The Shape of Water di Guillermo Del Toro: un’interessante occasione per riflettere in maniera significativa sui processi di soggettivazione del futuro

The Shape of Water è un buon film sul piano iconografico, della messa in scena e della narrazione, ma il suo plusvalore consiste nel fornire allo spettatore un’occasione per riflettere in maniera significativa sui processi di soggettivazione del futuro

  • Anno: 2017
  • Durata: 119'
  • Distribuzione: 20th Century Fox
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Guillermo Del Toro
  • Data di uscita: 14-February-2018

Il tempo è un fiume che scorre dal passato: giusto. Se non facciamo qualcosa, non siamo niente: giustissimo. Basterebbero queste due affermazioni (la prima presa da uno dei tanti proverbi di un calendario consultato più volte durante il film, e la seconda espressa a gesti dalla protagonista) per sintonizzarsi subito nel migliore dei modi con l’ultima opera del messicano Guillermo Del Toro, The Shape of Water, vincitrice del Leone d’Oro alla scorsa edizione della mostra del cinema di Venezia e di due Golden Globe (uno alla regia).

Lo spazio acquatico riformula completamente la topologia delle relazioni, laddove i protagonisti sprofondano nell’informe, in un luogo che sfugge alla tirannia della rappresentazione. La brava Sally Hawkins, che nel film interpreta un’inserviente muta, è dispensata dal linguaggio, e ciò che di primo acchito appare come una deficienza in realtà configura un soggetto meravigliosamente affrancato dalla gabbia soffocante dell’ordine simbolico. Non comunica attraverso i significati, ma libera ‘selve’ di significanti che si muovono da un ‘dentro’ a un altro ‘dentro’. Insomma non c’è mediazione, e ciò che si prova, che si vive emotivamente, viene trasferito dall’uno all’altro senza la codificazione del pensiero. È la vittoria del ‘non detto’, dell’afasia: il corpo perturbante delle creatura degli abissi passa in secondo piano, poiché anche l’immagine è linguaggio. L’acqua costituisce la possibilità di un divenire senza attrito, dispensato dal pericolo mortale dell’inerzia.

In questo senso – chi scrive ritiene che non sia un fuori tema, tutt’altro – la tanto vituperata liquidità del capitale non somiglia più a quella mostruosa deriva che condurrebbe l’umanità verso il definitivo naufragio – come postulano tanti ‘commentatori’ alla buona dei nostri tempi – piuttosto assume il ruolo di essenziale premessa di un processo che, se compiuto fino in fondo, determinerebbe, almeno come ‘ideale regolativo’, un’insperata liberazione.  Un ritorno al nostro elemento (l’organismo umano è composto al 60% di acqua), all’origine, a quella dimensione ancestrale e sacra sistematicamente occultata dalla prosaicità di un presente scandito da un’iperbolica logica economica (economia a tutti i livelli, anche psichica ed emotiva, in particolare). Quel ‘mondo accanto’, quel mare che da sempre lambisce le terre emerse (del linguaggio) ci reclama, come una madre che non aspettasse altro che il ritorno dei propri figli. Non era in fondo proprio questa la ‘nostalgia del sacro’ di Pier Paolo Pasolini, la quale prese esemplarmente forma in Medea, in particolare attraverso il celebre discorso dei due centauri?

Siamo in presenza di un inebriante depensamento che, dissipando le differenze fittizie tra gli  individui – quelle scaturite, per l’appunto, dall’artificiosità del linguaggio – consentirebbe di affondare i piedi su quel piano d’immanenza che da sempre si giustappone ai rapporti di forza del mondo dialettico. Ma la dimensione così inaugurata, si badi bene, non è un ‘fuori’ rispetto a un presunto ‘dentro’, piuttosto qualcosa che c’è già da sempre. Si tratta, allora, di cambiarsi gli occhi, di compiere una torsione che è insieme etica ed estetica per far sprofondare il visibile (il linguaggio) nell’invisibile, in modo da agevolare l’esperienza della liquidità dell’informe: non c’è più un atto che informa la materia (per dirla aristotelicamente), non c’è più un Potere che limita e circoscrive la Potenza. Non resta che immergersi nelle acque di un sacro divenire. Platone nel suo Cratilo scriveva: «Dice Eraclito “che tutto si muove e nulla sta fermo” e confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, dice che “non potresti entrare due volte nello stesso fiume”». D’altronde, viene detto apertamente durante il film, la creatura degli abissi, che l’ottuso colonnello Strickland (un buon Michael Shannon) prima cattura e poi vorrebbe uccidere, è considerato un dio dalle popolazioni autoctone dei territori del Sudamerica da cui è stato strappato.

Ciò cui The Shape of Water costantemente allude sono un tempo e uno spazio ‘altri’ (una ‘durata’ e un piano d’immanenza) che possono essere guadagnati liberandosi dal linguaggio, dalla Storia, dal Potere, dall’ordine simbolico, dall’atto: si deve ‘perseverare’, cioè non solo evitare di indugiare in una retorica critica dell’esistente, che rivendica nostalgicamente l’edenica bellezza di un paradiso fatalmente perduto, quanto, al contrario, rilanciare, radicalizzando il vorticoso movimento in avanti della postmodernità. Insomma, non dobbiamo, tanto per fare un esempio, spaventarci di fronte ai progressi della tecnologia, ma invocarne un vertiginoso, ulteriore sviluppo che davvero ci sorprenda.

A livello visivo, il film di Guillermo Del Toro rimane per lo più nei paraggi della rappresentazione, ma non mancano alcuni guizzi che segnalano e, in qualche modo, mostrano (sempre che si sia disposti a vederle), le tracce di qualcosa che esorbita i limiti della forma (per esempio la bella sequenza delle gocce d’acqua sul finestrino di un autobus, le quali, dilatandosi, unendosi, separandosi, urtandosi, delineano un movimento libero, non diretto verso un oggetto. Questo è senza dubbio un altro punto decisivo: non è un fine a determinare il divenire; non c’è causa né scopo, esso è spontaneo e disinteressato).

Il sovrumano, è proprio il caso di dire, rapporto d’amore messo in scena dal regista messicano è ancora vincolato in parte all’Eros (i dettagli forniti sull’apparato genitale della creatura), ma è diretto, ne siamo persuasi, verso il superamento di esso (un po’ come accadeva nella splendida sequenza di Cocoon di Ron Howard in cui Steve Guttenberg e Tahnee Welch si accoppiavano attraverso un intenso scambio energetico).

The Shape of Water è un buon film sul piano iconografico, della messa in scena e della narrazione, ma il suo plusvalore consiste nel fornire allo spettatore un’occasione per riflettere in maniera significativa sui processi di soggettivazione del futuro, scampando luoghi comuni e buonismo. Non inganni il finale sentimentaloide: qui si tratta di superare se stessi, di svanire in quanto soggetti, di essere capaci di respirare anche sott’acqua.

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