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Asian Film Festival. L’amore di madre di Bong Joon-ho: Mother

«Uno dei registi di punta della nuova cinematografia coreana relegato in Italia nelle visioni festivaliere e senza una distribuzione… Un vero peccato, perché “Mother” (2009), presentato al Festival di Cannes 2009 nella sezione “Un Certain Regard”, e qui in concorso all’Asian Film Festival, conferma le ottime capacità narrative e di messa in scena di Bong Joon-ho».

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Uno dei registi di punta della nuova cinematografia coreana relegato in Italia nelle visioni festivaliere e senza una distribuzione… Un vero peccato, perché Mother (2009), presentato al Festival di Cannes 2009 nella sezione Un Certain Regard, e qui in concorso all’Asian Film Festival, conferma le ottime capacità narrative e di messa in scena di Bong Joon-ho. Nome già foriero di attenzione sin dai suoi esordi dietro la macchina da presa, consacrato definitivamente quale autore provocatorio e ‘poco accondiscendente’ con Memories of Murder (2003), straordinario successo di pubblico e critica basato su un reale fatto di cronaca che sconvolse la Corea degli anni ’80: l’uccisione, da parte di un serial killer, di dieci donne tra i 13 e i 71 anni. Dopo l’esperimento un po’ più ‘action movie’ di The host (2006), con Mother, Bong Joon-ho appare decisamente più implacabile nello scardinare la superficie di certi stereotipi, andandoli ad approfondire fino alle estreme conseguenze e riuscendo a renderci, con estrema lucidità, barlumi di verità commoventi e scomode.

Una madre (la sorprendente Kim Hye-ja) cerca di proteggere e custodire ‘senza esclusioni di colpi’ Doo-Jon, il figlio ritardato, osservandolo da lontano e controllandolo ossessivamente in ogni gesto (dal mangiare all’urinare), chiusa dentro una visione, folle e lucida insieme, sull’unicità di un essere (il figlio malato, da lei generato) tanto speciale e prezioso (da venerare) nella sua fragilità. Nella routine comica e drammatica di un tale ‘accudire’, arriva la reale prova della vita: il giovane viene accusato di un omicidio di una ragazza del posto e arrestato sulla base di una prova molto superficiale, consolidata dalla sua condizione mentale, che appare un ottimo e pacificatore capro espiatorio sociale. La madre, naturalmente, non si arrende nemmeno per un millesimo di secondo ad una tale ineluttabilità, e lotta disperatamente e tragicamente contro una verità che mano a mano prenderà corpo in tutte le sue stratificazioni e contraddizioni, riportando a galla, insieme al ‘fatto’, il verdetto di ‘vita’ che giustifica qualunque abominevole azione riparatrice e protettrice. Un amore capace di uccidere nel modo più mostruoso e implacabile, nel momento in cui la realtà mette di fronte alla madre un figlio realmente colpevole.

Bong Joon-ho, partendo dal ritratto privato di tale rapporto, costruisce con altrettanta ironia e crudeltà feroce uno spaccato sociale della piccola comunità, cornice della storia, nella quale evapora e si consuma, mescolandosi alla purezza apparente di chiunque, un ‘male’ che è parte di noi e che la madre tenta di cancellare e dimenticare con un abile gesto di agopuntura. Girata con una tempistica ed una prospettiva visiva grazie alla quale la mdp si appropria di stati d’animo, atmosfere, cambi di registro in modo assolutamente naturale, seguendo sinuosamente e serratamente storia e personaggi, questa favola nera, così lontana dal nostro narrare occidentale, lascia un retrogusto amaro e inquietante, difficile da dimenticare.

Maria Cera

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