una stanza e costruisce modellini di barche come facevano i detenuti, servendosi di stecchini e prosperi. È un personaggio solo e triste sul quale si potrebbe costruire l’intero film. Carmine arriva da Napoli, forte del suo bagaglio di esperienze, anche molto dure, e si ritrova in questo paesino. Mi verrebbe voglia di seguire sempre lui.

Tra l’altro, nel finale il suo personaggio si colora di ulteriori sfumature. Nell’ultima scena diventa persino caritatevole nei confronti della donna rumena per cui forse nutre anche un sentimento d’amore.

In qualche modo ne è innamorato. Alla festa le le fa un apprezzamento sulla pettinatura dei capelli, apparendo quasi imbarazzato. Quando si offre di portarle un caffè lei lo ringrazia, rifiutandone però l’aiuto. Lui rimane interdetto, facendo vedere di non essere avvezzo a queste cose.

Si sente quasi inadeguato.

Esattamente, l’inadeguatezza di questo uomo la si percepisce dal fatto di sentirsi fuori ruolo, come se anche lui fosse un altro immigrato, uno che viene da fuori, un altro solitario.

Parliamo del cinema degli altri. Chi sono gli autori che preferisci?

A me piace il cinema di Garrone, ma sono impazzito per l’ultimo film di Ken Loach che mi ha devastato; ho visto Parasite e mi è piaciuto molto. Mi piacerebbe fare quel tipo di film, nudi e crudi, dove ti senti libero di dire ciò che pensi. Dei “vecchi” mi piaceva la bellezza della cattiveria e dell’ironia di Scola. Sto parlando di un cinema che non è il mio genere e, dunque, che non farei, ma che mi diverte. Ecco, appunto, un cinema come Parasite o come i film di Tarantino, opere lontane dalle mie corde ma che vedo molto volentieri.

  • Anno: 2008
  • Durata: 88'
  • Distribuzione: Academy Two
  • Genere: Thriller, Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Francia
  • Regia: Ivano De Matteo
  • Data di uscita: 30-January-2020