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L’ultimo dominatore dell’aria

“Tra indiscussi capolavori, mediocri risultati registici e flop ampiamente criticati, M. Night Shymalan firma il nuovo progetto titanico, insinuandosi tra plausi e contestazioni del pubblico”.

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Tratto dalla serie animata “Avatar: la leggenda di Aang” ideata da Michael Dante Dimartino e Bryan Konietzko per Nickelodeon, L’ultimo dominatore dell’aria cambia titolo per ovvie ragioni cinematografiche e approda finalmente sul grande schermo. Tra indiscussi capolavori, mediocri risultati registici e flop ampiamente criticati, M. Night Shymalan firma il nuovo progetto titanico, insinuandosi tra plausi e contestazioni del pubblico.

Attenendosi all’ordine seguito dall’anime, il maestro del colpo di scena scrive e dirige – nell’ormai abusato e spesso superfluo 3D – il primo capitolo di quella che prevedibilmente sarà una trilogia. Dopo aver ingaggiato una troupe solida e collaudata (tra cui la pluripremiata Industrial Light & Magic), sotto la supervisione di Pablo Helman il lavoro di Shymalan assume le fattezze di un fantastico action movie di matrice orientale levigato dalle grazie degli effetti speciali.

La storia è lineare e, purtroppo, spogliata del guizzo brioso proprio della serie animata: in assenza dell’Avatar, ‘dominatore’ dei quattro elementi – Aria, Acqua, Terra e Fuoco, corrispondenti ad altrettanti regni – la sanguigna nazione del Fuoco guidata dal comandante Zaho (AAsif Mandvi) ha attaccato e soggiogato gli altri regni, sterminando il popolo dell’Aria dove si sarebbe reincarnato l’Avatar. Quando la ‘waterbender’ Katara (Nicola Peltz) e il fratello Sokka (Jackson Rathbone) incappano accidentalmente nel prodigioso Aang (Noah Ringer), attirano l’attenzione dell’ostracizzato Principe Zuko (Dev Patel), per il quale trovare l’Avatar significa essere riammesso nel proprio regno. Tra riluttanza, rimorsi e responsabilità, Aang impara ad accettare il suo destino di garante dell’armonia fra i Regni e si prepara allo scontro con la nazione del Fuoco, dedicandosi all’arte del controllo di ciascun elemento.

Nel costruire il suo adattamento cinematografico, Shymalan si attiene alle consolidate regole dettate dal cinema classico, approdando pertanto a soluzioni asettiche e già viste. Nel tentativo di rimanere fedele allo sviluppo narrativo creato da Dimartino e Konietzko (produttori esecutivi della versione cinematografica), il film attua un viraggio delle sfumature che colorano personaggi e intrecci del cartone tendente all’appiattimento dei toni. I dialoghi, eccessivamente seriosi e pedanti, scarnificano le voci del film fino a eliminare qualsiasi principio di originalità e vivacità, rendendo lo sviluppo psicologico di ciascun personaggio prevedibile e ordinario. A farne le spese è proprio il protagonista che, privato dell’energica curiosità fanciullesca, appare annichilito dal gravoso errore e ridotto a un cumulo di sensi di colpa e desolazione.

Una nota di merito va al cast (sbalorditiva la somiglianza di Noah Ringer con il protagonista dell’anime), accuratamente scelto sia per il potenziale attoriale, sia per l’esperienza nelle arti marziali. Evidentemente, l’elemento su cui Shymalan ha concentrato tutte le sue energie è la spettacolarità delle scene, animate da strepitosi combattimenti coadiuvati dal supporto degli effetti speciali, e contestualizzate in ambientazioni meravigliose dalla fotografia minuziosamente studiata. In un gioco di rimandi ipertestuali, compaiono sulla scena blande tracce di buddismo e rastafarianesimo incarnate nelle guide spirituali di Aang e Zuko: da un lato il dragone quale saggio ed enigmatico consigliere benevolo (che alla prima apparizione incute timore invece di rassicurare), dall’altro uno zio con i dread (Shuan Toub) ponderato, pacifico e rispettoso delle leggi della natura.

L’adattamento di Shymalan si colloca, tuttavia, in un’incerta terra di mezzo tra l’uso sapiente del potenziale espressivo annidato nella storia e lo scivolamento nella semplificazione dell’atmosfera dettato dal mercato.

Resta da chiedersi se la corsa al 3D sia necessaria all’esplorazione di nuovi orizzonti comunicativi o se, piuttosto, sia uno specchio per le allodole, utilizzato quando non si ha niente di nuovo da dire.

Francesca Vantaggiato

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