Il Nome della Rosa: l’adattamento Rai tra pregi e difetti

Tra calcolata calligrafia, miscasting e qualche merito Il Nome della Rosa lotta per dimostrarsi utile nel panorama seriale

A volte, nel percorso critico che parte da un’opera, ci si imbatte in una delle domande più scomode e difficili a cui si possa dover rispondere: ha senso, e quindi esiste, la categoria del “necessario” o dell’“inutile”? Ovvero: quando si osserva criticamente un prodotto dell’audiovisivo, che sia serial, fiction, documentario, corto o lungometraggio, può o deve influire l’utilità, ovvero il peso, che l’oggetto stesso ha? E casomai, questa utilità, va considerata in base al pubblico, alla critica, all’autore?

Probabilmente, nel momento stesso in cui la domanda sorge, è chiaro che qualche problema l’opera ce l’ha: e d’altronde, andando nello specifico, Il Nome Della Rosa di Giacomo Battiato non è proprio quello che viene definito un capo d’opera. Eppure, ad analizzarlo, a scomporlo e ricomporlo, a ripensarlo, viene quasi da dire che non tutto è inutile in questa piccola serie che sembra troppo lunga.

Era una bella mattina di fine novembre”, inizia così il capolavoro Premio Strega di Umberto Eco: torrenziale, straripante, pletorico, incredibilmente scorrevole nonostante i numerosi rivoli narrativi che partono dal corpus centrale per corrergli di fianco. Eppure, poche volte la grandezza dell’opera è stata celebrata spesso oscurata dalla sua stessa notorietà e dall’incredibile successo del film di Annaud. Perché Il Nome Della Rosa ha un enorme pregio, che è anche alla base della sua incredibile, eterna attualità: è un anticipatore culturale multimediale che con i suoi diversi livelli di lettura disseminati lungo il racconto intreccia orizzonti metanarrativi sfidando il lettore ad individuare gli indizi disseminati lungo il racconto e sparsi qua e là tra citazioni e strizzatine d’occhio più o meno colte, più o meno esplicite.

A svelare la grandezza del romanzo non era sufficiente, ovviamente, un solo film di pure due ore: un film che oltretutto aveva problemi di sceneggiatura coperti da una magniloquenza di sguardo notevole e da una fotografia spettacolare di Tonino Delli Colli. Il nome Della rosa di Battiato è inevitabilmente più “basso” nei suoi riferimenti: ma probabilmente ha (l’unico!) merito di svelare l’arditezza e l’ampiezza della costruzione del romanzo di Eco, il suo andare su e giù e il suo tergiversare. In questo senso, Il nome della rosa targato Rai non tradisce quanto promette e si rivela una fedelissima trasposizione del romanzo, anche perché la serialità tv è probabilmente più adatta del grande schermo a contenere il fiume in piena che è il romanzo originale.

In alcuni punti riprende in maniera quasi calligrafica il film di Annaud: ma riesce nonostante tutto a slegarsi abbastanza bene dal suo predecessore con un cast sontuoso che funziona tutto sommato bene (tranne purtroppo il protagonista, John Turturro, fortemente penalizzato da un doppiaggio maldestro) anche se si muove nei ruoli fortemente canonizzati non tanto da Eco quanto da Annaud. E questo nonostante clamorosi esempi di miscasting (Fabrizio Bentivoglio in uno dei ruoli peggiori della sua luminosa carriera; Stefano Fresi irriconoscibile ma non in senso buono).

Va poi considerato che lungo il suo passaggio in tv Il nome della rosa ha perso più di 2 milioni di spettatori: non tanto per una mera curiosità di auditel, quanto come sintomo che qualcosa di certo non ha funzionato. Certo, la struttura è quella del thriller, ma è difficile pensare che ci sia chi non ha visto il film e quindi conosce già la soluzione del mistero: ma occorre anche dire come Battiato abbia bei guizzi visivi ma pochissimo appeal narrativo. Le digressioni alla trama principale sono troppe e noiose, e di certo per loro va rispolverato quel termine dell’inizio, l’“inutile” che tanto impensierisce.

E comunque, su tutto resta il fatto che questa lunga, troppo lunga serialità non ha giovato al poco sicuro mestiere del regista e al traballante apparato tecnico.

Hai detto una cosa molto bella, Adso: ti ringrazio. L’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o una scala, che si costruisce per raggiungere qualcosa. Ma dopo si deve gettare la scala, perché si scopre che, se pure serviva, era priva di senso”: insomma, stat rosa pristine nomine, dice Guglielmo al suo giovane aiutante. Peccato possa dirsi anche della serie.

GianLorenzo Franzì

Utlima modifica: 8 aprile, 2019



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