“Altri approcci di cura sono possibili”: intervista a Erika Rossi, regista de La città che cura

Raccontando il progetto avanguardistico di onda basagliana a Trieste, La Città Che Cura dimostra come sia possibile un nuovo modello di Sanità, che vada al di là della malattia e consideri il paziente nel contesto e come parte di una rete sociale di relazioni. Ne abbiamo parlato con la regista, Erika Rossi

  • Anno: 2019
  • Durata: 89'
  • Distribuzione: Lo Scrittoio
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Erika Rossi
  • Data di uscita: 09-May-2019

Microaree è l’esempio concreto e positivo di come sia possibile attuare una “medicina territoriale” o “di comunità”. Ponziana, in particolare, è il primo quartiere di Trieste dove è stata avviata. Come sei venuta a conoscenza di questo progetto?

Innanzitutto, il film prende dal libro soltanto il titolo: s’intitolano entrambi “La città che cura”, ma sono due progetti indipendenti che trattano lo stesso argomento e che, tra l’altro, faranno un tour promozionale insieme per veicolare al meglio l’importanza di esso.

Io sono triestina e fin dall’inizio del mio percorso come film-maker e regista mi sono occupata di tematiche strettamente legate alla salute mentale di questo territorio. Trieste è la città dove Franco Basaglia ha messo in pratica le sue idee e la sua Rivoluzione nel ‘78. Microaree, che è stato ideato dai suoi eredi all’interno dell’azienda sanitaria e dei dipartimenti di salute mentale, non è altro che l’applicazione del concetto basagliano secondo il quale il paziente va visto al di là della malattia o del momento di difficoltà, quindi a 360 gradi: nella complessità della sua storia e soprattutto nel contesto in cui vive. Mentre è nato questo progetto, lavoravo a contatto con gli operatori dell’azienda sanitaria di Trieste e successivamente ho avuto l’occasione di raccontare questo piano di lavoro attivo ormai da 10 anni.

Lo spettatore, attraverso l’esperienza di Monica e degli altri assistenti di Microaree e quella degli anziani curati, viene direttamente a contatto con le idee di questo modello sanitario, unico in Europa. Rappresentarlo cinematograficamente è senz’altro un modo utile per allargare una cultura sanitaria mirata a eliminare le disuguaglianze sociali. In quali altri modi, secondo te, potrebbe diffondersi questa cultura?

Il racconto cinematografico ed editoriale servono a diffondere una cultura, ma il modo migliore sarebbe trapiantare questo modello in altre città. Servono, pertanto, dirigenti e funzionari pubblici lungimiranti che capiscano l’importanza di una cura di questo genere e cerchino di applicarla all’interno delle proprie amministrazioni e nelle loro regioni. Microaree è infatti il risultato di una sinergia: non interviene soltanto l’azienda sanitaria, bensì un’intera rete istituzionale che si avvicina al cittadino entrando direttamente nel contesto della periferia.

I pazienti rappresentati hanno storie e problematiche di salute altrettanto differenti. Come hai interagito con essi prima delle riprese?

Sono stata a lungo all’interno della Microarea, questo spazio aperto agli abitanti del quartiere come luogo di ritrovo e punto di riferimento per qualsiasi loro problematica, con Monica (la referente) senza la telecamera per un anno, instaurando un rapporto amichevole coi pazienti.

Roberto si reca dalla logopedista per i problemi successivi all’ictus che l’ha colpito. “Non ci sono incontri casuali” è la frase con cui la specialista lo incoraggia verso il recupero. Le relazioni curano, dunque, le persone. Pensi che solitudine e abbandono siano dei tratti ormai radicati nell’attuale società?

Io credo proprio di sì. Non sono un tecnico della salute e non ho padronanza delle statistiche, ma non penso che sia necessario ciò. Siamo tutti consapevoli che questa società ci porta sempre di più alla performance, lasciando indietro tutta una categoria di persone che non appartengono a questo turbine performativo. Le persone sole, non soltanto gli anziani, sono penalizzate dalla frenesia e vivacità di Trieste. Ben peggio si verifica nelle altre grandi città.

Il documentario inizia e termina con la figura di Plinio: l’anziano pianista del quartiere che a causa dell’ipocondria che lo assilla non esce da casa. Nella parte finale lo vediamo seduto al  tavolino di un bar sereno e sorridente, sintomo questo di un possibile cambiamento. Questa immagine può essere interpretata come la vittoria sulla paura e la metafora del coraggio?

Sì, perché no? Plinio è raccontato durante il film nella sua quotidianità e nella sua relazione con Monica. Essendo un pianista, l’ho voluto utilizzare come un personaggio metacomunicativo, come metafora: la sua musica può valere per tutte le persone che vivono una situazione simile alla sua. Vederlo alla fine con tutta la sua leggiadria caratteriale, al di fuori delle mura di casa a prendere un caffè, è un messaggio di speranza.

Le persone curate sono coinvolte in attività ordinarie: teatro, ballo, cineforum, giochi di società. Si può affermare che la straordinarietà di questa medicina risiede nella semplicità dei mezzi utilizzati?

Più che nella semplicità, la sua straordinarietà risiede nell’idea che la relazione sia fondante in un percorso di cura. La visione degli operatori di Microaree non è semplice, bensì umana. È empatica: bisogna vedere il paziente in un contesto e soprattutto all’interno di tutta una storia che lo ha condotto alla malattia. La loro formazione è tutt’altro che semplice: sono quasi tutti sociologi. I cittadini dovrebbero essere dunque consapevoli che approcci di cura diversi sono possibili e che queste non sono delle teorie campate in aria. Anche l’OMS, d’altronde, afferma che per ridurre le disuguaglianze della salute bisogna agire in questa maniera.

Utlima modifica: 12 Maggio, 2019



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