Tra le grandi anteprime del Festival del Cinema Tedesco, iconica manifestazione festivaliera in procinto di partire con la sua sesta edizione dal 19 al 23 marzo, anche Gavagai il nuovo film di Ulrich Köhler (Orso d’argento alla Berlinale del 2011 per il suo Schlafkrankheit). Scritta e diretta dal regista tedesco, l’opera è frutto di una produzione tra Sutor Kolonko Filmproduction e Good Fortune Films. Ad interpretare Gavagai : Maren Eggert, Jean-Christophe Folly e Nathalie Richard.
Il TRAILER – Gavagai
Gavagai , questa Medea non s’ha da fare
Sul set di un caotico film adattamento della Medea di Euripide in Senegal, Maja (Maren Eggert) cerca conforto in una relazione amorosa con il suo co-protagonista Nourou (Jean-Christophe Folly). Mesi dopo si rincontrano alla prima del film a Berlino dove vecchi amori riaffiorano e un incidente razzista turba il loro ricongiungimento. Mentre la tragedia antica si svolge sul grande schermo, un dramma reale si sviluppa.
Non chiamatela rom-com – Gavagai
Attraverso il metacinema, il film nel film, Ulrich Köhler riproduce con Gavagai la nota tragedia greca euripidiana mettendo al centro dinamiche interpersonali, proprie del linguaggio romantico, che vivono di una precisa circolarità narrativa. Partendo dal set, uscendoci, per poi ritornarci.
Il dispositivo romantico usato da Köhler implica un trasferimento dal palco alla realtà, avendo sempre come punto motrice il sentimento ma interrogando così i limiti della dualità e dell’alterità del romanticismo.
Nella tragedia di Euripide, il rapporto tra Medea e Giasone è dentro uno spazio palese di appartenenza e tensione. In Gavagai tale tensione viene trasportata nel contemporaneo attraverso la dislocazione temporale della rom-com ( il sentimento tra i due protagonisti si esaurisce sul set e continua a distanza di tempo al festival berlinese), un amore continuamente messo alla prova dall’elemento razzista, incidente questo che mira ad esplorare la tossicità dell’industria cinematografica.
Quando l’amore diventa campo di battaglia culturale
Gavagai vive di tragedia metacinematografica e metaamorosa, operando una conflittualità apparentemente inscindibile tra cinema e amore. Ed è proprio questa eterna tensione (ben esplicata dalla sequenza in cui Maja, durante la Berlinale, interviene per attenuare un avvenuto litigio tra Nourou e una guardia della sicurezza del festival) che non colma una distanza ma l’amplifica.
L’amore tra i due è ripetutamente messo in discussione dalla diversità culturale che emerge nel cinema e dentro il cinema. Le tensioni tra Maja e Nourou, quest’ultimo non difeso adeguatamente dall’attrice durante l’episodio razzista incriminato, riemergono nel discorso pubblico, nella conferenza stampa del film : la trasposizione della Medea appare densa di appropriazione culturale, superficialità ideologica, in un j’accuse non cosi velato del regista tedesco nei confronti della tendenza di attualizzare qualsiasi classico in favore di necessarie pretese moderne.
Ulrich Köhler , quindi, sembra insistere per tutto il film in una de-romanticizzazione del cinema. Una decostruzione della commedia romantica classica in cui l’amore non è più rappresentato come elemento di riconciliazione ma espediente e mezzo di attrito mediante il quale emergono asimmetrie tossiche di potere, e differenze culturali insanabili.
Gavagai , però, non va interpretato come il fallimento di una relazione sentimentale ma una critica della rappresentazione dell’amore sul grande schermo. Ed è qui che emerge la differenza sostanziale con Euripide; la forma del contendere non è più la tragedia dell’azione ma la tragedia della relazione culturalmente impossibile mediante il cinema.
Il set come spazio post-coloniale
Rifuggendo quindi i codici della rappresentazione romantica, Gavagai usa il set come microspazio delle relazioni post-coloniali onnipresenti all’interno del film. La regista del film-trasposizione, Caroline Lescot, incarna in modo evidente la tendenza di molti registi europei e hollywoodiani di appropriarsi di un contesto africano per rileggerlo in chiave occidentale, e la provenienza francese del personaggio di Lescot evidenzia proprio la brutalità pungente della visione di Ulrich Köhler.
Se pensiamo poi a come è stato gestito nel film l’attore-anziano Mansour, interprete senegalese relegato ed equiparato al ruolo di comparsa, lo schema dell’ambiguità gerarchica compiuta in Gavagai risulta doppiamente brillante; perché mentre la trasposizione della Medea pretende di dare voce all’inclusione, la magia del set si trasforma in un incubo che riproduce dinamiche di esclusione. Ma la scrittura spietata e simbolica di Köhler riguarda anche la decisione di mantenere i giubbotti di salvataggio sui bambini-attori, una probabile metafora della crisi migratoria europea.
Il film di Köhler è una sontuosa opera concettuale non esente da alcuni limiti
Gavagai ha dalla sua una coerenza concettuale e tematica stabile per tutta la narrazione, non essendo esente però da alcuni difetti strutturali. Una prima criticità riguarda la sua componente metacinematografica. Nella trasposizione della Medea, ci sono alcune sequenze, come la scena iniziale sul motoscafo, in cui la dimensione “meta” perde man mano efficacia non riuscendo ad approfondire il potente parallelismo tra moderno e antico, rendendo didascalico ciò che la struttura narrativa aveva già suggerito : il risultato è una certa rigidità allegorica, e quindi il dispositivo metacinematografico invece di aprire spazi interpretativi e rimanere sul piano simbolico, li restringe.
E sebbene il film cerchi di evitare caricature, alcuni personaggi, come quello di Caroline, non problematizzano il punto di vista europeo ma talvolta (involontariamente) tendono a semplificarlo. Infine anche l’evidente decostruzione romantica tra Maja e Nourou subisce una certa rarefazione emotiva; alcune scene come le conversazioni a cena o momenti di intimità trattenuta, negano un’evoluzione tra i due personaggi affidandosi esclusivamente alla performance attoriale di provenienza teatrale.
Gavagai riesce bene a fondere il metacinema con un’approfondita indagine critica sulle relazioni interculturali, smontando i clichè della commedia romantica e spingendo lo spettatore a riflettere sul potere rappresentativo del cinema sulla società contemporanea. Pur essendo imperfetto in eccessive metafore e nella tenuta dei protagonisti, il film di Ulrich Köhler riesce ad essere comunque abile nel confrontarsi col cinema come specchio vibrante della realtà.