Torino Film Festival: intervista a Nadav Lapid, regista di Synonymes

Attraverso la storia di Yoav che va a Parigi per dimenticare la follia del proprio paese, Synonymes riflette su cosa significhi oggi sentirsi israeliani con una libertà e un'inventiva vicine ai lavori della Nouvelle Vague e ai "sognatori" bertolucciani. In attesa del verdetto finale, Synonymes si è aggiudicato il premio Firepresci riservato ai lungometraggi in competizione nel concorso della 69esima edizione del Festival di Berlino ed é stato presentato il 23 Novembre 2019 al Torino Film Festival Quella che segue è l'intervista al regista del film, Nadav Lapid 

  • Anno: 2019
  • Durata: 123'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia, Germania, Israele
  • Regia: Nadav Lapid

Synonymes riflette su cosa significhi oggi sentirsi israeliani con una libertà e un’inventiva vicine ai lavori della Nouvelle Vague e ai “sognatori” bertolucciani.

Quanto e in che modo Synonymes appartiene alla tua vita personale e quale parte di essa è entrata nella sceneggiatura del film?

Fondamentalmente quasi tutto quello che accade nel film è realmente successo. Avevo 18 , 19 anni, il tempo passava veloce, e dopo tre anni e mezzo di servizio militare mi sono ritrovato a studiare filosofia all’università, scrivevo per un giornale, mi divertivo andando a feste, insomma la vita era bella. Poi un giorno ho una nota di voce divina e da quel momento mi sono improvvisamente sentito come una persona a bordo del Titanic. Percepivo che questa nave stava affondando, attorniato da persone cieche, e con la voce che mi diceva ” fuggi da Israele e salva la tua anima”. Dopo pochi giorni atterrai all’aeroporto Charles de Gaulle senza alcun programma per il futuro, conoscendo molto poco il francese, completamente solo ma con l’idea e il desiderio molto chiari di non essere più israeliano e di voler diventare francese, di vivere e morire a Parigi, di essere sepolto nel cimitero di Père-Lachaise.

In modo istintivo mi resi conto che per staccarmi dal passato in maniera definitiva non era sufficiente prendere un aereo, ma dovevo fare qualcosa di molto più violento e duro, cosa che per me si tradusse nella decisione di non parlare più in ebraico. Smisi di farlo e nel contempo iniziai a ricercare nuove parole e sinonimi che supplissero alla perdita del mio idioma. Li trovai, dunque, nel francese, che divenne presto il modo per redimermi dal mio passato. Mi ritrovai quindi a girovagare per le vie di Parigi farfugliando sinonimi.

Accade sempre più spesso che alla violenza del mondo contemporaneo registi abituati a girare film drammatici decidano di passare a toni ironici e grotteschi, nella considerazione che di fronte alla mancanza di senso della realtà l’unico modo per difendersi sia prendersene gioco. Rispetto al resto della tua filmografia, Synonymes potrebbe rappresentare anche per te uno scarto di questo tipo?

Per quanto riguarda la violenza sono del parere che sia molto sciocco esserne spaventati perché questo ne raddoppia l’effetto. Credo anche che ci sia molta ambiguità nel film per quanto riguarda la violenza che, infatti, è allo stesso tempo terribile e bella, pesante e lieve. Un modo per esprimerla è quella di trasformarla in una cosa divertente, ma non divertente in un modo sadico, ma in un modo leggero. Per esempio quando vediamo i due uomini lottare sul tavolo diventano come gemelli siamesi tanto che poi si alzano e si salutano. Sono convinto che per avvicinarsi alle cose si debbano usare anche altre angolazioni ed è quello che ho fatto rispetto alla scelta dei toni e delle situazioni presenti nel film.

La scelta di ambientare la storia a Parigi permette al film di rafforzare la coerenza del suo dispositivo. La libertà con cui hai girato Synonymes e talune soluzioni formali ricordano da vicino le opere della Nouvelle Vague. Sempre per restare in qualche modo in tema, il rapporto tra i personaggi e l’appartamento che ne accoglie le schermaglie ricorda The Dreamers di Bertolucci.

