Loro 2: Paolo Sorrentino tenta, con sincerità e lucidità, di elaborare il berlusconismo, in vista di un nuovo orizzonte possibile

Paolo Sorrentino, con uno slancio di sincerità spiazzante, cerca di spiegare le ragioni del berlusconismo, non per giudicare, perdonare o assolvere, ma per tentare di elaborare definitivamente un periodo esecrabile della vita del nostro paese

  • Anno: 2018
  • Durata: 100'
  • Distribuzione: Universal Pictures
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Paolo Sorrentino
  • Data di uscita: 10-May-2018

Premessa: dividere il film in due, soprattutto in considerazione dell’inessenzialità della prima parte, è stata una mossa a dir poco infelice. Se in Loro 1 non si assisteva ad altro che la messa in scena prevedibilissima del miserabile immaginario prodotto dall’antropologia berlusconiana, con la quale Paolo Sorrentino pare trovarsi particolarmente a suo agio (e ciò fin dai tempi de La grande bellezza), in questo secondo blocco l’ex cavaliere diviene il protagonista che ci si aspettava. Lo sguardo misericordioso del regista, così come per Jep Gambardella, non è mosso da una sconsiderata indulgenza, quanto dalla volontà di capire fino in fondo, al di là di qualsiasi scontata partigianeria, l’essenza di un uomo che, al netto degli orrori, delle malefatte, dei danni arrecati al paese e della malafede che in tantissime occasioni ne ha colorato gli intenti, ha creduto (e crede) in un ideale di vita per il quale ciò che davvero conta è alimentare costantemente una vitalità senza cui ci si sentirebbe morti.

Risalire dall’esistenza (la realtà delle azioni compiute) all’essenza (le cause che avrebbero – e il condizionale è decisivo – determinato quell’agire) è un’operazione discutibilissima, nella misura in cui, seguendo la lezione sartriana de L’esistenzialismo è un umanesimo, è impossibile determinare a ritroso tutti – e sono infiniti – quei ‘possibili’ che hanno indotto un individuo a concretizzare una certa condotta anziché un’altra. Ma se questa regola vale senz’altro in campo filosofico, certamente può essere sospesa nell’ambito di una ricerca artistica in cui l’immaginazione (esentata dalla necessità della prova dell’esperienza) cerca di dare corpo a quanto è rimasto sempre fuori campo. Sorrentino non solo non fa il processo a Berlusconi, ma tenta di dare voce e corpo al non detto, senza temere il ‘tradimento’ che una tale traduzione inevitabilmente comporta. Perché il vero problema, come già aveva intuito profeticamente più di quarant’anni fa Dino Risi con In nome del popolo italiano (1971), è costituito, evidentemente, dalla natura del paese che produce una certa classe politica: invertendo il rapporto di causa-effetto, tale ragionamento può essere applicato, come rilevava Bruno Dumont (intervistato da Taxi Drivers), anche in ambito artistico: “se si guarda lo stato del cinema italiano in rapporto alla grandezza passata, questo è proporzionale a quello della politica, perché è lei che ne influenza l’estetica. A tal proposito, si potrebbe dire che avete l’estetica che meritate”.

Berlusconi non ci è caduto sul capo all’improvviso, abbiamo creduto alla vendita di un sogno basato tristemente sulla promessa di un godimento continuato, la cui logica sottostante era fondata sull’esercizio compulsivo del mero consumo. Siamo stati ingenui, e lui abile. In questo senso Berlusconi ha costituito l’apoteosi di una tendenza inarrestabile sul piano globale, anche se la sua mancanza di pudori l’ha resa particolarmente intollerabile.

Loro siamo noi, è chiaro, e quindi la scelta del titolo è più che mai opportuna. Anche chi ha sempre contrastato la colonizzazione avanzata nel ventennio berlusconiano non si è opposto fino in fondo, sino a mettere in pericolo la propria posizione personale, e ciò non per sua colpa, ma in quanto immerso in una ‘cultura’ che rendeva (e rende) impossibile l’attuazione di un gesto radicale. Allora, per invertire la rotta, non è sufficiente rimuovere chi ne ha incarnato politicamente il simbolo (e la dimostrazione è la penosa situazione attuale, in cui comunque l’ex premier ancora interpreta un ruolo non marginale) bensì produrre un rovesciamento, una torsione etica, per superare l’epoca del consumo verso quella della fruizione, laddove la dimensione tragicomica del progresso ha ben svelato tutta la sua inconsistenza e la drammatica comicità. Bisogna tornare (o cominciare: questo paese deve forse iniziare) ad avere il senso del comune, a non guardare solo all’interesse del ristretto spazio famigliare; allargare gli orizzonti verso quella dimensione intersoggettiva che ci costituisce ontologicamente ed è la premessa di ogni singolarità.

Paolo Sorrentino conosce sin troppo bene l’umanità decadente dei festini sempre uguali e noiosissimi, della mondanità inutile e fracassona, del godimento forzato, e per quanto ne sia inorridito non riesce a condannarla fino in fondo, poiché fa parte di lui (e anche di noi): ciò era già emerso in maniera evidente nel film vincitore dell’Oscar. Allora, con uno slancio di sincerità spiazzante cerca di spiegarne le ragioni, di trovare attenuanti, allo scopo di capire, non giudicare, di perdonare, non per assolvere, ma per tentare di elaborare definitivamente un periodo esecrabile della nostra vita, per indirizzare finalmente lo sguardo su un altro scenario possibile, che si dischiuda a partire da un mutamento etico, dalla trasformazione del linguaggio, da una reale tensione all’accoglienza dell’altro.

Il terremoto de L’Aquila, richiamato metaforicamente (e non solo) nel film, assume il valore di una disfatta straordinaria che ha prodotto quintali di macerie, che possono essere rimosse solo grazie a un’assunzione completa di responsabilità. Vedere i volti impolverati dei vigili del fuoco, sfiancati dalla fatica delle operazioni di soccorso, rende opportunamente la difficoltà del compito che ci aspetta.

La tenerezza (parola sempre più di moda in ambito cinematografico di questi tempi) di Sorrentino è utile a collocarsi nella giusta prospettiva per leggere in profondità quanto si è sempre osservato in maniera piuttosto miope. La tenerezza perdona e salva, laddove consente di affrontare la realtà con la lucidità necessaria, senza lasciarsi travolgere dal pur comprensibile furore.

Toni Servillo nella prima mezz’ora del film è scoppiettante: la gag della telefonata a una misteriosa cittadina italiana per venderle un appartamento è divertente e significativa, e l’attore dà il meglio di sé. Non da meno è Elena Sofia Ricci – Veronica Lario che, sul finale, si produce in un dialogo-scontro con Silvio, facendo emergere in tutta la loro inessenzialità le contraddizioni di un’opposizione apparente, che dev’essere superata.

Rimangono ancora una volta operativi gli stilemi tipici della coppia Sorrentino-Contarello, ma il risultato finale consente di soprassedere sulla discutibilissima tendenza a sorprendere furbescamente il pubblico più sprovveduto con trovate a effetto di dubbio gusto.

Insomma, un solo film: Loro 2. Il primo va dimenticato.

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Utlima modifica: 3 Maggio, 2018



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