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All’Asia Film Festival la vecchiaia nell’inferno di Manila con il film “Lola”

L’Asian Film Festival ha deciso di premiare questa pellicola col riconoscimento più alto: il Miglior Film. Così Brillante Mendoza incassa un altro premio, dopo il Pardo d’Oro nella sezione Video a Locarno 2005 di Masahista, e la Palma d’Oro per la Miglior Regia a Cannes 2009 di Kinatay, confermandosi quale cineasta maturo e di rigore, non cedendo di un millimetro alla strada intrapresa

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L’Asian Film Festival ha deciso di premiare questa pellicola col riconoscimento più alto: il Miglior Film. Così Brillante Mendoza incassa un altro premio, dopo il Pardo d’Oro nella sezione Video a Locarno 2005 di Masahista, e la Palma d’Oro per la Miglior Regia a Cannes 2009 di Kinatay, confermandosi quale cineasta maturo e di rigore, non cedendo di un millimetro alla strada intrapresa: raccontare con un realismo che non fa concessioni stilistiche e narrative allo spettatore, un pezzo delle Filippine e di Manila, rivelati nella loro crudele quotidianità.

Lola, appellativo tagalog che connota la dimensione della vecchiaia nella società filippina, caricandosi appresso e per intero la deferenza e il rispetto insiti nell’uso che se ne fa e dà, è lo specchio attraverso il quale guardare due donne alle prese con una tragedia che le unisce indissolubilmente. Lola Sepa (un’infaticabile e inarrestabile Anita Linda, portabandiera del cinema filippino), sfidando la pioggia monsonica che, implacabile, si aggiunge alle costrizioni con cui la popolazione è costretta a fare i conti, è intenta a organizzare il funerale di suo nipote, assassinato nel tentativo di rapina del suo cellulare, desiderosa di avere giustizia affinché chi ha ucciso paghi. Lola Puring, invece, cerca di raggiungere il nipote (il ladro di cellulari omicida) in prigione, per portargli da mangiare. Le loro vite, identiche nel degrado di una povertà da sempre appartenenza, dentro la quale barcamenarsi senza sosta (nemmeno il peso degli anni e di un’esistenza di stenti è un lusso capace di concedere una tregua), dovranno necessariamente toccarsi e fare i conti con un inevitabile compromesso, apparentemente cinico: il barattare la denuncia con del denaro, che nella condizione di miseria imbarazzante vissuta da entrambe diviene il solo mezzo di riscatto e di salvezza, quale modo per far fronte ai debiti contratti per organizzare il funerale da una parte, e quale mezzo che concede un perdono e una giustificazione ad un atto in sé ingiustificabile, il togliere la vita a qualcuno, dall’altra.

Apparentemente meno cupo psicologicamente e privato degli orrori visivi di Kinatay, Lola ci toglie parimenti il fiato. Veniamo, sin dall’ingresso nel film, attanagliati nella fatica del vivere, racchiusa nel corpo fragile di una donna anziana che si trascina dietro e contemporaneamente si appoggia al suo nipotino, barcamenandosi nel flusso fagocitante e densissimo di una città che trabocca di un’umanità incontrollabile e senza certezza; che invano con un fragile ombrellino cerca di ripararsi dall’acqua identicamente traboccante della stagione monsonica e di una natura per nulla amica. Mendoza pedina le due Lola nella realtà che le contiene, avvalendosi di una resa quanto più possibile ‘naturalista’. Dall’uso del suono, che cattura ogni sfumatura e sovrapposizione acustica, rendendo esattamente il concetto di mescolanza umana, forza della natura e caos esistenziale, insiti nel tessuto urbano e non  (ci allunghiamo anche nel Malabon e nelle isole Luzon) che esplora, e ricorrendo all’ausilio della musica, scelta con cura ed efficacia per enfatizzare stati emozionali e visionari particolarmente intensi da richiedere una sottolineatura più marcata. Da una fotografia parimenti corposa, che si impone come forza visiva a sé stante, pre-illuminazione di un occhio da girone dantesco, che ci accompagna con lunghi piani sequenza e movimenti di macchina estenuanti per tenuta visiva, facendosi carico dell’ingiustizia, della violenza, della miseria, della disperazione, della lotta per la sopravvivenza, di tutta la fatica e la stanchezza che guarda, sapendo anche cogliere, come nella solidarietà del vicinato delle case sull’acqua, frammenti di piccole speranze e bellezze. Mendoza non è un autore semplice, e seguire il suo cinema può rivelarsi un’esperienza non priva di difficoltà, ma l’entrare nel suo occhio ci viene ripagato con un bagaglio di consapevolezza e percezione inestimabili.

Maria Cera

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