Équarrisseurs di Hippolyte Burkhart-Uhlen è un film al contempo lirico e disincantato, che fotografa in tutta la sua fredda potenza il lato più cinico e ferino della natura.
Il film è stato presentato per la categoria cortometraggi alla 29ª edizione del Festival CinemAmbiente, tenuto in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino.
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Équarrisseurs: avvoltoi
Équarrisseurs si apre su di un sole bruciante i cui raggi illuminano le arcigne rocce di un’area montuosa. Sotto di esso, stormi di avvoltoi si librano nell’aria dando forma a cerchi concentrici che sorvolano una piana su cui giace una carcassa. Di lì a poco il corpo senza vita della pecora diventerà l’epicentro di un cruento banchetto, animando una sconcertante lotta per la vita.
Presentato in anteprima nazionale, il corto documentario è la rappresentazione di una natura primordiale che si nutre di sé, in un processo continuo di decomposizione e rinascita. Il riciclo si coniuga come elemento primigenio di un sistema atavico fatto di decadimento e trasformazione in cui l’uomo ha interpretato un ruolo cardine. Infatti, al centro del progetto di Équarrisseurs vi è il desiderio di evidenziare gli effetti che alcune politiche d’oltalpe hanno esercitato su un ecosistema vulnerabile.
In passato alcune leggi avevano proibito agli allevatori lo “smaltimento naturale” dei capi di bestiame deceduti, sottoponendoli alla minaccia di pesanti sanzioni pecuniarie. Per effetto di ciò, si assistette ad un crollo drastico del numero di rapaci necrofagi nei celi francesi, costringendo lo Stato a ritornare sui suoi passi e a istituire la formazione di aree protette dedicate a questa forma di smaltimento ecosostenibile.
La fine e il principio
Con il suo taglio epico e dannato, Équarrisseurs ritrae ottimamente tutto il fascino lugubre di una creatura tradizionalmente osteggiata. L’avvoltoio è presentato come protagonista ed ingranaggio senziente di un meccanismo insieme rivoltante ed essenziale, commutando il semplice linguaggio documentaristico in cinema narrativo brutale. L’estetica del film è infatti parzialmente debitrice di un certo stile televisivo contemporaneo alla maniera di alcuni programmi trasmessi da emittenti quali National Geographic. Tuttavia, la forza di Équarrisseurs si riscontra proprio nel riuscire a potenziarne la resa visiva, rendendola a suo modo cupa e solenne. Il montaggio frenetico opprime lo spettatore in un tumulto fatto di angoscia, dove il caos e l’eco costante del gracchiare dei volatili obnubila i sensi. Il tutto raggiunge poi una resa complessiva ancora maggiore grazie ad una fotografia polverosa e arida virata sul seppia.
Nel cortometraggio, la regia cinica e ricercata di Hippolyte Burkhart-Uhlen non è però soltanto incentrata sui soggetti animati, ma in massima parte anche sugli spazi. Agli splendidi panorami montuosi si sovrappongono le vedute fangose di uno spiazzo carico di morte. Il terreno diventa poi una bolgia viva e nauseante fatta di piume, artigli e becchi dal quale ad emergere sono solo uno scheletro e un cucciolo: i due poli estremi di una dicotomia imperitura.
Carne e ossa
Nel suo progressivo sprofondare dell’azione, Équarrisseurs sembra abbandonare ogni residuo di osservazione distaccata per farsi immersione totale nel ciclo biologico che rappresenta. La macchina da presa non si limita più a registrare ma aderisce alle superfici e ai residui organici che definiscono il piano. Ne emerge una dimensione quasi rituale in cui la violenza non è mai spettacolarizzata, bensì trattata come necessità biologica, ineluttabile e priva di giudizio morale. La ripetizione dei gesti e il protrarsi della dinamica predatoria costruiscono in tal modo un ritmo ipnotico che trasforma la visione in un’esperienza percettiva prima ancora che descrittiva.