Per quanto riguarda la città parigina il protagonista la idealizza a tal punto da farne una versione che non esiste più. Forse nella formazione del suo desiderio c’è l’attrazione nei riguardi della Nouvelle Vague, movimento preso in considerazione solo dagli stranieri perché il cinema francese gli ha voltato le spalle. Nella tipologia delle riprese il film è figlio del suo tempo: in esso c’è spazio per gli errori, per tutto quello che è eccessivo e anche per le imprecisioni. Riguardo al film di Bertolucci ti dico che sento più vicino a me Teorema di Pasolini.

Synonymes appare un lavoro differente dai precedenti. Qual è la tua considerazione in merito alla sua possibile diversità?

Dipende da cosa intendi. Potrei anche essere d’accordo. Dopo Policeman ci si aspettava da me un altro film politico e, invece, ho fatto The Kindergarten Teacher, che lo è altrettanto ma si svolge in un asilo. Credo che la cosa più affascinante nel fare arte per me sia cercare di trovare una relazione tra controllo e verità, tra libertà e principi che mi consenta di metterli in conflitto senza alcun compromesso. In questo modo il film diventa una guerra tra il tentativo di creare un ordine e la pulsione verso il caos. Sono attratto da tutto questo perché rappresenta ciò di cui è fatta la vita. In Synonymes credo di aver cercato di percorrere il più possibile questa strada per arrivare a un nudo formalismo. Per rispondere alla tua domanda, posso dire che forse qui la forma è più spoglia rispetto a The Kindergarten Teacher.

La trama di Synonymes è quasi paradigmatica della tradizione religiosa e letteraria ebraica. Di fatto il protagonista appare simile all’ebreo errante costretto ad abbandonare la propria terra. Ti sembra, questa, una lettura possibile del tuo film?

Iniziamo con dire che il terribile programma storico per annichilire gli ebrei non è stato mai portato a termine. Israele è in un certo qual modo il paese meno ebreo del mondo, mentre l’ebreo nomade si contrappone a quello radicato al territorio; allo stesso modo la figura dell’ebreo dubbioso convive con quella dell’israeliano sicuro di sé. È affascinante l’idea che il fuggire dalle proprie origini avvicini il protagonista all’ebreo errante. La sua ostilità e il suo rifiuto di Israele è collegata a questo sentimento dell’amore totale e assoluto verso questa nazione, cosa di per sé dicotomica rispetto al “noi” e “loro”. E “loro” sono coloro che non esprimono amore e lealtà assoluta al paese. Da qui il fatto che se non fai parte del “noi” diventi automaticamente parte del “loro”.

La messinscena alterna momenti di realismo ad altri che virano verso il surreale e l’onirico. Alcune scene sembrano addirittura coreografate come un musical, piene di musica e di colore. A questo riguardo, ti chiedo di parlarmi della sequenza in cui fai sbucare il protagonista da un nugolo di gambe di ragazze che ballano in discoteca. Oltre a essere una sequenza memorabile, essa si carica di molteplici significati. Dimmi il tuo?

È una scena di danza. Io sono un fan delle scene di ballo perché mi piace quando le persone si rivolgono verso la camera danzando. Credo che questa sequenza sia le sintesi delle storie che si leggono ai bambini, del tipo “c’era una volta un ragazzo affamato e senza cibo che poi si trasforma in principe azzurro”.

Abbiamo discusso di Israele e della sua identità all’interno del film. Synonymes è stato sostenuto da istituzioni israeliane. Come ti senti pensando alla possibilità che questo film venga visto nel tuo paese e come credi verrà accolto?

Spero che Israele accetti di vederlo perché si tratta di un film che insiste nel mostrare emozioni contrastanti e molto forti verso questo paese. Spero che nel guardarlo abbiano l’apertura per accettare la coesistenza di amore e odio che nel film è onnipresente. D’altronde l’amore diventa superficiale senza l’odio.

Utlima modifica: 23 Novembre, 2019



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