Venezia 70: “Die Frau des Polizisten” di Philip Gröning (In Concorso)

 

Anno: 2013

Distribuzione: The Match Factory

Durata: 175′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Germania

Regia:  Philip Gröning

 

Philip Gröning può essere definito un regista multitasking visto che cura personalmente la produzione, la sceneggiatura, il montaggio e alcuni parti della fotografia. Die Frau des Polizisten parte da tre apparentemente semplici domande: che cosa trasmetti come essere umano? Trasmetti la distruzione che tu hai subito? O trasmetti l’amore che hai provato? Domande semplici con risposte che possono arrivare soltanto dalla vita, strada facendo. Per cercare la nostra personale risposta Gröning ci porta dentro una famiglia all’apparenza normale, formata da una coppia: Uwe (David Zimmerschied) di professione poliziotto e la moglie Christine (Alexandra Finder), che vivono in una cittadina di provincia con la figlia Clara (Pia e Chiara Kleemann).

L’opera divisa in cinquantanove capitoli, alcuni della durata di pochi minuti scandisce la quotidianità della famiglia, intervallata da alcuni immagini del protagonista da vecchio, come quella in cui guarda in macchina immerso in un panorama glaciale o ritratto nella propria cucina. Con lo scorrere della pellicola entriamo in un incubo fatto di violenza domestica: Uwe infatti picchia la moglie con inaudita ferocia facendo prevalere la sua parte distruttiva e Christine non sembra riuscire a ribellarsi, come ingabbiata in una sorta di sindrome di Stoccolma. Emblematica la scena in cui dopo aver gridato al marito di lasciarla in pace e di andare via si prostra ai suoi piedi, implorandolo di restare con lei. Da madre amorevole cerca di fare scudo alla piccola tentando di salvargli l’anima per mantenerla intatta. Il corpo martoriato dai lividi blu ci viene mostrato a poco a poco, quasi con pudore. La macchina da presa indugia sugli ematomi, come disgustata da tanta violenza.

Due inquadrature rimangono impresse per la loro forza espressiva e bellezza: quella dei due corpi nudi sul letto, con lui in posizione fetale e lei accanto distesa, ripresi dall’alto, e quella in cui madre e bambina fanno il bagno nella vasca. Quest’ultima, molto suggestiva, è realizzata con uno zoom all’indietro e grazie ad un grandangolo fa sembrare gigante la vasca, tramutandola in una immensa piscina dove la piccola può fare capriole, in una delle rare scene dove Christine appare serena.

Un’opera complessa che nella prima ora irrita e disorienta lo spettatore per la sua struttura disconnessa. Arrivati alla fine però il tutto risulta necessario all’economia del racconto.

Gröning si dimostra un ottimo direttore di attori dotato di una sua personalissima estetica e cifra stilistica. Un’opera che per essere apprezzata va lasciata sedimentare permettendogli di trovare il suo senso. E chi non dovesse trovarlo non si preoccupi, infatti come ha dichiarato il regista:”E’ il tema a scegliere come sarà il film, questo e’ un esercizio brechtiano, per vedere come é l’essere umano”.

Vittorio Zenardi



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