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The Affair: la quinta stagione finale del dramma di Hagai Levi

The Affair nel corso degli anni è stato tante cose: detection, dramma emotivo, storia di adulterio, racconto di formazione, senza mai smettere di essere un magistrale esercizio di scrittura

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The Affair: la quinta stagione

Nell’ottavo episodio dell’ultima stagione di The Affair, La Situazione Spinosa, Noah viene messo con le spalle al muro da un coro pressoché unanime che, non proprio a sorpresa, si alza contro di lui da parte di alcune donne che confessano, in passato, di avere subito delle molestie da parte sua. Va dal suo agente letterario, che organizza un incontro con l’elemento di punta dell’azienda, una donna che si occupa di risolvere gli scandali.

E allora dice: “Io non l’ho mai molestata… non c’è nulla di vero in questa storia. Non si può inventare la realtà: certe cose accadono e altre no. Si chiama verità perché la puoi dimostrare: e se non puoi farlo… bè, allora è solo la tua cazzo di opinione”.

The Affair è il dramma della realtà

Al di là dell’aderenza (così usuale, in tanta fiction d’oltreoceano, che non ci si fa più caso) con il #metoo e le sfumature etiche che derivano dall’assalto dell’informazione globale, la sequenza è fondamentale, in quest’ultima stagione del dramma familiare messo in piedi da Hagai Levi ben cinque anni fa: perché fin dai suoi inizi, anzi soprattutto all’inizio, The Affair era il dramma della realtà che sfumava, della realtà che preferiamo raccontarci e a cui scegliamo, volontariamente o meno, di credere.

Perché il centro del serial è sempre stato, fin da subito, non tanto i fatti – così come ci ha abituato tanta narrativa seriale televisiva – bensì la narrazione stessa. Il senso che assume nel momento in cui smette di essere vita e diventa racconto; la prospettiva decisiva per capire il Bene e il Male.

The Affair: magistrale esercizio di scrittura

The Affair nel corso degli anni è stato tante cose: detection, dramma emotivo, storia di adulterio, racconto di formazione, senza mai smettere di essere un magistrale esercizio di scrittura. Raffinata, elegante, intelligente: certo, con qualche stanchezza che nel lungo termine è fisiologica e che ha reso necessario un aggiustamento del percorso per evitare il deragliamento. Ma che ha fatto sì che questa quinta, in qualche modo (non vogliamo usare il termine metanarrativo perché fuorvierebbe: ma in questi ultimi undici episodi c’è un’innegabile riflessione su se stessi come elementi di finzione), fungesse da recap, per raccogliere tutti i fili in sospeso, non solo prettamente narrativi, e desse un senso a tutto quello che finora si è detto e raccontato.

Allora Noah ed Helen, i due protagonisti, ripercorrono la loro storia e fanno i conti con loro stessi, con il loro rapporto frastagliato ma forse più forte, profondo e, perché no, più patologico di quanto ognuno di loro potesse credere; mentre The Affair fa il punto sulle fake news, sul #metoo, insomma su tutto quel materiale morale e comunicativo che la realtà ha sfornato in questi cinque anni, incidendo ovviamente sul sostrato culturale della serie stessa, cambiando per forza di cose la percezione di quanto Levi andava raccontando.

In questo modo, l’opera stessa è cresciuta probabilmente andando verso percorsi sconosciuti ai suoi autori, all’inizio: trasformandosi a tratti in una soap opera di lusso, perdendo il gioco del confronto delle prospettive ma mantenendo inalterata la struttura bipartita di ogni puntata, restituendo una storia corale sempre più contorta e abbarbicata su se stessa, tanto che gli ultimi 11 frammenti della stagione finale sono letteralmente incomprensibili a chi non ha visto le precedenti.

Anna Paquin

Fino a stravolgersi sembrando irriconoscibile: elemento nuovo della stagione cinque è Anna Paquin che interpreta Joani, la figlia della scomparsa Alison, che serve prima di tutto per dare una chiusa alla trama (interrotta in fretta e furia un anno fa, quando non si sapeva se la quarta stagione avrebbe avuto un seguito) della sua morte fintamente accidentale, e poi a completare l’affresco da commedia umana che via via The Affair è andato diventando.

Una trama, quella della Paquin, che si svolge venti anni nel futuro, immersa in uno scenario vicino al disastro sociale ed ecologico, con schermi ipertecnologici e postmodernismo freddo e disincantato – insomma, talmente straniante da essere potenzialmente molto interessante ma per forza di cose fin troppo abbozzata e scissa dal resto. E che però, probabilmente senza neanche volerlo, finisce per essere la perfetta quadratura del cerchio.

The Affair: un perfetto specchio della società contemporanea

Perché se The Affair era partito mettendo in scena la riflessione sullo storytelling e una doppia prospettiva, che via via si era infranta e divisa in tanti punti di vista quanti erano gli attori in scena; se il dramma è diventato lentamente melodramma e le storie così intricate da essere inverosimili; se la storia è poi tornata ad essere una storia sulle bugie che ci raccontiamo e raccontiamo agli altri, sulla finzione che infetta ogni rappresentazione di se stessi e sulle bugie che oggi infestano il mondo dell’informazione per qualche dollaro in più; allora, non sembra proprio che questa gara di tutto contro tutto e contro tutti sia un perfetto specchio (anzi, black mirror) della società contemporanea?

Il futuro di Joani allora è il nostro: cupo, decadente e in rovina, grigio, senza natura e senza speranza. La realtà diventa una sola, spettrale ed evanescente, costruita sulle rovine morali del passato. Perché la fine del mondo è adesso. Ed è la fine.

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