Dogman di Matteo Garrone: la dialettica vittima-carnefice decade in un mondo contrassegnato da violenza e orrore

Dogman è un film solido, con cui Matteo Garrone riprende gli stilemi tipici della propria poetica, contrassegnata da un efficace sguardo trasfigurante, capace di tramutare in favola nerissima significante un abominevole fatto di cronaca

  • Anno: 2018
  • Durata: 102'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Matteo Garrone
  • Data di uscita: 17-May-2018

Dopo l’incursione nel fantasy con Il racconto dei racconti, film non completamente riuscito, in quanto – è un’ipotesi – forse non proprio nelle sue corde, Matteo Garrone torna a un cinema che gli è più congeniale, laddove, anche in passato (Primo amore, L’imbalsamatore, Gomorra e Reality), ha dimostrato di trovarsi a suo agio con realtà ‘ruvide’ che, attraverso un prezioso sguardo trasfigurante, hanno ogni volta assunto un potente respiro metaforico in grado di veicolare profonde riflessioni e trascinanti emozioni.

Con una regia volutamente contenuta dal punto di vista tecnico e una fotografia plumbea e struggente, curata dal bravo Nicolaj Brüel, il regista ci conduce un’altra volta in un mondo liminale, un sottomondo, verrebbe da dire, dominato da ancestrali rapporti di forza, in cui violenza, morte e solitudine scandiscono un’esistenza attraversata da un soffio gelido che congela la vita interiore, riducendo i personaggi a marionette inanimate, in balia di una ferocia che s’illudono di gestire ma in realtà subiscono.

La dialettica vittima-carnefice, che costituisce l’impianto narrativo del film (nella fattispecie quella che intercorre tra Marcello e Simoncino, i bravissimi Marcello Fonte ed Edoardo Pesce), evapora di fronte all’impossibilità di raggiungere una sintesi che provochi – in termini hegeliani – un reale superamento. L’oppressione esercitata dal disumano pugile di periferia, sebbene alla fine trovi un’iperbolica opposizione (che sfocia nell’annientamento del crudele bullo), innanzitutto e per lo più è assecondata dalla complicità del mite ‘canaro’, il quale, pur subendo umiliazioni, soprusi e prevaricazioni intollerabili, non riesce a sottrarsi a una dinamica che, in fondo, gli appartiene (non si è mai completamente vittime, c’è sempre una parte di responsabilità anche della parte lesa).

Ciò a cui il regista è maggiormente interessato è, infatti, testimoniare quanto l’essere umano contenga un’ineliminabile quota di orrore che, quantunque provochi sdegno e turbamento, non può essere estirpata fino in fondo. L’atto estremo di Marcello non riesce a riequilibrare l’iniquità di una situazione non emendabile nella sua interezza. Durante il film lo spettatore è sottoposto a una sorta di tortura, laddove è presente in Dogman un dichiarato intento di sconvolgerlo, di non farlo distrarre e risucchiarlo nel vortice di un abisso, di un buco nero in cui precipita inesorabilmente l’essere, facendo così risaltare quel nulla che da sempre lo attraversa.

Non c’è possibilità di equivocare sul senso generale del film, poiché ogni elemento volge vorticosamente verso un esito funestissimo, nel (e dal) quale prende forma un mondo privo di pietà, di compassione e di minima capacità di accoglienza dell’altro. Le uniche sequenze in cui Garrone concede una tregua sono quelle ‘sottomarine’, quando Marcello, paradossalmente, può respirare, ritornare alla dimensione emotiva sempre messa tra parentesi (se non per il suo rapporto amoroso con i cani, che, comunque e per fortuna, non può redimere, non può cioè sostituire quello con gli umani), prendendo per mano la piccola figlia, la sola con cui si concede di vivere la propria umanità. Ma, per l’appunto, sono brevissime interruzioni all’interno di un flusso temporale contrassegnato da un tragico succedersi degli eventi: un’invincibile angoscia fa da sfondo a tutto ciò che accade, e ogni personaggio pare stare con il fiato sospeso nell’intento di evitare di sprofondare in un precipizio sinistramente incombente.

Ugo Chiti, Massimo Gaudioso (gli sceneggiatori) e Matteo Garrone tornano, in maniera abbastanza evidente, alle atmosfere perturbanti de L’imbalsamatore, giacché anche in quella occasione veniva articolata una malsana dialettica tra il tassidermista Peppino Profeta (un ambiguo e inquietantissimo Ernesto Mahieux) e il giovane Valerio (Aldo Leonardi), che sfociava in un finale amarissimo.

Dogman è un film solido, con cui Matteo Garrone riprende gli stilemi tipici della propria poetica, contrassegnata da un efficace sguardo trasfigurante, capace di tramutare in favola nerissima significante un abominevole fatto di cronaca.

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