C’è un momento, guardando Arrival di Denis Villeneuve, in cui si ha la sensazione netta che il film stia mentendo. Non allo spettatore, ma alla propria superficie. Perché si presenta come una storia di contatto, di comunicazione, persino di diplomazia interstellare, mentre in realtà sta scavando altrove, in un territorio molto meno rassicurante; affondando gli artigli in un dispositivo che modifica chi lo attraversa.
Proprio per questo oggi parleremo dell’importanza del linguaggio. Non è un caso che il primo vero salto del film non sia visivo, ma cognitivo. Non accade quando vediamo gli eptapodi; gli alieni, ma quando iniziamo a comprenderli. O meglio: quando Louise inizia a essere compresa da quel linguaggio che, pezzo dopo pezzo, le si avvolge attorno fino a cambiarle la struttura stessa del pensiero. Ed è questo il momento in cui Arrival smette di essere cinema di fantascienza e diventa qualcosa di più vicino a un racconto proibito, quasi Lovecraftiano senza mostri…o almeno quelli rimangono sullo sfondo. Demiurghi silenziosi che giocano un ruolo di fondale in una vicenda il cui centro è la storia in cui la conoscenza non amplia il mondo, ma lo deforma. Perché se è vero, come suggerisce l’ombra mai nominata della Ipotesi di Sapir-Whorf, che il linguaggio non descrive la realtà ma la costruisce, allora impararne uno nuovo significa rinascere dentro un altro universo.
In questo scenario Louise; interpretata da una perfettissima Amy Adams, non acquisisce una competenza. Subisce una mutazione. E come ogni mutazione, porta con sé una perdita. La perdita più grande è quella dell’illusione del tempo lineare, che fino a quel momento ci aveva protetti con la sua semplicità infantile: prima, dopo, causa, effetto. Una narrazione che funziona finché nessuno la mette in discussione. Ma Arrival la mette in discussione eccome, e lo fa senza effetti speciali, senza proclami, senza nemmeno spiegarlo davvero. Semplicemente la svuota, la aggira, la supera.
Eppure, mentre il film costruisce questa forma di comunicazione perfetta con l’Altro, lascia filtrare, quasi con disinteresse, una verità molto meno esotica e molto più imbarazzante: tra esseri umani non ci capiamo più. Non è un problema di vocabolario, né di grammatica. È un problema di intenzione. Nel mondo di Arrival, basta una parola tradotta male per avvicinare la guerra globale. “Weapon”, strumento o arma, diventa una linea di frattura. E lì capisci che il problema non è il linguaggio alieno, ma quello umano. Troppo carico di paura, di urgenza, di interpretazioni già scritte e di arroganza che ci porta a rispondere prima ancora di ascoltare.
Come può una parola alterare così profondamente il senso delle cose; come può una singola parola, fare la differenza fra il definire il “nemico” e “l’alleato”. Ma infondo sono parole anche queste. Arrivati a questo punto è proprio sull’onda di questa riflessione che il film costruirà il resto della sua trama. Sollevando il velo dalla domanda finale: “ma quindi quanto potere hanno le parole?“
Gianni e Pinotto
Capirsi è più difficile che tradurre l’ignoto
Prima però va evidenziato un fenomeno che la pellicola non si vergogna di mettere in luce; gli eptapodi, paradossalmente, comunicano meglio di noi. Non perché siano superiori, ma perché il loro linguaggio non è progettato per vincere una conversazione, ma per costruire una visione. Noi parliamo per reagire. Loro per comprendere. E allora il paradosso si impone con una chiarezza quasi crudele: forse non è affatto assurdo immaginare che ci venga più facile imparare a parlare con un’intelligenza aliena che imparare ad ascoltarci davvero tra di noi.
Ma il colpo più profondo Arrival lo assesta altrove, in un punto che il film sfiora senza mai dichiararlo apertamente: il linguaggio come forma di permanenza. Non più solo strumento di comunicazione o di percezione, ma di sopravvivenza. Quando Louise entra davvero nella logica degli eptapodi, non sta più vivendo gli eventi. Li sta attraversando tutti insieme, come se fossero già scritti. Come se esistessero già. Come se il linguaggio fosse diventato una forma di incisione sul tempo.
I nostri nella stanza della nave aliena
Il linguaggio di Arrival è quello che abbiamo perso
E qui torna, inevitabile, quella frase di Michail Bulgakov nel Il Maestro e Margherita:
i manoscritti non bruciano.
Non perché siano indistruttibili, ma perché una volta che qualcosa è stato detto davvero, non può più essere cancellato. Qualcun altro diceva che le idee sono a prova di proiettile; il principio è lo stesso ed il Il linguaggio degli eptapodi funziona così. Non descrive il tempo. Lo contiene. Lo conserva. Lo rende simultaneo in una bislacca forma circolare che dice più di quanto si vede.
E allora la domanda smette di riguardare il film e comincia a riguardare noi. Che linguaggio parliamo oggi? Un linguaggio rapido, frammentato, ridotto all’osso, progettato per essere consumato e dimenticato. Un linguaggio che non apre possibilità, ma le chiude. Che non espande la percezione, ma la comprime in formati sempre più brevi, sempre più immediati, sempre più reattivi.
In un contesto del genere, un film come Arrival sembra quasi un corpo estraneo. Non perché sia incomprensibile, ma perché richiede qualcosa che stiamo progressivamente disimparando: il tempo di capire. Non spiega, non semplifica, non rincorre. Si prende lo spazio necessario per trasformarti, e pretende che tu faccia lo stesso.
Forse è per questo che film così sembrano sempre più rari. Non perché non si possano fare, ma perché trovano sempre meno terreno fertile. Il problema non è il cinema; ma le parole che abbiamo deciso di abitare.
E Arrival, con una calma quasi spietata, ci mette davanti a una verità che preferiremmo ignorare: non è detto che il modo in cui parliamo oggi sia sufficiente per comprendere il mondo che stiamo vivendo.
E forse, ancora peggio, non è detto che lo vogliamo davvero.
Human
Linguaggio come eccezione, non come sistema
Per questo e per molti altri motivi questa pellicola si pone nella dimensione dell’inattesa osservazione interna.
Quanto poco conosciamo del mondo nel quale ci muoviamo è ora mai una…non-domanda; ma quanto questo sia uno stigma che ci siamo autoimposti è una questione ben diversa.
Forse aprire una porta del genere su di un quesito capace di distruggere l’interezza di quella che è la realtà fenomenica di quello che viviamo era una scelta audace nel 2016; ora appare quasi profetico. Mentre quel che emerge oggi; prepotentemente e arrogantemente, è il tema dell’osservare, in una stanza nera, davanti ad uno schermo bianco qualcosa che oltre quello schermo si muove, gesticola, parla e comunica, ma noi non riusciamo proprio a capirla. Ma nel momento in cui finalmente decodifichiamo quegli strani ed inconsulti simboli ecco che entra prepotentemente il tema del più che umano che prende il sopravvento; Kubrickianamente, per traghettarci in un tempo senza tempo.
Che sia l’ 8 e mezzo di Denis Villeneuve o meno, il suo Arrival resta e resterà una pietra miliare del cinema che ci porta in classe e ci da una delle lezioni più importanti che si possa sperare di ricevere. Arrival è disponibile: qui