Cacciatori d’uranio di Davide Palella è un’opera distopica capace di mettere in luce le contraddizioni e la rapacità dell’animo umano, inquadrando nel suo spirito caotico e parassitario i semi della sua distruzione.
Il film è stato presentato per la categoria MADE IN ITALY alla 29ª edizione del Festival CinemAmbiente, tenuto in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino.
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Cacciatori d’uranio
Ambientato in un lontano futuro, Cacciatori d’uranio segue le vicende di una missione umana giunta sulla Terra in cerca di giacimenti dell’omonimo metallo pesante radioattivo. Il pianeta, precedentemente abbandonato per ragioni imputabili ad un’escalation bellica, si presenta come un luogo deserto e inospitale, spettro mortifero dell’Antropocene. Tuttavia, nei meandri cavernosi del globo un’entità è sopravvissuta e si cela da secoli in attesa del ritorno dei suoi creatori.
Realizzato attraverso il found footage, Cacciatori d’uranio è una pellicola composita capace di coniugare autorialità e genere in un’opera evocativa e stratificata. Se in principio il patto narrativo del film appare difficile da accettare, data la natura immediatamente riconoscibile e storicizzabile dei materiali utilizzati, tutto muta al subentrare del personaggio di Mascot, un modello robotico progettato dalla CNEN. Esso rappresenta la testimonianza straniante di un’epoca ormai trascorsa, in cui i primi prototipi della svolta tecnologica proiettavano la società verso visioni fantascientifiche che ancora adesso alimentano le fondamenta dell’immaginario contemporaneo, annullando così le distanze concettuali che separano il presente dal passato.
Speranza e tradimento
In Cacciatori d’uranio, la macchina è protagonista indiscussa. Mascot è un automa fortemente antropizzato, dotato di un’emotività e un’identità paragonabili a quelle di un bambino. Ai suoi occhi, il ritorno dell’uomo non è solo la conclusione di un triste isolamento forzato, ma la ricongiunzione con una figura genitoriale. È grazie a questa interazione che viene curata la sua amnesia, permettendo al robot di rimpossessarsi della memoria e della sua identità perduta. Ma con i ricordi riaffiorano anche i traumi di un inverno nucleare e dei tragici errori di una specie.
Mascot, nella sua toccante ingenuità, è per tanto deciso a costruire dalle macerie un mondo nuovo. Ma la sua convinzione che l’uomo non percorrerà più la strada verso l’autodistruzione si rivela presto infondata. Sul finale si consuma infatti il più grande dei tradimenti: l’uomo prende possesso della macchina, la spegne e la riqualifica in arma. Con pochi mezzi impeccabilmente adoperati, Cacciatori d’uranio trasforma così una novella sci-fi in un giudizio amaro e senza sconti sulla natura umana.
Vecchi ricordi e nuova vita
Frutto di una residenza artistica organizzata dall’AAMOD, Cacciatori d’uranio nasce dalla collaborazione tra il regista Davide Palella e la sound designer e musicista Sara Siniscalco. Il materiale d’archivio, dotato di una propria chiara autonomia, viene così risemantizzato in chiave narrativa attraverso un intenso dialogo tra immagine e suono. Il montaggio, preciso e ritmato, riesce a immerge lo spettatore in un cortocircuito percettivo, in cui il passato fenomenico si trasforma in distopia dell’avvenire. Ad accompagnarlo, una colonna sonora perturbante e riuscita, le cui risonanze riportano in parte alla mente le allucinate sperimentazioni elettroniche di autori del calibro di Hermann Kopp.