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FILM DA VEDERE

The Manchurian Candidate, con Denzel Washington e Meryl Streep

Una metafora attualissima e sconvolgente sull'America e non solo. La rilettura di Jonathan Demme dell’ormai mitico Và e uccidi di John Frankenheimer (1962), che anticipava singolarmente le origini e le modalità dell’omicidio Kennedy, si adegua perfettamente ai tempi e alle condizioni della politica contemporanea.

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The Manchurian Candidate, un film del 2004 diretto da Jonathan Demme, remake del film del 1962 Va’ e uccidi (The Manchurian Candidate) di John Frankenheimer. È stato presentato fuori concorso alla 61ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film ha incassato 65,955,630 dollari in America del Nord e 30,150,334 dollari nel resto del mondo, totalizzando 96.105.964 dollari in tutto il globo. La colonna sonora è stata realizzata da Rachel Portman e David Amram. Con Denzel Washington, Meryl Streep, Liev Schreiber, Jeffrey Wright, Jon Voight. Jonathan Demme: «Il romanzo iconoclasta e incisivo di Richard Condon, uscito nel ’59, ha ispirato il film del 1962 diretto da John Frankenheimer che, con Frank Sinatra, ha dipinto un ritratto dell’America come mai si era visto prima sul grande schermo. Oggi, con la sceneggiatura di Daniel Pyne che dà un taglio contemporaneo al romanzo di Condon, con Denzel Washington nei panni di Ben Marco e con tanti soldati americani lontani da casa, non potevo che essere entusiasta di fronte all’opportunità di girare questo film.»

Sinossi
Sorpreso da un’imboscata nel corso della prima guerra del Golfo, il maggiore Ben Marco perde i sensi, ma lui e la sua squadra vengono salvati dal sergente Raymond Shaw. Al termine del conflitto, l’ondata di popolarità sollevata dal suo eroico gesto porta Shaw – entrato in politica e “assistito” dall’influente madre – alle soglie della vicepresidenza. Ma nella mente di Marco qualcosa non torna: ossessionato dagli incubi, comincia a sospettare che l’episodio in cui è stato coinvolto e i suoi successivi sviluppi nascondano un diabolico complotto.

Una metafora attualissima e sconvolgente sull’America e non solo. La rilettura aggiornata dell’ormai mitico Và e uccidi di John Frankenheimer (1962), che anticipava singolarmente – e con eccezionale preveggenza – le origini e le modalità dell’omicidio Kennedy, si adegua perfettamente ai tempi e alle condizioni della politica contemporanea, spostando l’asse portante dell’attenzione sui rapporti e le connessioni tra questo potere e quello più subdolo e sotterraneo, ma prioritario, dell’economia, e diventando così, con il suo “sovvertimento delle competenze” che assegna proprio alle multinazionali il ruolo del burattinaio e relega invece quello del presidente della nazione (qualunque bandiera o colore rappresenti) a semplice pupazzo lobotomizzato “asservito” e ossequiente, uno specchio solo leggermente deformato della realtà. Quasi un reality dai risvolti leggermente futuribili, ma anche la parafrasi di una terribile verità, già operativa nel concreto. Tenendo conto di questo nuovo criterio interpretativo dei fatti, la rielaborazione della sceneggiatura che era alla base dell’opera di Frankenheimer (di George Axelroad tratta dal romanzo di Richard Condom), realizzata da Daniel Pyne e Dean Georgaris, indebolisce forse un poco l’inquietante ambiguità dell’originale (che gli eventi successivi avrebbero fortemente amplificato), ma rende maggiormente esplicita e accentuata la preoccupata denuncia degli inaccettabili compromessi che inquinano il sistema, rendendolo pericolosamente infido, e radicalizza la visione con un pessimismo senza speranza, che lo slittamento finale verso un epilogo che deraglia un po’ troppo nel versante fantascientifico, non riesce ad annacquare. Il messaggio rimane chiaro ed eloquente nell’evidenziare i mali e le minacce. Come sempre eccellente la regia di Jonathan Demme, misurata e trascinante allo stesso tempo, che ha il pregio non indifferente di riuscire a nobilitare e far diventare militant” un film tutto sommato di genere come questo. Rimane semmai il rammarico che questo prestigioso autore, dopo l’insuccesso di Beloved, facendo di necessità virtù, sia di fatto costretto a realizzare solo ciò “che passa il mercato” (o che gli studios permettono di concretizzare), rinunciando alla sua creatività più spiccata e profonda, anche se formalmente se la cava molto bene e trova ugualmente il modo di graffiare con unghie sufficientemente affilate. Liev Schreiber è una gradita sorpresa, quasi un’inaspettata rivelazione. Qui è del tutto adeguato al ruolo, confermandosi un nome che meriterebbe certamente maggiore attenzione, considerate le sue notevolissime capacità interpretative e mimetiche. Meryl Sreep è straordinaria e stupefacente per la sua duttilità di interprete e la gigantesca professionalità con cui affronta e risolve ogni personaggio che le viene affidato, capace come è di far sembrare tutto semplice e normale: un mostro di bravura che da sola varrebbe la visione del film, e ancora una volta assolutamente da oscar. Denzel Washington è bravino, compìto e zelante (forse però un po’ meno incisivo del suo abituale standard), attonito e spaesato come richiesto dal personaggio,ma sottotono. Non riesce insomma a convincere del tutto. Rimane poi il problema già evidenziato del finale che vorremmo considerare il compromesso produttivo imposto – e accettato – per poter arrivare alla realizzazione pratica del progetto.

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